Sicilia

Lampedusa, un anno dopo

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Oggi si ricorda la più grave strage di migranti nella recente storia dei viaggi della speranza nel Mediterraneo.
Sentiremo e vedremo, a Lampedusa e altrove, tante lacrime di coccodrillo per quei 366 morti.
Nella piccola isola siciliana, appena dietro il porto, c’è una sorta di cimitero delle navi degli immigrati. Un involontario monumento a chi si affida alla sorte pur di sfuggire a fame e miseria. Ma anche un inno alla burocrazia italiana, visto che quelle navi di legno sono lì, a volte da anni, sotto sequestro giudiziario.

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Questa estate, grazie all’operazione Mare Nostrum, a Lampedusa non sono praticamente arrivati barconi.
Che credo torneranno ad affollare il cimitero delle barche, se verrà interrotta e non sostituita da qualche intervento europeo.

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Rivedendo le foto, mi è tornata alla mente la domanda retorica che mi ha suggerito uno dei primi abitanti conosciuti a Lampedusa: perché non fanno i controlli sull’altra sponda del Mediterraneo e fanno partire, con un traghetto, chi ha i requisiti per venire?
Ad maiora

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Viaggio in Sicilia. Boicottando la mafia con Addiopizzo

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Si può visitare Palermo  e ignorare il fenomeno mafioso? Forse sì, ma lo riterrei moralmente discutibile. E così, visitando il capoluogo siciliano con mia figlia, non ho potuto esimermi dall’affrontare questo tema nel nostro tour in città.

Per farlo, mi sono appoggiato a un’ottima guida turistica, “Viaggio in Sicilia”, scritta da Pico di Trapani. È un volume edito da Navarra che spiega i “luoghi del turismo responsabile” a Palermo e nella sua provincia. Il libro è di Addiopizzo, associazione (anzi, Comitato) che, da 10 anni, sta combattendo una delle piaghe che feriscono l’isola. Addiopizzo ha creato anche Addiopizzo Travel, tour operator che “propone di visitare la Sicilia scoprendone le sue bellezze storiche e artistiche, e di seguire le tappe della storia della lotta alla mafia”, il tutto utilizzando anche le imprese che si rifiutano di pagare la tassa mafiosa e che coraggiosamente rendono pubblico questo loro gesto di affronto.

Dignità

Viaggio in Sicilia parte raccontando come sia nato il movimento Addiopizzo: con adesivi attaccati ovunque a Palermo nei quali era scritto semplicemente “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Non solo quegli adesivi sono ancora in giro, ma si trovano negozi che sulla vetrina mostrano il logo di Addiopizzo-consumo critico.

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Chi fa acquisti da quegli esercenti (e imprese) sa che sta aiutando chi si ribella al regime mafioso. Sono più di 900 attualmente gli imprenditori coinvolti. Per trovare tutti i prodotti delle imprese non-mafiose, noi siamo andati direttamente all’Emporio di Addiopizzo che si trova nel centro di Palermo, in corso Vittorio Emanuele 172. Qui abbiamo fatto gli acquisti di prodotti da regalare una volta tornati a casa. Quale migliore pubblicità per l’isola?

Pane, panelle e giustizia

Sempre seguendo le orme della guida abbiamo mangiato (per ben due volte) all’Antica Focacceria San Francesco, nella bellissima piazza dedicata al Patrono d’Italia.

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La Focacceria è una tappa culinaria fondamentale per chi va a Palermo. Perché è un punto di ristoro storico (1834, la data di nascita) e per la qualità del suo cibo (anche vegetariano). Ma c’è un elemento in più che vi deve portare da queste parti se passate da Palermo. Il fatto che la famiglia che gestisce questo posto abbia rifiutato (nel 2005, non nel secolo scorso) di pagare il pizzo e di assumere mafiosi tra i suoi lavoratori. Non solo. Racconta Pico Di Trapani: “Vincenzo Conticello, il fratello maggiore dei due eredi della Focacceria, rifiuta seccamente ogni proposta: non ci pensa due volte e va dritto dai Carabinieri per denunciare l’estorsione. (…) Le indagini di magistratura e Carabinieri, grazie alle rivelazioni di Vincenzo, portano in pochi mesi all’incriminazione di Franco Spadaro, figlio di Massimo Spadaro e nuovo reggente della famiglia mafiosa che controlla il quartiere della Kalsa, e di altri due suoi affiliati. Vincenzo diventa rapidamente un’icona dell’antimafia per la sua decisione di collaborare con la giustizia di Stato. I media nazionali e locali lo immortalano, nel corso del processo mentre punta il dito contro l’estorsore che ha provato a minacciarlo (uccidendo anche il cane di famiglia, Ndr). L’immagine fa subito il grio d’Italia, diventando un simbolo dell’opposizione cittadina alle vessazioni di Cosa nostra. La fine di questa storia è positiva sotto tutti i punti di vista. Alla fine del processo, Spadaro e soci vengono condannati a più di trent’anni  di carcere. La Focacceria rilancia la sua attività commerciale e, invece di immettersi nel buco nero del pagamento del pizzo, che entro poco tempo costringe senza scampo al fallimento, riesce a portare la sua fama in tutta Italia. (…) Sfata il fatalismo pluridecennale secondo cui denunciare il pizzo porta alla rovina della tua vita e dell’attività commerciale che guidi”.

Insomma, se andate a mangiare pane e panelle, le gusterete ancora di più.

Cento passi più uno. Andate fino a Cinisi

La guida ha itinerari in città. Ma anche in provincia di Palermo.

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Inevitabile passare da Capaci quando si va o viene dell’aeroporto, con quella scritta “No Mafia” che campeggia dove la Bestia schiacciò il pulsante che fece saltare l’autostrada, uccidendo Falcone, la moglie e la scorta. Scritta, da poco risistemata proprio dai ragazzi di Addiopizzo.

Proseguendo su quel tratto autostradale a non fermandosi all’aeroporto (che ora si chiama Falcone Borsellino) si arriva a Cinisi. Il piccolo comune ha ormai fama nazionale grazie al film “I cento passi”. La visita alla Casa della Memoria Felicia e Peppino Impastato è comunque davvero toccante. Passare qualche tempo in quel luogo, parlare con i volontari che ogni giorno tengono aperta questo luogo così accogliente, riconcilia col mondo. E fa ripartire dalla Sicilia con animo più sereno.

Ad maiora

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Pico Di Trapani

Viaggio in Sicilia

Navarra Editore

Palermo, 2013.

Pagg. 158

Euro 12

 

Sicily

Mare Nostrum visto da Itn.

Ad maiora

Altro suicidio in carcere: siamo a 38

Secondo Riccardo Arena che per Radio radicale cura la trasmissione Radio carcere (da consigliare, pur nella tristezza del momento, vero servizio pubblico, la trovate cartacea il mercoledì col Riformista, questo il link: http://www.radiocarcere.com/) aveva già minacciato di togliersi la vita tagliandosi la gola (anche se consiglia di aspettare di capire se sia trattato di un gesto di autolesionismo finito male o di un vero e proprio suicidio).

Andrea Corallo aveva 39 anni. Era detenuto nel carcere Bicocca di Catania dall’aprile 2008. Si è ucciso, recidendosi la carotide, questa mattina, mentre si faceva la barba. I due detenuti in cella con lui sono sotto stati interrogati. E’ il trentottesimo cittadino detenuto che si toglie la vita nel 2010. Si sono suicidati anche quattro agenti penitenziari e un dirigente generale.

Dice Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Penitenziari: «Abbiamo la sensazione che nemmeno questa strage silenziosa che si consuma all’interno delle nostre degradanti prigioni scuota dal torpore una classe politica che ha, evidentemente, accantonato la questione penitenziaria. Nelle nostre galere si continua a morire. E’ forse il caso di approfondire ed investigare? Noi diremmo anche di risolvere. Invece nulla. Tutto è rimesso alla sola buona volontà ed alle evidenti capacità del personale. Si continuano ad ammassare persone in spazi che non ci sono. Il personale deve rinunciare ai diritti elementari e sottoporsi a turni massacranti per reggere la baracca. La questione penitenziaria, nella sua drammaticità, è anche una questione morale. Per i tanti sprechi. Per l’incapacità di risolvere. Per l’indecenza delle strutture. Per il degrado degli ambienti. Per i rischi igienico-sanitari. Riceviamo continui inviti – prosegue Sarno – da parte del DAP a non allarmare. Noi non allarmiamo. Informiamo sulle gravi realtà, nel tentativo di scuotere le coscienze. La società e la stampa, però, appaiono  indifferenti ai drammi quotidiani che si consumano all’interno di quelle mura che sempre più sono il confine tra civiltà e inciviltà».

Ieri il Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, della Calabria ha proclamato lo stato di agitazione per denunciare la «drammatica situazione nelle quali versano le carceri».

I detenuti, secondi gli ultimi dati diffusi, sono 67.452 (24.922 stranieri) a fronte di una capienza di 43.000 posti: 29.791 sono in attesa di giudizio, 35.708 i “definitivi”. L’incremento delle persone in carcere è di un migliaio al mese.

La Sicilia con 8.043 carcerati è la seconda regione italiana (prima è la Lombardia conn 9.067 detenuti).

Il penultimo suicidio in carcere è stato nello scorso week end, nel penitenziario di Caltanissetta. A impiccarsi al braccio della doccia, Rocco Manfrè, 65 anni, arrestato (solo due giorni prima) con l’accusa di concorso in omicidio.

Una mafia da esportazione

Un libro ricco di informazioni su come dall’Italia il virus della mafia (e soprattutto della ‘Ndrangheta) si sia diffuso in tutto il mondo. Un volume che risulta particolarmente interessante per le cartine (continente per continente) dove sono segnalate le famiglie mafiosi (o le ‘ndrine) che partendo a volte da piccole cittadine del Sud Italia sono andate a impiantare le loro nefaste colonie all’estero. È il libro di Francesco Forgione “Mafia Export”, edito da Baldini e Castoldi (Milano, 2009, 20 euro). Forgione, ex parlamentare di Rifondazione ed ex presidente della Commissione Antimafia ricostruisce il reticolo mondiale della criminalità organizzata.

Un sistema economico, anzi un cancro, molto redditizio se si pensa che secondo i dati della DIA, nell’industria mafiosa tra settori legali, illegali e sommersi, «è impiegato il 27% degli abitanti attivi in Calabria, il 12% di quelli della Campania e il 10% di quelli della Sicilia. Praticamente quasi il 10% della popolazione attiva nelle principali regioni del Mezzogiorno». ù

Ma il primato mafioso non è solo italiano, è uno dei made in Italy da esportazione di maggior successo: « Con un fatturato medio di circa 130 miliardi e un utile collocabile tra i 70 e gli 80 miliardi di euro, le mafie italiane rappresentano una delle principali holding economico-finanziarie criminali del pianeta». E le mafie italiane potenzialmente registrano un giro d’affari superiore al Pil di paesi europei come Slovenia, Estonia e Croazia.

Il tutto grazie soprattutto alla droga, la vera rendita quotidiana su cui le mafie fanno affidamento. E i contrasti delle forze dell’ordine fermano solo in minima parte il fiume (specie di coca). « Solo in Italia sono state sequestrate, nel 2008, 4 tonnellate di cocaina, ma a queste vanno aggiunte altre 10 tonnellate sequestrate all’estero ma dirette nel nostro Paese. Sulla base di queste cifre e considerando il rapporto del 10-15% tra cocaina sequestrata e quella immessa sul mercato, in Italia nel 2008, sarebbe stata commercializzata una quantità di cocaina oscillante tra le 100 e le 150 tonnellate. Tagliandola le tonnellate diventano 400-450. Quindi il mercato della sola cocaina nel nostro Paese produce un giro d’affari pari a 354 miliardi e 661 milioni di euro». Numeri da capogiro. E purtroppo, grazie all’incremento dei consumatori, non stoppati nemmeno dalla crisi: «Non esiste merce al mondo, né ciclo produttivo, in grado di creare un tale plus valore e un profitto di queste proporzioni pronto a disperdersi ed entrare in circolo nell’economia, nel mercato e nei circuiti finanziari legali».

Eppure malgrado questi dati terribili, in molte parti del mondo, sottolinea Forgione nel suo libro, le autorità hanno sottovalutato il fenomeno mafioso. Innanzitutto in Germania dove, prima della strage di Duisburg, pochi avevano percepito la pericolosità delle infiltrazioni mafiose nelle ricche aree della Germania settentrionale, a poca distanza dai confini dei Paesi Bassi e dai porti di Rotterdam e Amsterdam. Va detto che il contrasto, da quello come da altre parti, è reso difficile dall’assenza nei codici penali del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Il libro sottolinea come la ‘Ndrangheta sia stata, tra le organizzazioni mafiose, la più veloce a modificare il proprio DNA e a diventare un vero attore nel mercato globale. E in grado di partecipare anche ai grandi appalti pubblici, come dimostrano le inchieste sul movimento terra anche in provincia di Milano. È stata ora inserita nella lista nera del Dipartimento del Tesoro Usa: quindi potrebbero scattare sequestro e congelamento beni per gli adepti.

Le cartine di Forgione si soffermano sulla Spagna, diventato in questi anni paese rifugio di moltissimi delinquenti di casa nostra: « Qui calabresi, siciliani e campani ci vivono bene. È un Paese mediterraneo in cui si sentono a casa e, come a casa, si sentono e sono tranquilli e sicuri a Madrid come a Barcellona, a Malaga come a Marbella o a Palma del Maiorca.  Non è un caso che negli ultimi 10 anni, più di un terzo dei 190 latitanti arrestati all’estero, tra i boss ricercati di tutte le organizzazioni criminali italiane, sia stato trovato proprio nel Paese iberico. Anche per questo i quotidiani spagnoli utilizzano metafore abbastanza implicite, hanno ribattezzato la bellissima Costa del Sol in Costa nostra o Cosca del Sol». E i segnali che da quelle parti le cose si stiano complicando lo dimostra la circolazione dei soldi europei: «Nel 2008 il governatore del Banco di Spagna ha segnalato come la movimentazione di carta moneta da 500 euro in Spagna sia assolutamente abnorme rispetto al contesto europeo: 110 milioni contro i 464 di tutta l’area Euro».

In “Mafia Export” ci sono molti riferimenti interessanti. Uno riguarda Marcello Dell’Utri (proprio oggi condannato in appello a 7 anni di cella per concorso esterno in associazione mafiosa) e i suoi rapporti con tale Aldo Micciché che deve scontare 20 anni di reclusione in Italia ma che vive libero a Caracas.

L’altro riguarda il Sud Africa, paese che in questi giorni ospita i Mondiali di calcio, ma che rispetto al passato, ha mantenuto antichi vizi. «Il Sud Africa ha cambiato il proprio sistema politico, avviato un profondo rinnovamento sociale con la fine dell’apartheid, ma continua ad assicurare – esattamente come il regime precedente – libertà d’azione e impunità a uno dei uomini chiave del sistema del riciclaggio internazionale di Cosa Nostra. È il siciliano Vito Roberto Palazzolo, condannato in Italia per traffico internazionale di stupefacenti e associazione mafiosa».

L’atlante geo-criminale limitato alle vicende che mi hanno incuriosito di più arriva fino all’Australia, dove sono coinvolti personaggi calabresi e un diplomatico (mandato proprio nel Bel Paese). Il caso è quello del calabrese Francesco Madafferi, con precedenti alle spalle e trasferitosi in Australia. Qui vive senza permesso di soggiorno e dopo qualche anno, per questo, viene arrestato. Dovrebbe essere espulso ma la comunità italiana di oppone.  Poi entra in gioco la politica: «La ministra, la liberale Amanda Eloisa Vanstone, nel 2005 annulla il decreto di espulsione per motivi umanitari (Madafferi ha oramai una famiglia australiana, NdR). La DDA protesta ricordando come Maddafferi per la legge italiana sia “soggetto delle misure di sorveglianza speciale applicate a persone molto pericolose per la società” ». Ma le cose non cambiano. Solo le cronache non si fermano: «Nel febbraio 2009, in Australia è comparsa la notizia che le autorità avrebbero riaperto l’indagine sui finanziamenti e le donazioni che il partito liberale avrebbe ricevuto da persone facoltose del mondo economico e imprenditoriale, riconducibili alla mafia calabrese. La notizia è stata occasione di nuove polemiche. Anche perché tra i nomi coinvolti nell’indagine, secondo alcune fonti giornalistiche australiane, compare quello di Antonio Madafferi, il fratello di Francesco. Nel frattempo la senatrice Vanstome, forse per essere tolta dal centro della polemica, è stata nominata ambasciatrice. Dal 2007 rappresenta il governo australiano in Italia».

Insomma come spiega Francesco Forgione, « la storia ci dice che mentre può e deve esistere una politica senza mafia, non possono esistere mafie senza il concorso e le collusioni della politica. È l’insegnamento che viene da un secolo e mezzo di storia d’Italia e vale per il mondo intero».

La speranza è che l’Italia che è stata patria del virus sia ora capace di produrre anticorpi. Uno di questi, lo ricorda Forgione, è FLARE, (Freedom Legality and Right in Europe), organizzazione nata da Libera. Il referente di FLARE per la Russia di nome fa Ilja Politkovskij. È il figlio di Anna Politkovskaja.