La Catalogna vieta la corrida (finalmente)

Era un legge di iniziativa popolare. Di quelle che da noi (ricorderete l’incontro Beppe Grillo-Prodi) non arrivano nemmeno in commissione. Al parlamento catalano invece la proposta (180mila le firme raccolte dalla piattaforma Prou!, Basta!) di abolire l’impari lotta tra tori e toreri a partire dal 2012 è arrivata ai voti: 68 favorevoli, 55 contrari e 9 astensioni. I deputati del CiU (il partito nazionalista catalano) e del PSC (socialisti catalani) avevano libertà di voto. I “nazionalisti” (da noi li chiamamo indipendentisti, ma sui quotidiani spagnoli li indicano così) hanno votato tendenzialmente per il sì. I socialisti in maggioranza contro il divieto. Ma i numeri hanno giocato a favore dei tori.

Il presidente della Generalitat de Catalunya, ossia della comunità autonoma catalana, José Montilla, ha annunciato di aver votato no e si è augurato che il divieto alle corride non diventi un altro motivo di conflitto tra Catalogna e Spagna.
“Avremo una migliore Catalogna con questa decisione,” hanno detto invece i leader nazionalisti.

Il leader del Partito popolare catalano, Camacho, parla invece di “un giorno triste per la Catalogna”, accusando i nazionalisti catalani di avere approvato il divieto per motivi identitari e annunciando una proposta al parlamento spagnolo per rendere la corrida “di interesse culturale nazionale”, in modo che non possa essere bandita da una comunità autonoma. Alle Canarie però  uccidere il toro nell’arena era stato vietato proprio grazie all’iniziativa di un deputato popolare.

Quanti difendono la corrida (e il suo giro lucroso giro d’affari) hanno annunciato un ricorso alla Corte Costituzionale contro il provvedimento.

Fuori e dentro il parlamento catalano, gli animalisti hanno festeggiato. Festeggiamenti cui ci uniamo anche noi.

Piccola fenomenologia del Tg5 (estivo)

D’estate si sa le notizie scarseggiano. Soprattutto in Paesi come il nostro dove il solleone chiude scuole, tribunali e Camere (a meno che non debba discutere di tematiche imprescindibili, come impedire la pubblicazione delle intercettazioni). E dunque anche la fattura dei tg è più difficoltosa.

In questo assolato luglio, almeno la pagina politico-giudiziaria fornisce numerosi spunti, con la cd loggia P3 che spinge a dimissioni e con le polemiche su moralità e dintorni tra maggioranza e minoranza (i finiani). Oggi, tanto per fare un esempio, da pagina 5 a pagina 11 il Corrierone si occupa di scazzi interni al centro destra (Da Fini: “Niente incarichi di partito a chi è indagato” a Il Senatur attacca Galan: non posso cacciarlo, ma schiero in campo Zaia, in veste di centromediano di interdizione, desumo io, nella sfida Italia vs Padania).

Nella mazzetta dei colleghi del Tg5, il principale quotidiano italiano temo sia arrivato tardi e deve essere stato letto un po’ distrattamente. L’unica notizia di politica che viene servita ai telespettatori è il taglio dello stipendio dei parlamentari (rectius, dei loro portaborse). Sul resto si glissa. Silenzio – giusto per fornire notizie che avrebbero potuto desumere dai siti internet stamane, nell’attesa che arrivasse la mazzetta dei giornali – anche sul Csm che vota incompantibilità ambientale per i magistrati coinvolti nell’inchiesta. Silenzio anche sull’interrogatorio previsto per oggi di Marcello Dell’Utri. Strano.

O forse no: meglio infatti – come chiede SB – raccontare le cose che vanno piuttosto che quelle che non vanno. Tra queste il cronista del Tg5 non sembra inserire la vendita del patrimonio statale, deciso per far cassa: l’elenco delle isole e dei palazzi che potranno essere messi all’incanto viene letto con tono divertito.

C’è poi un servizio un cicinin di parte su quanto è buono e quanto è bello il nucleare prossimo venturo. Vengono sentiti Chicco Testa (ex presidente Enel), Fulvio Conti (ad di Enel) e il ministro Prestigiacomo. Cui viene concesso di replicare alle polemiche seguite alla sua idea di indicare il senatore pd Veronesi (anni 85, come sottolinea garbatamente oggi sempre Corriere, la Gabanelli, per un incarico di 7 anni) per guidare l’agenzia per la sicurezza nucleare. E’ un uomo di esperienza dice lei. In che campo, chiederemmo noi. Ah, questo (delle polemiche interne al partito, anzi al gruppo parlamentare) è l’unico accenno al pd in tutto il tg. La par condicio viene rispettata in un modo un po’ subdolo, nel finale, recensendo l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio. Il magistrato e scrittore è anche senatore democratico: a lui viene concessa la parola.

Poi la solita cronaca (ossia il racconto di brillanti operazioni di polizia) con sequestro di piante di canapa e chiusura di discoteche (frequentate da Belem, come viene sottolineato, sia nei tg che sui giornali) dove di sniffa (avviene a Milano, definita chissà perché in questo tg made in Rome, la capitale: ma forse il riferimento è a capitale della coca), piuttosto che a un’anziana picchiata dalla badante o di arresti di ‘ndranghetisti in Calabria (grazie a intercettazioni, mandate – ancora per poco – in onda). Un pezzo anche su Duisburg, visto che è morta un’altra ragazza.

Inizia poi la parte leggera con i risciò in giro per Roma e due orsi “germanici” innamorati, che verranno – ahinoi – messi in due zoo diversi. Speriamo solo che i giardini zoologici tedeschi siano meno affollati delle carcere italiane. Di quelle, anche in mancanza di notizie, nessuno sembra far caso (salvo dare, a volte, notizia dei suicidi).

Ad maiora.

Spagna, avanti tutta

Non c’è uno sport nel quale la Spagna non stia stravincendo. Se come diceva una volta quello che i giornalisti italiani chiamano il “premier” l’ottimismo e le vittorie sportive possono aiutare il Paese, gli iberici staranno volando.

Nel calcio, in due anni la nazionale ha vinto gli Europei e i Mondiali, grazie ai gol di Villa.

Oggi al Tour de France ha trionfato Alberto Contador Velasco (nato a Madrid, classe 1982). Lo spagnolo aveva già vinto la Grand Boucle nel 2007 e 2009, mentre nel 2008 aveva battuto tutti al Giro d’Italia e la Vuelta.

A Hockeneim, in Germania, nel pomeriggio – soprassi sospetti a parte – sul gradino più alto del podio della Formula Uno è salito Fernando Alonso (classe 1981, di Oviedo, come il cantante Melendi). Il pilota ora Ferrari, con la Renault ha vinto il Mondiale nel 2005 e nel 2006.

Mentre scrivo si corre invece la MotoGp a Laguna Seca (Usa). Il leader della classifica è al momento Jorge Lorenzo (classe 1987, nato a Palma del Maiorca). Il campioncino spagnolo guida il torneo anche perché Valentino Rossi, alla sua prima frattura seria, ha saltato un po’ di gare.

La 125 è guidata da Marc Marquez, classe 1993, nato nella catalana cittadina di Cervera.

Anche la Moto2 è capeggiata da uno spagnolo: Antonio Elias, nato in Catalogna, a Manresa nel 1983.

Nel tennis il numero uno è si chiama Rafa Nadal: classe 1983 è delle Baleari, di Manacor. Ha vinto otto titoli del Grande Slam e pure le Olimpiadi del 2008. E’ tornato in cima al mondo tennistico il 7 giugno.

Insomma, vittoria su tutti i fronti, sportivi.

La Spagna ci batte anche nei finanziamenti alle auto elettriche (590 milioni, stanziati ad aprile), nell’agricoltura biologica (un milione e trecentomila ettari, trecentomila più che da noi), nelle linee del metrò (a Madrid 15, Milano e Roma insieme ne hanno 5). Solo per fare tre esempi, non sportivi.

E ora l’allenatore (portoghese) dell’Inter che ha vinto tutti i tornei è andato in Spagna, nella capitale a cercare un nuovo Triplete. Da Madrid viene Rafa Benitez, allenatore spagnolo dell’Inter. Nel suo palmarès ha una Champions e una Uefa, due campionati spagnoli e una Coppa d’Inghilterra.

Ah, palmarès è una parola di origine latina, ma si pronuncia alla francese. Ormai sembra un termine spagnolo.

Ad maiora.

Omicidio Gongadze: sapremo mai la verità?

In una conferenza stampa organizzata a Kiev il procuratore generale ucraino Oleksandr Medvedko ha ribadito che c’è un solo sospetto nell’omicidio del giornalista Georgij Gongadze.

Georgij, giornalista d’opposizione, 31 anni, autore di decine di inchieste scomode per il regime di Kuchma, fu rapito e decapitato il 16 settembre del 2000. Il suo corpo fu trovato a novembre, in una foresta non distante dalla capitale ucraina. La madre non ha mai consentito la sepoltura in assenza della testa del figlio, chiedendo di riaprire le indagini sulla sua fine. L’omicidio (per il quale furono sicuramente coinvolti i servizi segreti ucraini) diede il la a oceaniche manifestazioni di protesta che anticiparono la rivoluzione arancione (ora in soffitta).

Per la giustizia ucraina, o meglio per questo nuovo filone d’indagine, l’omicidio del giornalista fu opera solo di Oleksij Pukach, ex capo della divisione principale indagine penale presso il Ministero del sorveglianza unità straniere. Pukach, a lungo latitante, è in cella dallo scorso anno. La procura conta di chiudere le indagini su questo filone entro agosto. Nel 2008, sempre per lo stesso omicidio erano stati condannati a pene tra i 12 e i 13 anni di carcere tre ex agenti del servizio di sicurezza ucraino.

Lesia, la madre di Georgij, qualche giorno fa ha incontrato il presidente ucraino Yanukovich cui ha ribadito la richiesta di rimuovere la statua in onore del figlio eretta a Kiev dall’allora presidente Yushenko. È convinta che il corpo trovato nel 2000 non sia quello del figlio.

Come per il caso Politkovskaja, nessuno ha mai cercato i mandanti dell’omicidio.

Altro suicidio in carcere: siamo a 38

Secondo Riccardo Arena che per Radio radicale cura la trasmissione Radio carcere (da consigliare, pur nella tristezza del momento, vero servizio pubblico, la trovate cartacea il mercoledì col Riformista, questo il link: http://www.radiocarcere.com/) aveva già minacciato di togliersi la vita tagliandosi la gola (anche se consiglia di aspettare di capire se sia trattato di un gesto di autolesionismo finito male o di un vero e proprio suicidio).

Andrea Corallo aveva 39 anni. Era detenuto nel carcere Bicocca di Catania dall’aprile 2008. Si è ucciso, recidendosi la carotide, questa mattina, mentre si faceva la barba. I due detenuti in cella con lui sono sotto stati interrogati. E’ il trentottesimo cittadino detenuto che si toglie la vita nel 2010. Si sono suicidati anche quattro agenti penitenziari e un dirigente generale.

Dice Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Penitenziari: «Abbiamo la sensazione che nemmeno questa strage silenziosa che si consuma all’interno delle nostre degradanti prigioni scuota dal torpore una classe politica che ha, evidentemente, accantonato la questione penitenziaria. Nelle nostre galere si continua a morire. E’ forse il caso di approfondire ed investigare? Noi diremmo anche di risolvere. Invece nulla. Tutto è rimesso alla sola buona volontà ed alle evidenti capacità del personale. Si continuano ad ammassare persone in spazi che non ci sono. Il personale deve rinunciare ai diritti elementari e sottoporsi a turni massacranti per reggere la baracca. La questione penitenziaria, nella sua drammaticità, è anche una questione morale. Per i tanti sprechi. Per l’incapacità di risolvere. Per l’indecenza delle strutture. Per il degrado degli ambienti. Per i rischi igienico-sanitari. Riceviamo continui inviti – prosegue Sarno – da parte del DAP a non allarmare. Noi non allarmiamo. Informiamo sulle gravi realtà, nel tentativo di scuotere le coscienze. La società e la stampa, però, appaiono  indifferenti ai drammi quotidiani che si consumano all’interno di quelle mura che sempre più sono il confine tra civiltà e inciviltà».

Ieri il Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, della Calabria ha proclamato lo stato di agitazione per denunciare la «drammatica situazione nelle quali versano le carceri».

I detenuti, secondi gli ultimi dati diffusi, sono 67.452 (24.922 stranieri) a fronte di una capienza di 43.000 posti: 29.791 sono in attesa di giudizio, 35.708 i “definitivi”. L’incremento delle persone in carcere è di un migliaio al mese.

La Sicilia con 8.043 carcerati è la seconda regione italiana (prima è la Lombardia conn 9.067 detenuti).

Il penultimo suicidio in carcere è stato nello scorso week end, nel penitenziario di Caltanissetta. A impiccarsi al braccio della doccia, Rocco Manfrè, 65 anni, arrestato (solo due giorni prima) con l’accusa di concorso in omicidio.