Month: agosto 2010

Il neo juventino Krasic: serbo di Mitrovica

La Juventus FC ha formalizzato oggi l’acquisto di Miloš Krasić. Lo pagherà, da qui al 2012, in tre rate da 5 milioni di euro. Un mutuo, oneroso, ma un mutuo, garantito da una fideiussione bancaria.

Krasić, nato nel 1984 in Jugoslavia, ha giocato anche per la nazionale under 21 di Serbia e Montenegro e ora è titolare della nazionale della Serbia. Il centrocampista (esploso col CSKA di Mosca) che è stato eletto miglior giocatore serbo del 2009, ai Mondiali sudafricani non ha brillato (sostituito nel disastroso Australia-Serbia 2-1, che ha portato all’eliminazione dei serbi) anche se con tre gol era stato decisivo nelle qualificazioni del suo Paese.

Già il suo Paese. Krasić è nato a Mitrovica, città che si trova nel nord del Kosovo. È divisa in due dal fiume Ibar e il ponte (presidiato da forze militari internazionali) è una sorta di spartiacque tra il Kosovo albanese e quello serbo, tra mondo islamico e cristiano.

A nord del fiume vivono 20mila serbi, a sud 80mila albanesi. Il ponte è un sorta di muro di divisione. Alexander Langer (che a Brescia in questi giorni, forse a causa del caldo, è stato bollato come terrorista) se ne sarebbe rammaricato.

Le più recenti tensioni a Mitrovica si sono registrate solo qualche settimana fa, con il parziale riconoscimento dell’indipendenza di Pristina: il 22 luglio la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato legittima la secessione kosovara da Belgrado (partita nel 1999).
Mitrovica, o Kosovska Mitrovia o Titova Mitrovica come viene ancora chiamata, ha dato i natali anche a un altro calciatore serbo che ha giocato in Italia e che ora è tornato alla Stella Rossa di Belgrado: Nikola Lazetić.

Nel 2002 Lazetić era stato acquistato dal Como di Preziosi e girato subito al Chievo Verona (quell’anno i lariani scesero dalla A alla B per poi precipitare, grazie all’attuale patron del Genoa, fino alla C2 e al fallimento: ora sono in Lega Pro). Il serbo andrà poi alla Lazio, Siena, Genoa e Livorno, per concludere la sua esperienza italiana al Torino (contribuendo all’ultima promozione a Serie A, ma poi anche alla retrocessione). A scadenza di contratto, il ritorno a Belgrado.

Ma sempre di Mitrovica è un altro calciatore, che ha giocato in Italia e che invece è di etnia albanese: Valon Berhami.

La famiglia Berhami nel 1990 era emigrata in Canton Ticino, dopo che entrambi i genitori di Valon (allora aveva 5 anni) avevano perso il lavoro. Dal 1995 presentavano invano alle autorità elvetiche più richieste di asilo politico, per l’aggravarsi delle vicende degli slavi del sud. È però l’abilità sportiva di Valon a salvare la famiglia dal rimpatrio. La società sportiva Ligornetto lancia infatti una raccolta di firme per chiedere alla Confederazione di garantire asilo ai Behrami. Così sarà. Valon ripaga la fiducia (sportiva) accordatagli portando la Svizzera ai Mondiali del Sudafrica (suo il gol decisivo nella partita con la Turchia: sorta di nemesi, visto che questo Paese è l’erede politico di quell’Impero Ottomano che sconfiggendo i serbi e conquistando Mitrovica, la islamizzò).

Berhami, in Italia, ha giocato nel Genoa, nell’Hellas Verona e soprattutto nella Lazio: 44 presenze per i biancazzurri e quattro gol, uno dei quali decisivo nel derby 2008 (3-2 per la Lazio). Ora (dopo la deludente esperienza col West Ham – squadra della Premier di cui è dirigente Sir Gianfranco Zola, oggi sconfitta 1-3 dal Bolton – e dopo un bruttissimo infortunio lo scorso anno) potrebbe tornare proprio nella capitale, ma sulla sponda giallorossa.

A Mitrovica sud continueranno a essere orgogliosi di lui.

Come in quella nord, nei cui bar da due giorni a questa parte, si starà parlando di Krasić alla Juve. Lo stesso nei caffè belgradesi. Anche in Serbia la notizia domina infatti oggi tutti i siti online: http://sport.blic.rs/Fudbal/Evropski-fudbal/183404/Milos-Krasic-zvanicno-novi-clan-Juventusa

Magari è l’occasione per “dare un calcio” ai conflitti. Sperem.

Estrazione Superenalotto: diamo i numeri

Diamo davvero i numeri. Ogni estate una specie di ubriacatura generale spinge la gente a fare la fila per pagare almeno un euro nel tentativo di imbroccare il 6 al Superenalotto. Un concorso di una società privata, pubblicizzata però anche dalle televisioni dal servizio pubblico. Se la Sisal dovesse pagare la Sipra per tutti gli spot che vengono trasmessi nei telegiornali, verrebbe sbancata. E invece è tutto gratis.

Ogni estate il montepremi cresce, le notizie calano (o meglio diminuisce quel poco di voglia, invernale, di cercarle) e quindi niente di più facile che mandare un giornalista (meglio se una giornalista) a fare interviste al “popolo del Superenalotto”. Scontate le, idiote, domande: “Cosa farà con i soldi, in caso di vittoria?”, “Dove andrà se vince?”, “Gioca sempre gli stessi numeri?”, “Si spera, eh?”, “Ha sognato i numeri?”.

Non domande a condire una non notizia.

Gli unici questi da porre, davanti alla porta delle ricevitoria sarebbero: “Ma lo sa che le sue probabilità di vittoria sono pari a zero?” (1 su 622 milioni, se gioca un euro), “Ma lo sa che dando quell’euro in beneficenza farebbe più bella figura?” (perché ovviamente tutti, per farsi amica la fortuna, promettono di aiutare i più bisognosi, in caso di – improbabile – vittoria), “Ma lo sa se, con quell’euro, va al bar a bere un caffè, legge il giornale, magari fa due chiacchiere e conosce qualcuno?”, “Ma lo sa che se vincesse una cifra così grande, probabilmente non riuscirebbe nemmeno a gestirla?” (a meno che non sia Gaucci o, meglio ancora, l’attuale compagna di Fini).

Ma la Sisal non la prenderebbe bene. E d’altronde quello sul Superenalotto è un servizio di alleggerimento nel telegiornale. Mica una, pur vaga, inchiesta (sociale). Ci vorrebbe un Pasolini.

I soldi che butterete via anche stasera finiscono, in parte, nelle tasche della Sisal. L’azienda ha un fatturato di 390 milioni, 700 dipendenti (settecento!), ed un capitale sociale di 21.217.954,00 euro. La Sisal è controllata, per il 97,15%, dalla società Giochi Holding Spa. Questa società è a sua volta controllata dalla Clessidra SGR Spa e da JackPot Sarl, a sua volta controllata da Permira Europe III Fund e Apax Partner Worldwide LLP.

La Sisal è un’azienda privata che ha in concessione i monopoli di Stato. Intasca il 4,4% di quel che giocherete stasera, l’8% va alla ricevitoria, il 38,1% in montepremi e il resto (49,5%!) al Ministero dell’Economia. Paghiamo una sorta di tassa ogni martedì, giovedì e sabato (800 milioni gli euro che lo Stato incassa all’incirca ogni anno)

Un tempo, una volta alla settimana, si doveva indovinare il 13 alla schedina. Per giocarla dovevi avere almeno una vaga idea dei rapporti di forza calcistici. Il tutto unito, ovviamente, anche alla classica botta-di-culo.

Oggigiorno quello scampolo di conoscenza sportiva non è più richiesto. Nell’era berlusconiana, non solo vince solo chi ha culo, ma tutti sono scioccamente convinti di poter sfondare in questo modo. E’ una sorta di lotteria in stile Grande Fratello, aperta in ogni ricevitoria.

Ah, buona fortuna per stasera. Il banco tanto ha già vinto.

Guglielmo Tell del 2010: lupi al posto della mela

Decantata come patria della natura incontaminata, la Confederazione Elvetica da invece la caccia ai lupi. Non caccia indiscriminata, intendiamoci. Ma mirata contro il lupo (cattivo) che mangia gli animali da pascolo. L’abbattimento del raro animale era stato deciso ai primi di agosto nel Canton Vallese. E l’animale è stato ucciso da un guardiacaccia l’11 agosto, senza che la cosa abbia avuto grande eco (malgrado l’attenzione morbosa dei media per gli animali). Il maschio di lupo è stato colpito sull’alpeggio di Scex, sopra la stazione vallesana di Crans-Montana. Le autorità elvetiche, precise come da tradizione, informano che il corpo dell’animale è stato consegnato al Tierspital di Berna, per l’autopsia.

Il predatore, accompagnato da un esemplare femmina, aveva ucciso una quindicina di pecore ad inizio luglio e in seguito due bovini.

Era la prima volta in Svizzera veniva accertata la presenza di una coppia di lupi. Così il Wwf svizzero ha protestato ricordando che uccidere un lupo non risolverà il problema delle greggi che rimarranno nel mirino di altri predatori. Mentre il Gruppo lupo svizzera (GLS) deplora invece la mancanza di criteri chiari per valutare i danni al bestiame e ricorda che l’uccisione dell’esemplare maschio impedirà inoltre che in Svizzera si possa creare un branco.

Legambiente, nel chiedere che questi abbattimenti vengano fermati, ricorda che quello della Svizzera è un caso unico in Europa di fallimento del modello di convivenza: “E’ inaccettabile che nel cuore d’Europa sia consentito abbattere esemplari di una specie così importante per l’ecologia dell’intero arco alpino”,  dichiara Sebastiano Venneri, vicepresidente nazionale di Legambiente.

Oggi l’associazione ambientalista italiana ha presentato un esposto a al Consiglio d’Europa e alle autorità depositarie delle Convenzioni internazionali per la tutela dell’ambiente alpino.

“La scelta delle autorità svizzere è guidata da una miope ricerca di consenso anziché da una seria volontà di affrontare e risolvere i problemi con cui si confronta la pastorizia di montagna – commenta Damiano Di Simine, responsabile dell’Osservatorio Alpi di Legambiente -. L’attività pastorale e d’alpeggio è stata accompagnata per secoli dalla presenza di grandi predatori e non sono stati certo i lupi, assenti da tutto l’arco alpino nell’ultimo secolo, a far scomparire gli allevamenti in alta quota”.

Il 14 giugno anche in Italia era stato ucciso un lupo. Strangolato da una trappola posta dai bracconieri, sopra Sulmona, in Abruzzo.

“Sarajevo fu una città del terrore”

Dopo tre settimane di pausa, è ripreso all’Aja, il processo che vede imputato Radovan Karadžić. Ieri è stato sentito Richard Mole, testimone d’accusa. Mole, ex ufficiale inglese, durante l’assedio di Sarajevo è stato – per un periodo – a capo degli osservatori Onu in Bosnia. Per Mole la capitale bosniaca era una “città del terrore”.

Durante l’assedio (il più lungo della storia moderna: dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996), ha testimoniato Mole, non passava giorno senza un bombardamento, “trasformando Sarajevo in una città in cui ogni angolo era diventato pericoloso, in cui pensavi che ogni minuto poteva essere l’ultimo”: 100 colpi al giorno, in una giornata tranquilla; fino a 500 in giornate in cui l’attacco era più intenso. “Sto parlando solo di artiglieria pesante, e non siamo riusciti a registrare tutti i colpi”, ha aggiunto Mole.

Nel controinterrogatorio, effettuato da Karadžić, Mole ha detto che i giornali stranieri hanno comunque diffuso notizie senza prove: “C’è stato un approccio anti-serbo in alcuni media, e devo dire che ho notato la stessa cosa con alcuni dei politici che ho incontrato a Sarajevo”.

Karadžić è alla sbarra al TPI, oltre che per l’assedio a Sarajevo, anche per il genocidio di 8000 civili a Srebrenica. Anche da quelle parti, Mole, se ci fa un salto, troverà sentimenti anti-serbi.

Il processo prosegue oggi.

“Fellece Cossiga”, defensor de la causa vasca

Come prevedevo il Pnv, il partito nazionalista basco (nazionalisti “popolari”, da non confondere con Batasuna, indipendentisti di sinistra, che non condannano Eta) ha espresso la sua “profonda costernazione” per la morte dell’ex Presidente della Repubblica italiana Francesco Cossiga, che ha definito un “amico” di delle formazioni politiche e del popolo basco. In un comunicato, la formazione (che da pochi mesi è stata clamorosamente spedita all’opposizione), ha espresso il suo cordoglio.

Il Pnv ha sottolineato che Francesco Cossiga, definito “un esempio di intelligenza e di impegno”, è stato “nel suo lungo viaggio personale”, un “referente di primo piano” della politica italiana negli ultimi decenni. La formazione basca ha ricordato il “rapporto speciale” con l’ex Presidente della Repubblica Italiana con Euskadi (ossia i Paesi Baschi) e la sua “vicinanza e prossimità” con il Partito nazionalista basco. Il Pnv ha ricordato gli sforzi di Cossiga per la “normalizzazione e la pacificazione di Euskadi”. Posizioni che lo hanno portato “ad affrontare molte critiche dai partiti conservatori e dai socialisti spagnoli” (intendono il Pp e il Psoe) attacchi che respinse “con coraggio e chiarezza”.

“È morto un amico del Pnv, un amico anche del popolo basco”, conclude il comunicato che lancia un appello a tutti i baschi, a prescindere dalle posizioni politiche, perché agiscano , “per difendere la vostra terra, ritrovare la propria identità” perché “oggi, come ieri come domani” “Euskadi vuol dire libertà”.

Sul sito di Deia, intanto, si susseguono i commenti di baschi che salutano Cossiga. C’è chi scrive “Dios lo bendiga”, tanti che lo definiscono “un grande amigo del pueblo vasco”. Ma anche chi lo insulta: “Este cabrón al que ahora quereis tanto fue el que permitio que se asesinase a Aldo Moro”.

Gara, il giornale vicino a Batasuna, dopo l’esitazione pomeridiana, a sopresa ora apre l’edizione on-line con questo titolo: “Fellece Francesco Cossiga, ex presidente italiano y defensor de la causa vasca”. L’articolo parla così dello scomparso senatore a vita: «Cossiga è stato conosciuto nei Paesi Baschi per il suo importante ruolo nella difesa della causa basca, dando impulso diretto ai recenti processi politici di Lizarra-Garazi al processo negoziale 2005-2007, combattendo apertamente la politica messa fuori legge del governo di Aznar e Zapatero. Tra le altre cose, Cossiga è incontrato con esponenti della sinistra nazionalista basca (leggi Batasuna, NdA) anche se dichiarati fuorilegge. Ha ascoltato le loro proposte per la pace ed è stato coinvolto in iniziative come la “dichiarazione dei Sei”, firmata nel 2006 insieme a Gerry Adams, Kgalema Mothlante, Adolfo Perez Esquivel, Cuauhtemoc Cardenas, Mario Soares. Nel 2007 aveva concesso a noi di Gara un’intervista sottolineando come “la magistratura spagnola ha una mentalità largamente franchista ed è legata alla ideologia della Hispanidad” Aggiungendo che il Psoe, “ha una visione centralista della Spagna, a favore della repressione di qualunque movimento autonomista e indipendentista”».

Di tutte queste sue attività filo-basche non fa cenno il sito de Il Pais che – non a caso – ha la notizia nella pagina esteri (in prima ha invece Siena che difende il suo Palio) e titola su Cossiga “figura esencial del último medio siglo en Italia”. L’articolo parla di Moro, di Giorgiana Masi (dimenticata dal Tg1), del periodo da Picconatore, di Gladio e chiude con una battuta antiberlusconiana e icastica di Cossiga: “Si Berlusconi es mejor que De Gasperi, yo soy Carlo Magno”.

Ad maiora.