Comunicazioni

Riflessioni random sulla comunicazione. Radio televisiva e no.

Gli ultimi anni dell’Urss nella stampa sovietica (1990-1991) (tesi)

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La tesi di Fiorenzo Ebbene, in discussione in questi giorni alla Statale di Milano, si occupa di un momento centrale nelle recente storia umana: la scomparsa dell’Unione sovietica (e del PCUS che l’ha guidata nei suoi 70 anni di vita).
Essendo una tesi (magistrale) in comunicazione, il punto d’osservazione è mediatico ed è davvero particolare: gli avvenimenti di quei clamorosi anni visti attraverso le lettere dei lettori ad alcuni quotidiani. Gli anni gorbacioviani (malgrado il persistente odio della stragrande maggioranza dei russi per l’inventore di glasnost e perestrojka) sono considerati – dalla compianta e tanto rimpianta Anna Politkovskaja – gli unici anni di stampa libera da quelle parti.
E le lettere, molte delle quali critiche, altre preoccupate, tante indignate, sono lì a dimostrarlo.
Ad maiora

“Io l’ho saputo dai giornalisti”. Come la stampa ha raccontato Piazza Fontana (tesi)

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Avevo già seguito una tesi su Piazza Fontana, ovviamente nei suoi aspetti mediatici, non giudiziari. Era dedicata a come era cambiata, grazie alla coscienza civile e alla tv, la percezione della strage del 12 dicembre.
Questa di Matteo Pedrazzini, in discussione alla Statale di Milano, affronta il delicato tema da un’altra prospettiva: quella dei quotidiani nei giorni immediatamente seguenti la bomba (comprendendo quindi anche la cosiddetta diciannovesima vittima, Pino Pinelli). Un’analisi lucida e originale che mostra le due facce del giornalismo nostrano che quella vicenda pose plasticamente sulla stessa scena: quelli disposti a bersi tutto ciò che dice il potere contro coloro che non si fidano, che verificano anche le notizie che sembrano scritte sulle Tavole della Legge.
Senza questi ultimi, Valpreda sarebbe forse morto in cella.
Ad maiora

“Una vera tragedia italiana”, come le tv hanno raccontato il caso Ilva di Taranto (tesi)

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La tesi di Domenico D’Alessandro tratta un tema diventato di stretta attualità in questi giorni, grazie alla malaugurata telefonata (intercettata) del governatore pugliese a uno dei collaboratori di Riva. L’elaborato (in discussione oggi alla Statale) di Milano è stato scritto mesi fa, ma tratta anche l’episodio al centro della richiesta di dimissioni per Nichi Vendola (scena per la quale è difficile trovare spunti di ilarità).
La tesi “Una vera tragedia italiana: come le tv hanno raccontato l’Ilva di Taranto” non si occupa dell’inquinamento di Taranto, ma di come è stato riportato dalle tv sia locali (come quella del giovane cronista cui fu strappato il microfono perché chiedeva conto dei tumori) sia nazionali.
Alcune emittenti locali sono state forse troppo silenti, vittime anch’esse dell’odioso ricatto occupazionale (lavoro/morte).
Quelle nazionali, troppo assenti in generale. Salvo encomiabili eccezioni, come quella delle Iene, che ha dato di fatto il là all’inchiesta, ma anche di Malpelo e del Tg1 che con Tv7 ha martellato costantemente sul tema salute.
Una tesi accurata e ben scritta da uno studente di origini tarantine, capace dii indagare (anche grazie a una serie di originali interviste ai protagonisti dei media) su una pagina ancora aperta della nostra storia.
Ad maiora

Le (troppe) regole dei giornalisti

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Il sottotitolo è: “Istruzioni per un mestiere pericoloso”. E il mestiere è quello del giornalista di cui questo libro cerca di spiegare le regole. Per sopravvivere non tanto in zone di guerra (di Domenico Quirico si parla troppo poco, a proposito) ma sopratutto nelle aule di giustizia italiane.
“Le regole dei giornalisti” (Mulino) è un interessante volume di Caterina Malavenda (tra gli avvocati più noti per difendere e salvare i giornalisti dalla massa di querele che ricevono) Carlo Melzi d’Eril (anch’egli legale, esperto di diritto dell’informazione e internet, la frontiera sulla quale camminano ormai molti cronisti) e Giulio Enea Vigevani (docente di Diritto Costituzionale e Diritto dell’Informazione alla Bicocca).
Il libro racconta di come la legislazione fascista abbia lasciato pesanti detriti nelle normative che regolano la professione giornalistica, normata (in senso restrittivo) dalla Costituente che attenuò in quel modo l’ottimo articolo 21 (salvo l’indeterminato riferimento al Buon Costume, tema che ognuno può declinare a suo piacimento).
Una legge quella sulla stampa superata dapprima dalla TV e ora da internet e dai Social network (che qualcuno ha pure querelato, ma che sono un fiume in piena). Così come è vecchia la normativa che riguarda la professione giornalistica con garanzie che riguardano solo i “professionisti”, escludendo quel mondo sempre più rilevante di chi fa il giornalista anche senza il tesserino rosso (o è granata?). Per non dire della “privacy” utilizzata come un manganello dai potenti di turno (persino da Preziosi mentre passeggia per Genova, aggredendo giornalisti del Secolo XIX, armati non di penna, ma di telecamera, segno dei tempi).
La politica italiana (caso strano) non riesce a stare al passo con quel che accade e spetta dunque alla giurisprudenza (anche europea) ridurre le possibilità di mettere a tacere i giornalisti. Che subiscono denunce e gigantesche richieste di risarcimento danni, spesso intimidatorie. Chi le avanza sa perfettamente che, in caso, di rigetto non avrà che da pagare le spese legali.
I giudici stessi comunque a volte estendono come fionde alcuni reati cercando di applicarli per colpire i giornalisti: come l’idea assurda di incriminarli per ricettazione per la divulgazione di “segreti” investigativi o giudiziari.
Il libro (che ha un’interessante post-fazione di Francesco Merlo, collega super-querelato – curiosamente non pubblicizzata in copertina) spiega come i colleghi più a rischio siano proprio quelli che si occupano di giudiziaria, che spesso ricevono querele per diffamazione, rischiando pesanti condanne: “Spesso – scrivono gli autori – il processo penale diventa una vera e propria incognita, il cui esito dipende da variabili non facilmente prevedibili, non ultima la formazione culturale, sociale e, perché no, politica del giudice”.
Un libro da leggere da giornalisti e “utenti”.

Se volete saperne di più e siete dalle parti di Champoluc la sera di venerdì 23 agosto presenterò questo volume insieme a Caterina Malavenda (modera Roberto Mancini). Alle 21 nella tensostruttura di Ayas Cultura.
Ad maiora

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Caterina Malavenda,Carlo Melzi d’Eril, Giulio Enea Vigevani
Le regole dei giornalisti
Il Mulino
Bologna, 2012
Pag. 178
Euro 15

Questa è Taranto (senza Ilva)

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La pubblicità della Regione Puglia (che cerca di far dimenticare o non considerare solo l’Ilva) è sbarcata anche sui taxi milanesi.
Lo spot della campagna ha una serie infinita di commenti. Interessanti.

Ad maiora