Pensieri

Un cognome, cent’anni di vita e il ricordo di Ermanno

Irene Riscassi se n’è andata a cent’anni. Non l’ho mai conosciuta e non so se fossimo parenti. Ma il suo necrologio mi ha fatto fermare su un particolare: l’ultimo saluto sarà a Piozzano.

Se aveva cent’anni, nell’estate del 1944 era una ragazza di diciotto anni. Era lì, in quelle colline piacentine, mentre la guerra attraversava il territorio.

Piozzano, per la mia famiglia, non è un luogo qualsiasi. È proprio lì che, il 30 agosto 1944, venne ucciso dai fascisti mio prozio Ermanno Riscassi, fratello di mio nonno Dino. Aveva appena diciannove anni. Faceva parte di una formazione partigiana e fu catturato insieme ad altri giovani durante un rastrellamento. I quattro vennero fucilati e i loro corpi lasciati sul posto come monito alla popolazione. Oggi una lapide ricorda quel sacrificio e i loro nomi continuano a testimoniare il prezzo pagato per la libertà. Mio zio continua a portare avanti il suo nome (che, non per caso, è anche il mio secondo nome).

Non so se Irene Riscassi appartenesse al mio stesso ramo familiare o se il nostro fosse soltanto un cognome condiviso. Ma mi piace pensare che abbia vissuto gli stessi giorni in cui Ermanno sacrificò la sua vita per la libertà. A volte basta un nome, un luogo e una data per riportare alla memoria una storia che continua a parlare anche dopo più di ottant’anni.

Buon viaggio Irene, anche se non ci siamo mai conosciuti.

Ad maiora

Andrea Pazienza. Non sempre si muore

Ci sono autori che, anche se per anni restano nei meandri della memoria, non ti abbandonano mai.

Per me Andrea Pazienza è uno di questi.

Il primo incontro risale a tanti anni fa, con un fumetto dedicato a Sandro Pertini. Quel volume purtroppo si è perso in uno dei tanti traslochi della mia vita. Chissà, magari è ancora nascosto in qualche soffitta e un giorno ricomparirà.

Oggi ho approfittato di qualche ora libera a Roma per visitare al MAXXI la mostra dedicata ad Andrea Pazienza. Già all’ingresso una grande scritta accoglie i visitatori con il titolo dell’esposizione: “Andrea Pazienza. Non sempre si muore”. È una frase che colpisce. Pazienza se n’è andato troppo presto, a soli trentadue anni, ma il suo tratto, la sua fantasia e il suo modo di osservare il mondo continuano a essere straordinariamente vivi.

Oltre alle singole tavole – molte non le conoscevo e mi ha colpito il suo modo di lasciare alcune storie aperte, quasi sospese – sono rimasto affascinato soprattutto dai grandi disegni alle pareti.

Ho lasciato il MAXXI con Zanardi nello zaino e un pensiero fisso: ritrovare, prima o poi, quel vecchio fumetto dedicato a Pertini che ho perduto. O magari ricomprarlo. Ma solo se mi convincerò che il mio non tornerà più.

Se passate da Roma, vale una visita. La mostra resta aperta fino al 27 settembre 2026.  

Ad maiora

L’altra metà della mia famiglia.

Come un fascicolo del Brefotrofio di Milano ha colmato un vuoto lungo più di un secolo

In questi anni mi è balenata più volte l’idea di scrivere un libro sulla mia famiglia.

Dalla parte di mio padre, Emilio Riscassi, sapevo parecchie cose. Sapevo che il cognome aveva origini francesi e che la famiglia aveva messo radici nel Piacentino. Sapevo che il fratello di mio nonno Dino, Ermanno, era stato partigiano ed era stato ucciso dai fascisti a diciannove anni, il 30 agosto 1944. Oggi una via di Rottofreno, il comune che ha dato i natali anche ai fratelli Inzaghi, porta il suo nome.

Se mi chiamo Andrea Ermanno Riscassi non è un caso. Dentro quei nomi ci sono una storia familiare, una memoria politica, un’appartenenza. In qualche modo, una geografia sentimentale che ho sempre conosciuto.

Molto meno sapevo dell’altra metà della famiglia.

Sul fronte materno c’è sempre stato un buco nell’albero genealogico.

La mamma di mia mamma Stella era nonna Olga Giustolisi, nata a Milano da una famiglia originaria di Pedara, alle pendici dell’Etna. Da parte di padre, invece, ci si fermava a nonno Antonio Attici.

Non l’ho mai conosciuto. Morì nel 1958, anni prima della mia nascita, investito da un camion mentre tornava a casa in motorino. Di lui sapevamo pochissimo: il luogo e la data di nascita, Milano, 5 dicembre 1903.

Del suo passato, dell’origine del cognome e della sua famiglia non si era mai saputo nulla. Perché Antonio era un trovatello. Un bambino cresciuto in brefotrofio, di cui non si conoscevano i genitori. Non li conoscevamo noi e non li aveva mai conosciuti lui.

Oggi quel segreto familiare non è più tale.

Grazie all’efficienza dell’Archivio Storico della Città Metropolitana di Milano, Antonio Attici non è più soltanto l’esposto numero 863 del 1903. È una vita che riemerge da faldoni ingialliti e da pagine scritte in un corsivo spesso difficile da decifrare. Una storia che né io né mia madre conoscevamo.

E, come spesso accade quando si comincia a scavare nel passato, la risposta a una domanda ne apre molte altre.

Quella di Antonio Attici è una storia che attraversa il Novecento italiano, tra brefotrofi, famiglie affidatarie, istituti e ricerche mai concluse. Una storia che, in modo del tutto inatteso, finisce per incrociare anche la mia.

Ma questa è la seconda parte del racconto.

Conference League 2026/27, le possibili avversarie dell’Atalanta: domani i sorteggi per il primo turno

Braga dista da Bergamo circa 2.010 chilometri. In auto servono poco meno di 21 ore. Non esistono normalmente voli diretti da Orio al Serio: la soluzione più comoda prevede uno scalo, generalmente a Lisbona o Porto, per un tempo complessivo di viaggio di circa 4-6 ore. L’aeroporto più vicino è quello di Porto, distante circa 55 chilometri dalla città.

Domattina la Uefa svelerà i criteri del sorteggio del primo turno. Quello dei playoff, dove entrerà in scena la Dea, è invece in programma il 3 agosto, con partite il 20 e il 27 agosto.
La finale, se non siete scaramantici, si giocherà a Istanbul il 2 giugno del prossimo anno allo stadio del Beşiktaş. È un mercoledì. E in Italia è anche festivo…

Ad maiora

Conference League 2026/27, le possibili rivali dell’Atalanta: Dinamo City (Albania, 1.315 km da Bergamo)

È nota come Dinamo ed ha sede a Tirana. È la seconda più titolata dell’Albania con 18 campionati e 15 coppe nazionali conquistate.

Il club è stato fondato nel 1980 dal Ministero dell’Interno del regime comunista di Enver Hoxha e, pronti-via, vince subito 4 campionati consecutivi, inanellando 25 vittorie consecutive (record mai più battuto in Albania e quarto record in Europa).

Nel 2008/09 (licenziato a febbraio) ha avuto come allenatore Zlatko Dalić, attuale -ottimo- CT della Croazia.

Nel 2011/12 la Dinamo è, per la prima volta nella sua storia, retrocessa. E in seconda divisione c’è rimasta per 9 lunghi anni.

La Dinamo, dalla sua rinascita nel 2023/24 gioca all’Air Albania Stadium, l’impianto più grande del paese, coi suoi 22.500 posti a sedere. È l’impianto dove la Roma di Mourinho ha vinto la Conference League contro il Feyenoord (1-0, gol di Zaniolo). Qui gioca le sue gare interne anche la Nazionale Albanese. E gli ultras della Dinamo i Blu Boys sono gli stessi che seguono la nazionale in patria e all’estero.

La Dinamo si è qualificata per il primo turno di Conference vincendo la Coppa d’Albania.

Per Transfermarkt la rosa della Dinamo vale 5,38 milioni di euro.

I suoi followers su Instagram sono 7k.

Tirana dista da Bergamo 1.315 km. In auto sono 16 ore di viaggio. C’è un volo diretto da Orio che impegna 1h45.

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