Irene Riscassi se n’è andata a cent’anni. Non l’ho mai conosciuta e non so se fossimo parenti. Ma il suo necrologio mi ha fatto fermare su un particolare: l’ultimo saluto sarà a Piozzano.
Se aveva cent’anni, nell’estate del 1944 era una ragazza di diciotto anni. Era lì, in quelle colline piacentine, mentre la guerra attraversava il territorio.
Piozzano, per la mia famiglia, non è un luogo qualsiasi. È proprio lì che, il 30 agosto 1944, venne ucciso dai fascisti mio prozio Ermanno Riscassi, fratello di mio nonno Dino. Aveva appena diciannove anni. Faceva parte di una formazione partigiana e fu catturato insieme ad altri giovani durante un rastrellamento. I quattro vennero fucilati e i loro corpi lasciati sul posto come monito alla popolazione. Oggi una lapide ricorda quel sacrificio e i loro nomi continuano a testimoniare il prezzo pagato per la libertà. Mio zio continua a portare avanti il suo nome (che, non per caso, è anche il mio secondo nome).
Non so se Irene Riscassi appartenesse al mio stesso ramo familiare o se il nostro fosse soltanto un cognome condiviso. Ma mi piace pensare che abbia vissuto gli stessi giorni in cui Ermanno sacrificò la sua vita per la libertà. A volte basta un nome, un luogo e una data per riportare alla memoria una storia che continua a parlare anche dopo più di ottant’anni.
Buon viaggio Irene, anche se non ci siamo mai conosciuti.
Ad maiora