Carcere

Carcere, diritti e dignità. Io ho firmato. E voi?

CarcereQui l’appello da firmare.

Ad maiora

#DdlSallusti colpito e affondato. Ma il carcere resta

Mente il direttore del Giornale va ai domiciliari, i senatori, a scrutinio segreto, bocciano la legge che avrebbe salvato i soli direttori dalla responsabilità oggettiva nei confronti della testata che dirigono.
La mobilitazione è dunque servita.
Resta comunque il carcere per i giornalisti.
Questo il commento dell’Associazione italiana stampa online: http://www.anso.it
Ad maiora
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L’articolo 1 della vergogna è stato bocciato.
Grazie allo scrupolo di coscienza di alcuni dei nostri politici che per mezzo dello scrutinio segreto non sono stati sottoposti a diktat di partito, il ddl diffamazione non sarebbe più una minaccia.
Il Senato ha respinto l’articolo 1, affossando di fatto in maniera definitiva l’intero provvedimento. Il disegno di legge rimarrà lettera morta.

Questi i risultati delle votazioni: 123 contrari, 29 favorevoli, 9 gli astenuti.
Una considerazione giunge spontanea: tempo perso dietro a un disegno di legge inutile e dannoso, così some era stato concepito.

ANSO si ritiene sollevata da quanto comunicato da Palazzo Madama, e anche orgogliosa del lavoro di contatti e di informazione svolto nelle scorse settimane, ma il problema rimane.
Il carcere per i giornalisti è ancora previsto dalla legge in vigore, la numero 47 del 1948.
La libertà di fare informazione è comunque sempre sotto scacco di possibili querele intimidatorie.

Ciò che lascia sconcertati è l’ennesima perdita di un’occasione: non è stato sfruttato bene il tempo, ne le risorse in campo, per produrre un testo di legge degno di questo nome e che tenesse conto delle parti in causa. E che tenesse da conto la natura dell’informazione online.

ANSO si augura che appena possibile ci si rimetta al lavoro per una nuova legge sulla diffamazione, e in aggiunta sull’editoria online, aprendo un tavolo di discussione e di confronto con tutte le rappresentanze di categoria.
La posta in gioco è alta ed è bene che una nuova legge nasca nella massima condivisione.

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La #Run5.30 a San Vittore

 

Ricevo dagli amici della Run 5.30  queste foto e questa comunicazione sulla corsa che hanno organizzato nel carcere milanese di San Vittore.

La burocrazia ci ha impedito di esserci fisicamente, ma col cuore siamo stati lì.

Queste le 5.30 del prossimo anno: http://www.run530.it/dettaglio-news_182_le-run530-del-2013.html

Tenetevi liberi

Ad maiora

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Sorrisi, saluti, le foto ricordo, le t-shirt azzurre come il cielo che ci ha accompagnato in questi lunedì, un arrivederci alla prossima primavera e strette di mano forti… e abbracci che commuovono. Si parla di loro a pranzo con i giornalisti e anche nel pomeriggio con i complimenti dell’Assessore. Si parla dei ragazzi di San Vittore della prima loro 5.30 che, alla fine, non e’ una corsa ma un ‘punto di vista differente’ che ti entra dritto nel cuore.

La colonna sonora di questo post: The Smiths ‘Please, please, please, let me get what I want:

http://youtu.be/yRYpd3_roHg

Sopravvivere alle prigioni. In Russia e in Italia

Ho già accennato a questo libro quando, qualche settimana fa, dopo l’incontro del Pen club Italia a Bellagio, avevo parlato di Grigorij Pas’ko. Parliamo di “Come sopravvivere alle prigioni in Russia” edito da Bollati Boringhieri.

È un piccolo volume molto interessante che rappresenta una sorta di manuale buono per i russi ma anche per noi “italiani”. Anche se Grigorij (giornalista della Marina militare finito per quattro anni in cella per aver denunciato – con un articolo – un caso di inquinamento nucleare nel Mar del Giappone) si rivolge principalmente ai suoi connazionali, agli «abitanti della Russia» che « si dividono in due categorie: chi sta in galera e chi si prepara ad andarci».

E i consigli che vengono dati sono frutto dell’esperienza personale: «È meglio prepararsi all’ipotesi peggiore: il massimo periodo di isolamento e il massimo della pena nel campo di lavoro. Certo, all’inizio è un’idea difficile da accettare. Ti pesano i ricordi di una vita relativamente felice da libero, della moglie, dei figli (qui non si sa cosa è meglio, se averli oppure non averli – sei padrone di te stesso, e quindi non devi spaccarti la testa per la famiglia). Quindi, per non sentire questo peso, ficcati nella zucca una volta per sempre che ora non hai più niente e nessuno: né una casa, né una famiglia, né una macchina, né un lavoro, né onorificenze… Non sei nessuno. E non hai neppure un’identità. Carcerato. Una cosa senza nome. Una bestia».

Una bestia. Parole che mi sono venute in mente pensando all’agghiacciante fine che hanno fatto ieri l’altro gli 83 detenuti bruciati vivi nel carcere di Santiago del Cile.

Ma chi sopravvive, a Mosca, come a Santiago o a Ravenna, deve affrontare celle piene come uova: «Il sovraffollamento, la puzza, la mancanza d’acqua, il rumore continuo, tutto questo e molto altro influiscono pesantemente sul morale. Spero che tu abbia letto dei libri sul 1937, il Kgb, la Ceka o abbia visto dei film sull’argomento. Ecco, i metodi non sono cambiati per niente. Non sono diventati più umani. E neanche superiori per livello intellettuale».

In Italia la situazione è diversa, ma anche dalle nostre parti, i casi di violenza sui detenuti no mancano. Per quanto riguarda il sovraffollamento, nel Bel Paese siamo arrivati a 68.795, di cui 25.364 stranieri. La capienza sarebbe per 44mila detenuti.

Il volume è comunque impostato sui toni dell’ironia, molto russa: «Imparerai molto in fretta a rispondere a tono sia a usare il gergo carcerario. Il contagio è rapidissimo. Un mese dopo avevo già difficoltà a parlare con gli avvocati e all’inquirente che mi chiedeva: “come va?”, risposi: “Perché le interessa tanto?”».

E Pas’ko ha ovviamente un occhio particolare verso i suoi colleghi giornalisti che, quando finì in cella,  si lanciarono nel gioco “sbatti il mostro in prima pagina”: «Certi colleghi giornalisti hanno il cervello di un pulcino – capace solo di pigolare. Gli sbirri gli rifilano una balla qualsiasi e loro, con la lingua di fuori, riportano le informazioni che hanno avuto da una parte sola. (…) In genere, mie cari giornalisti, ricordatevi: tutto ciò che dicono i dipendenti dell’Fsb, della polizia e della procura richiede una verifica, e per giunta molto accurata. Se non riuscite a verificare (l’informazione o non viene fornita o è menzognera), almeno scrivete facendo riferimento a questi maestri che manovrano dietro le quinte».

E oltre ai riferimenti professionali, cerca di dare una mano anche dal punto di vista caratteriale, per affrontare le difficoltà della vita in cella: «La malinconia carceraria, pelosa, verde, lunga come l’interminabile convoglio Vladivostok-Mosca, inesauribile, odiosa, nauseabonda, senza speranza. (…) La pigrizia del pensiero porta al ristagno del cervello e all’obesità dell’anima, non fare sport porta all’obesità del corpo, all’ipodinamismo e ad altri acciacchi. Lavora, lotta! E ricorda, ogni disgrazia ha due medicine: il tempo e il silenzio».

Il tutto per evitare la drammatica soluzione del suicidio. L’ultimo caso nel nostro Paese è stato a Foggia il 19 novembre, con protagonista un uomo con problemi psichici. Ma purtroppo si tolgono la vita anche persone assennate: 55 in Italia quest’anno. Questo quel che scrive Pas’ko: «Secondo Camus, il suicidio si prepara nel silenzio del cuore. Uccidersi vuol dire riconoscere che la vita è finita, che è diventata incomprensibile. Allora cerca di comprenderla, hai tanto tempo davanti a te. Non si sa mai, magari troverai la verità. È vero che sempre secondo Camus la ricerca della verità non è la ricerca di ciò che desideri. In prigione nessuno ti vieta di pensare, come di respirare. Apprezzalo e pensa. Senza affanno e senza panico, tranquillamente, lentamente, con intervalli per il pranzo e per la cena, per la lettura e la conversazione».

E infine, il collega che fa da corrispondente da Mosca per il blog di Bob Amsterdam, lancia – a suo modo – un messaggio di speranza: «Sopravviveremo, biscottino. E un giorno torneremo senz’altro alla vita di un tempo, prima del carcere. Non dico alla “vita libera” perché la libertà in fin dei conti dipende da una cosa soltanto – la lunghezza del guinzaglio».

Ad maiora

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Grigorij Michailovich Pas’ko

Come sopravvivere alle prigioni in Russia

Bollati Boringhieri editore

Torino, 2010

Euro: 9,00

Sappe contro “passerelle” dei parlamentari

Ferragosto in carcere dei politici “non sia l’ennesima passerella mediatica. Il numero suicidi in carcere e’ contenuto dalla Polizia Penitenziaria”. E’ quanto dichiara Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe.

“Anche l’ultimo suicidio di un detenuto, l’altro giorno a Taranto, – afferma – dimostra la gravità della situazione carceri in Italia. Ogni evento critico in carcere è inevitabilmente la conseguenza del sovraffollamento penitenziario e delle gravi carenze negli organici della Polizia penitenziaria, conseguenza che ricade pericolosamente sulle condizioni lavorative dei Baschi Azzurri del Corpo e che impedisce di svolgere servizio nel migliore dei modi. Come può un agente, da solo, controllare 80/100 detenuti? Con un sovraffollamento di quasi 69mila detenuti in carceri che ne possono contenere a mala pena 43mila, accadono purtroppo questi episodi. E se la situazione non si aggrava ulteriormente e’ grazie alle donne e agli uomini del Corpo che, in media, sventano ogni mese 10 tentativi di suicidio (molte centinaia ogni anno) di detenuti nei penitenziari italiani. Proprio come e’ avvenuto ieri ad Agrigento, dove un nostro agente ha salvato la vita all’ennesimo detenuto disperato che ha provato a togliersi la vita. Ma e’ tempo di intervenire con urgenza per deflazionare il sistema carcere del Paese, che altrimenti rischia ogni giorno di più di implodere”. Il personale di Polizia penitenziaria, prosegue Capece “è stato ed è spesso lasciato da solo a gestire all’interno delle nostre carceri moltissime situazioni di disagio sociale, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. Non si può e non si deve chiedere al Personale del Corpo di “accollarsi” la responsabilità di tracciare profili psicologici che possano eventualmente permettere di intuire l’eventuale rischio di autolesionismo da parte dei detenuti. Torniamo a sollecitare l’urgente attuazione del Piano carceri del Governo”. “Rinnoviamo oggi – conclude – ai tanti rappresentanti dei cittadini, in particolare a quelli che già hanno annunciato di recarsi a Ferragosto in carcere, l’invito e il monito a non sottovalutare la portata storica del loro gesto riducendolo ad un gesto di mera passerella mediatica. L’intero Corpo di Polizia Penitenziaria e’ allo stremo, ma oggi servono iniziative concrete sia da parte dell’Esecutivo che della sovrana attività Parlamentare sulle criticità penitenziarie”.

Così oggi uno dei sindacati di Polizia penitenziaria denuncia il continuo aumento dei suicidi (sarebbero 41 e non 40) e critica la visita dei parlamentari in carcere a Ferragosto (in realtà dal 13 al 15 agosto). L’iniziativa, organizzata dall’anno scorso dai radicali, è però una delle poche occasioni nelle quali i media raccontano come sia la situazione carceraria nel nostro Paese.

Sul sito dei radicali italiani si trova (per deputati italiani ed europei, senatori e consiglieri regionali) il modulo di adesione. A questo indirizzo:

http://www.radicali.it/ferragosto-in-carcere-2010