Carcere

La cella come casa. Il carcere sotto Torchio

“Il carcere non serve a restituire al mondo. È fatto per chiudere, coprire, cicatrizzare. (…) Servono luoghi per contenere il male. Chiavi per chiudere quei luoghi”.
Sono due frasi tratte dal bellissimo Cattivi di Maurizio Torchio (Einaudi). Quando la mia amica Giulia me lo ha consigliato, indicandolo come il miglior romanzo che avesse letto quest’anno, sono volato in Feltrinelli e ho iniziato subito a divorarlo. Non sapevo trattasse l’argomento carcere. Tema che affronterò anche il prossimo 25 maggio – alle 18, alla libreria popolare di via Tadino 18, Milano- presentando il  volume Ne vale la pena di Carlo Mazzerbo che racconta la sua esperienza di direttore del penitenziario della Gorgona.
A Mazzerbo ho consigliato, a mia volta, Cattivi, come lo faccio con voi che avete la pazienza di leggere questo blog. I rari avventori sanno che, per assorbire nella pelle e migliorare la mia prosa, riporto su un bloc-notes (da qualche anno virtuale) le frasi che più mi piacciono dei libri che leggo. Per Cattivi ho scritto una infinità di appunti.
È un romanzo, ma con tantissime, importanti, riflessioni che difficilmente ho trovato nei saggi che ho letto in questi anni.
Il primo spunto, è legato alla simbiosi che si crea tra carcerato e cella. Scrive Torchio: “Ti affezioni al posto dove stai. Anche chi si ferma solo tre o quattro anni, passa comunque più tempo in cella di quanto la maggior parte della gente non ne passi, in casa, lungo la vita intera. Qui, quando scendi all’aria senza l’asciugamano dici: l’ho dimenticato a casa. (…) Qui c’è la mania degli oggetti nuovi. È come fossero fosforescenti. Chi non riceve pacchi da casa vive in celle più buie. Ed è più facile che le guardie lo picchino, più facile che un prepotente se lo prenda in moglie, perché una cella senza oggetti nuovi ti fa pensare: Di questo non importa a nessuno.Gli oggetti nuovi proteggono. Tutto quello che arriva da fuori protegge”.
In Cattivi si parla tanto dei carcerati e delle guardie. Due categorie obbligate a convivere e a parlare. Perché “più un posto è vuoto, più lo si riempie di parole”. Tra le parole c’è spazio anche per quelle che provengono dall’elettrodomestico per il quale lavoro: “All’inizio di una prigionia più una cosa è recente più ti sembra importante. Per questo, ai piani, c’è chi preferisce i telegiornali ai film. Pensano di non aver bisogno di fantasia. Pensano che tutto quello che succede fuori sia straordinario, incredibile così, per il solo fatto che sta fuori”.
Perché la vita di chi sta fuori è totalmente diversa da quella da chi sta dentro. Non certo a riposarsi: “Anch’io all’inizio ho pensato: Finalmente dormirò. Col furgone, senza riposi obbligatori, senza cronotachigrafo, guidi anche trenta ore di fila… Quando mi hanno arrestato ho pensato: Tutto il sonno che non ho dormito guidando lo dormirò in cella. La immaginavo come una cabina: un posto tranquillo, piccolo, chiuso, dove te ne stai per conto tuo. Ma in cella non sei mai davvero solo, davvero al sicuro. E anche quando sei solo non c’è silenzio”.
Al di là della storia che fa da filo conduttore del romanzo (del quale un condannato all’ergastolo, in isolamento, è il protagonista e l’io narrante), le considerazioni che più mi hanno colpito sono quelle relative ai rapporti tra dentro e fuori le mura. Una distanza abissale, un baratro anche per chi nel carcere ci lavora: “Le guardie, sessualmente, sono messe male quanto noi. Anzi peggio. Poliziotti e banditi sono sempre in tv, le guardie no, restano nell’ombra: sono l’armadio dove i poliziotti posano i banditi tra una puntata e l’altra. E le guardie lo sanno. Le ragazze lo sanno. Il fascino della divisa non funziona. Le ragazze sanno che se uno fa la guardia penitenziaria è perché ha fallito il concorso da poliziotto, e non applicherà mai l’adesivo Guardia Penitenziaria sul vetro della macchina, non passeggera in uniforme, tenendole per mano, nei giorni di festa. Il mondo considera le guardie impiegati della cattiveria“. Questi impiegati della cattiveria fanno fatica a comprendere le mogli che vanno a trovare coloro che loro tengono in cella. Non si capacitano di questo genere femminile che, in nome dell’amore, dimentica tutto il resto: “Le guardie soffrono le donne. Le osservano senza capire. Che cosa sono venute a fare, qui, tutte queste donne? Perché si trovano ai binari delle stazioni, nelle grandi città, quando è ancora notte? Cosa cercano, in questi uomini che le hanno lasciate sole? Donne belle, aspettano ore per abbracciarli un istante. E tornano, tornano, tornano. Uomini che non le potranno mai mantenere. Ma a queste donne sembra non importare nulla del futuro, o del passato. Nulla di quegli altri padri, figli, madri, donne che i loro uomini hanno rovinato o ucciso”.
Ma che amore si sviluppa tra dentro e fuori le mura? Un amore malato, tanto affettuoso, quanto morboso: “Ci sono donne adatte per gli uomini liberi e donne adatte per i prigionieri, ed è rarissimo che si tratti della stessa persona. Il modo migliore per avere una donna che ti ami e ti sia fedele, quando sei in carcere, è sceglierti una donna da carcere. Una donna cui piaccia qualcuno a cui pensare, sempre, da appena sveglia a quando si addormenta. Un uomo chiuso in cella è quanto di più vicino si possa trovare a un uomo nella placenta. O un amico immaginario, che non ti lascerà mai. Un dio. Il dio impotente che non può fare nulla della sua vita, o della tua. Solo ascoltarti. O parlare. Un dio impotente ma anche pericoloso: perché criminale. Le donne che vogliono uomini tutti da sognare, pericolosi e innocui insieme, si buttano sui carcerati come il miele”.
Potrei andare avanti ancora parecchio, riportandovi altre delle frasi che mi sono segnato. Ma mi fermo qui. Se no vi tolgo il gusto della lettura. E di appuntarvi, a vostra volta, le frasi che più vi avranno colpito di questo meraviglioso libro.
Ad maiora.
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Maurizio Torchio
Cattivi
Einaudi
Milano, 2015
Pagg. 182
Euro: 19

Carcere, diritti e dignità. Io ho firmato. E voi?

CarcereQui l’appello da firmare.

Ad maiora

#DdlSallusti colpito e affondato. Ma il carcere resta

Mente il direttore del Giornale va ai domiciliari, i senatori, a scrutinio segreto, bocciano la legge che avrebbe salvato i soli direttori dalla responsabilità oggettiva nei confronti della testata che dirigono.
La mobilitazione è dunque servita.
Resta comunque il carcere per i giornalisti.
Questo il commento dell’Associazione italiana stampa online: http://www.anso.it
Ad maiora
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L’articolo 1 della vergogna è stato bocciato.
Grazie allo scrupolo di coscienza di alcuni dei nostri politici che per mezzo dello scrutinio segreto non sono stati sottoposti a diktat di partito, il ddl diffamazione non sarebbe più una minaccia.
Il Senato ha respinto l’articolo 1, affossando di fatto in maniera definitiva l’intero provvedimento. Il disegno di legge rimarrà lettera morta.

Questi i risultati delle votazioni: 123 contrari, 29 favorevoli, 9 gli astenuti.
Una considerazione giunge spontanea: tempo perso dietro a un disegno di legge inutile e dannoso, così some era stato concepito.

ANSO si ritiene sollevata da quanto comunicato da Palazzo Madama, e anche orgogliosa del lavoro di contatti e di informazione svolto nelle scorse settimane, ma il problema rimane.
Il carcere per i giornalisti è ancora previsto dalla legge in vigore, la numero 47 del 1948.
La libertà di fare informazione è comunque sempre sotto scacco di possibili querele intimidatorie.

Ciò che lascia sconcertati è l’ennesima perdita di un’occasione: non è stato sfruttato bene il tempo, ne le risorse in campo, per produrre un testo di legge degno di questo nome e che tenesse conto delle parti in causa. E che tenesse da conto la natura dell’informazione online.

ANSO si augura che appena possibile ci si rimetta al lavoro per una nuova legge sulla diffamazione, e in aggiunta sull’editoria online, aprendo un tavolo di discussione e di confronto con tutte le rappresentanze di categoria.
La posta in gioco è alta ed è bene che una nuova legge nasca nella massima condivisione.

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La #Run5.30 a San Vittore

 

Ricevo dagli amici della Run 5.30  queste foto e questa comunicazione sulla corsa che hanno organizzato nel carcere milanese di San Vittore.

La burocrazia ci ha impedito di esserci fisicamente, ma col cuore siamo stati lì.

Queste le 5.30 del prossimo anno: http://www.run530.it/dettaglio-news_182_le-run530-del-2013.html

Tenetevi liberi

Ad maiora

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Sorrisi, saluti, le foto ricordo, le t-shirt azzurre come il cielo che ci ha accompagnato in questi lunedì, un arrivederci alla prossima primavera e strette di mano forti… e abbracci che commuovono. Si parla di loro a pranzo con i giornalisti e anche nel pomeriggio con i complimenti dell’Assessore. Si parla dei ragazzi di San Vittore della prima loro 5.30 che, alla fine, non e’ una corsa ma un ‘punto di vista differente’ che ti entra dritto nel cuore.

La colonna sonora di questo post: The Smiths ‘Please, please, please, let me get what I want:

http://youtu.be/yRYpd3_roHg

Sopravvivere alle prigioni. In Russia e in Italia

Ho già accennato a questo libro quando, qualche settimana fa, dopo l’incontro del Pen club Italia a Bellagio, avevo parlato di Grigorij Pas’ko. Parliamo di “Come sopravvivere alle prigioni in Russia” edito da Bollati Boringhieri.

È un piccolo volume molto interessante che rappresenta una sorta di manuale buono per i russi ma anche per noi “italiani”. Anche se Grigorij (giornalista della Marina militare finito per quattro anni in cella per aver denunciato – con un articolo – un caso di inquinamento nucleare nel Mar del Giappone) si rivolge principalmente ai suoi connazionali, agli «abitanti della Russia» che « si dividono in due categorie: chi sta in galera e chi si prepara ad andarci».

E i consigli che vengono dati sono frutto dell’esperienza personale: «È meglio prepararsi all’ipotesi peggiore: il massimo periodo di isolamento e il massimo della pena nel campo di lavoro. Certo, all’inizio è un’idea difficile da accettare. Ti pesano i ricordi di una vita relativamente felice da libero, della moglie, dei figli (qui non si sa cosa è meglio, se averli oppure non averli – sei padrone di te stesso, e quindi non devi spaccarti la testa per la famiglia). Quindi, per non sentire questo peso, ficcati nella zucca una volta per sempre che ora non hai più niente e nessuno: né una casa, né una famiglia, né una macchina, né un lavoro, né onorificenze… Non sei nessuno. E non hai neppure un’identità. Carcerato. Una cosa senza nome. Una bestia».

Una bestia. Parole che mi sono venute in mente pensando all’agghiacciante fine che hanno fatto ieri l’altro gli 83 detenuti bruciati vivi nel carcere di Santiago del Cile.

Ma chi sopravvive, a Mosca, come a Santiago o a Ravenna, deve affrontare celle piene come uova: «Il sovraffollamento, la puzza, la mancanza d’acqua, il rumore continuo, tutto questo e molto altro influiscono pesantemente sul morale. Spero che tu abbia letto dei libri sul 1937, il Kgb, la Ceka o abbia visto dei film sull’argomento. Ecco, i metodi non sono cambiati per niente. Non sono diventati più umani. E neanche superiori per livello intellettuale».

In Italia la situazione è diversa, ma anche dalle nostre parti, i casi di violenza sui detenuti no mancano. Per quanto riguarda il sovraffollamento, nel Bel Paese siamo arrivati a 68.795, di cui 25.364 stranieri. La capienza sarebbe per 44mila detenuti.

Il volume è comunque impostato sui toni dell’ironia, molto russa: «Imparerai molto in fretta a rispondere a tono sia a usare il gergo carcerario. Il contagio è rapidissimo. Un mese dopo avevo già difficoltà a parlare con gli avvocati e all’inquirente che mi chiedeva: “come va?”, risposi: “Perché le interessa tanto?”».

E Pas’ko ha ovviamente un occhio particolare verso i suoi colleghi giornalisti che, quando finì in cella,  si lanciarono nel gioco “sbatti il mostro in prima pagina”: «Certi colleghi giornalisti hanno il cervello di un pulcino – capace solo di pigolare. Gli sbirri gli rifilano una balla qualsiasi e loro, con la lingua di fuori, riportano le informazioni che hanno avuto da una parte sola. (…) In genere, mie cari giornalisti, ricordatevi: tutto ciò che dicono i dipendenti dell’Fsb, della polizia e della procura richiede una verifica, e per giunta molto accurata. Se non riuscite a verificare (l’informazione o non viene fornita o è menzognera), almeno scrivete facendo riferimento a questi maestri che manovrano dietro le quinte».

E oltre ai riferimenti professionali, cerca di dare una mano anche dal punto di vista caratteriale, per affrontare le difficoltà della vita in cella: «La malinconia carceraria, pelosa, verde, lunga come l’interminabile convoglio Vladivostok-Mosca, inesauribile, odiosa, nauseabonda, senza speranza. (…) La pigrizia del pensiero porta al ristagno del cervello e all’obesità dell’anima, non fare sport porta all’obesità del corpo, all’ipodinamismo e ad altri acciacchi. Lavora, lotta! E ricorda, ogni disgrazia ha due medicine: il tempo e il silenzio».

Il tutto per evitare la drammatica soluzione del suicidio. L’ultimo caso nel nostro Paese è stato a Foggia il 19 novembre, con protagonista un uomo con problemi psichici. Ma purtroppo si tolgono la vita anche persone assennate: 55 in Italia quest’anno. Questo quel che scrive Pas’ko: «Secondo Camus, il suicidio si prepara nel silenzio del cuore. Uccidersi vuol dire riconoscere che la vita è finita, che è diventata incomprensibile. Allora cerca di comprenderla, hai tanto tempo davanti a te. Non si sa mai, magari troverai la verità. È vero che sempre secondo Camus la ricerca della verità non è la ricerca di ciò che desideri. In prigione nessuno ti vieta di pensare, come di respirare. Apprezzalo e pensa. Senza affanno e senza panico, tranquillamente, lentamente, con intervalli per il pranzo e per la cena, per la lettura e la conversazione».

E infine, il collega che fa da corrispondente da Mosca per il blog di Bob Amsterdam, lancia – a suo modo – un messaggio di speranza: «Sopravviveremo, biscottino. E un giorno torneremo senz’altro alla vita di un tempo, prima del carcere. Non dico alla “vita libera” perché la libertà in fin dei conti dipende da una cosa soltanto – la lunghezza del guinzaglio».

Ad maiora

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Grigorij Michailovich Pas’ko

Come sopravvivere alle prigioni in Russia

Bollati Boringhieri editore

Torino, 2010

Euro: 9,00