Urss

Mosca 9 maggio, il giorno della vittoria (photogallery)

Veterani in piazza e tutti con il simbolo di San Giorgio sulla giacca o sulle macchine:

http://italian.ruvr.ru/george_ribbon/

Si ricorda così a Mosca e in tutta la Federazione russa la vittoria sovietca contro il nazi-fascismo.

Una festa che è tornata in auge negli ultimi anni, grazie a Vladimir Putin.

Qui un po’ di scatti.

Ad maiora

9 maggio, la vera festa di Vladimir Putin (photogallery)

Masha Gessen, nel suo “Putin, l’uomo senza volto” (Bompiani), parla di “una sorta di rimorso rivoluzionario” che si vive in Russia.

Ed è un rimorso che in questi giorni che anticipano la festa del 9 maggio – vittoria sovietica contro il nazismo, festa molto sentita in Russia – è ben visibile.

In tutti i negozi, ma anche sui muri di Mosca, si vedono manifesti che inneggiano alla vittoria.

Sono quelli che la Gessen chiama “simboli del nazionalismo sovietico”, che Putin ha rispolverato.

Qui una carrellata di immagini, di poster, di murales.

Ad maiora

LE LETTERE DAL CARCERE DEL COMPAGNO HONECKER

Mentre leggevo gli “Appunti dal carcere” di Erich Honecker mi è cascato l’occhio su un servizio di un giovane collega del Tg1. Da Berlino raccontava l’intrusione del governo tedesco (con un cosiddetto Bundestrojan) nella vita privata dei suoi cittadini, attraverso un sofisticato meccanismo di controllo.

Il governo è quello della Rft (Repubblica federale di Germania). Eppure il giornalista (con immagini al seguito) parlava delle “Vite degli altri” pellicola che racconta il controllo della Stasi sui cittadini della Rdt (Repubblica democratica di Germania). Non è esattamente la stessa cosa. L’Rdt è stata assorbita, dopo la caduta del Muro di Berlino, dalla Rft. Per Honecker, che guidò la Germania socialista per quasi un ventennio, si trattò di Anschluss, un termine non usato a caso.

Il libro di Honecker (uscito in Germania nel 1990 e nel nostro paese solo lo scorso anno per le Edizioni Nemesis) è interessante perché è noto che la storia la scrivono sempre i vincitori. È invece importante leggere il pensiero di chi stava dall’altra parte del Muro di Berlino, e si battuto perché tutto quello che ha rappresentato la Germania socialista non venisse buttata via come un panno sporco. Seguendo la scia del Tg1, a me è venuto in mente quel capolavoro che è “Good by Lenin”. Lì si rideva amaramente. Nel testo dell’ex segretario della Sed (Il Partito socialista unificato di Germania) non c’è invece mai spazio per il sorriso. Anche perché è stato per larga parte scritto in carcere: Honecker processato per i crimini del Muro, verrà scarcerato solo per ragioni di salute e morirà da esule in Cile. Per il socialista tedesco fu la seconda detenzione nello stesso penitenziario di Berlino: il primo era stato durante il nazismo.

Honecker nei suoi appunti carcerari rivendica di non aver perso la fede nel socialismo e insiste sulla lotta di classe (su scala mondiale): «Attualmente teorici e uomini politici di sinistra sono riluttanti a utilizzare l’espressione “lotta di classe”, cosiccome altri concetti della teoria marxista chiari nel contenuto e cercano di sostituirli con un’illusoria guarigione, frutto della capacità autosuggestiva del capitalismo». Nel suo mirino, oggi come allora c’è proprio il capitalismo: «Lo si chiama “economia di mercato” perché si ha vergogna della sua vera natura».

Gli strali del dirigente politico (di una Germania che non c’è più) sono rivolti soprattutto verso Gorbaciov e la sua perestrojika che ha fatto franare tutto il sistema. Ma se la prende anche coi suoi ex compagni di partito che accetteranno compromessi pur di rientrare nel gioco politico della Germania unificata (in particolare Gregor Gysi che invece, personalmente, mi ha sempre fatto ottima impressione – ma io non ho una formazione marxista e quindi non sono indicativo).

Per Honecker il crollo dell’Urss è qualcosa di estremamente negativo. E’ la stessa opinione di Vladimir Putin che non a caso guida oggi la Russia con le stesse forme di controllo dei vecchi regimi socialisti.

In queste ore in cui il capitalismo finanziario vacilla (grazie anche al rating di improbabili società di revisione) le parole di Honecker non suonano però a vuoto.

Senza dimenticare, comunque che loro applicazione lasciò devastata la parte orientale della Germania (seppur, come puntualizza Honecker, dotata di buoni servizi sociali).

Ricordo quando – con l’amico e collega Walter Padovani – ai primi anni Novanta, fummo ammessi nelle sale dove gli spiati dal regime dell’Rft potevano leggere i fascicoli che li riguardavano. Dell’apertura degli archivi della Stasi mi sono rimaste impresse le tante lacrime che cadevano su documenti e fotografie: condensavano la sofferenza di chi scopriva – carte alla mano – che non solo tutta la sua vita era stata spiata, ma che in parte era stata deviata anche dal regime (con finte amicizie, finti fidanzati, finte vacanze) per carpire informazioni.

Ricordi giornalistici che mi fanno leggere con un po’ di distacco il testamento politico del compagno Honecker.

Ad maiora

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Erich Honecker

Appunti dal carcere

Edizione Nemesis

Milano, 2010

Pagg. 146

Euro 8

Libero il dissidente cubano Farinas: “Volevo far scattare le forze della repressione”

È durata solo due giorni la detenzione di Guillermo Farinas nelle carceri cubane. Il dissidente era stato arrestato mentre dal suo balcone di casa gridava slogan contro il governo e in ricordo di Orlando Zapata, il detenuto morto proprio un anno fa dopo 85 giorni di sciopero della fame.

Farinas è d’altronde un esperto di scioperi della fame: dal 2006 quando fece il primo (per protestare contro la censura su internet) ne ha portati a termine ben 23.

Lo psicologo, classe 1962, ha una storia particolare: ferito in Angola mentre serviva l’esercito cubano (con tanto di medaglia al merito) ha finito la sua “preparazione politica” in Unione sovietica. Nel 1995 è stato arrestato con l’accusa di corruzione.

Poi la dissidenza, come giornalista indipendente, al soldo degli Usa, secondo il giornale del partito comunista cubano Gramma.

Qualche mese fa, Farinas ha vinto il Premio Sakharov per i diritti umani assegnato dal Parlamento europeo. Le autorità cubane non gli hanno concesso il visto per andare a ritirare il riconoscimento.

“Sono stato liberato alle 18 di ieri (ora di Cuba, Ndr)” ha detto Farinas all’agenzia France Presse rispondendo, rispondendo al telefono dalla sua casa di Santa Clara. “Penso che il miglior tributo per onorare Zapata a un anno dalla sua morte fosse quello di far scattare le forze di repressione”.

Ad maiora.

La transizione autoritaria (e senza sindacati) dell’economia russa

«Sebbene il regime sovietico si crollato pacificamente sotto il peso dello spreco, dell’inefficienza e delle sue contraddizioni interne, la forza della sua eredità istituzionale e strutturale – dovuta alla lunga durata, alla compattezza istituzionale e al radicamento strutturale e psicologico nella società – ha esercitato una rilevante influenza ben oltre il suo crollo». Parte da queste basi l’analisi di Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky, contenuta nel volume “La Russia da Gorbaciov a Putin”, edito dal Mulino. È un’analisi sociologica della Russia moderna scritta a quattro mani ma finita a due dato che Zaslavsky, costretto ad emigrare in Usa nel 1975 è morto nel 2009. Gudkov che ha concluso il volume è il responsabile del Centro Levada, uno dei pochi istituti sociologici russi indipendenti.

L’interesse del volume sta più nelle analisi politiche, in quelle che raccontano il passaggio dall’Urss alla Federazione russa visto dal punto di vista della classe lavoratrice, della classe operaia. Scrivono i due sociologi: «La transizione russa, diversamente da quelle di Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria, è stata caratterizzata da una crescita poco lenta del tasso di disoccupazione e da una peculiare sostituzione dei licenziamenti con la riduzione dei salari (…) Da un lato, la pratica di mantenere lavoratori in eccesso ha ostacolato il cambiamento e la razionalizzazione dell’economia russa, contribuendo nel lungo periodo ad accrescere la delusione delle masse verso le riforme e la democrazia. Dall’altro, essa ha allentato la tensione sociale che si era accumulata, neutralizzando in parte il pericolo che la Russia subisse un’esplosione sociale con sviluppi simili a quelli della Germania di Weimar (…) Il modello russo di mercato del lavoro è riuscito a svolgere una funzione di ammortizzatore, mitigando le conseguenze negative che hanno accompagnato il passaggio all’economia di mercato».

Un modello differente da qualunque altro Paese, anche sul fronte dell’assenza di attività sindacali. Ma questa per Mosca e dintorni non è una novità: «Una volta uscito di scena il Partito comunista, si credeva che solo i sindacati avrebbero potuto dare voce alle proteste degli operai su licenziamenti ritenuti ingiustificati, retrocessioni, mancati pagamenti dei salari e altri abusi da parte dei proprietari e dei manager. Eppure queste fondate aspettative non si sono realizzate. Il mancato rilancio dei sindacati dimostra la forza degli atteggiamenti psicologici e culturali ereditati dal passato. I sindacati sovietici ufficiali non hanno mai avuto il ruolo di canali istituzionalizzati per l’articolazione e l’aggregazione degli interessi e delle richieste dei lavoratori. Sono sempre stati un organo settoriale dello Stato-partito, un’agenzia governativa incaricata di amministrare i fondi della previdenza sociale e di mobilitare i lavoratori per la realizzazione dei piani di produzione».

Un discorso che mi ha fatto venire in mente un quadro dipinto da Luigi Barzini nel suo “I comunisti non hanno vinto” (Mondadori, 1955): «Un generale sovietico visitava gli stabilimenti di Alexander Korda, a Londra, durante la guerra, quando il lavoro fu interrotto da uno sciopero a singhiozzo di dipendenti elettrici. Il generale sbuffò e disse: “Li lasciate scioperare? Anche da noi, una volta, scioperavano. Ma li abbiamo subito messi a posto”».

Chiosano Gudkov e Zaslavsky: «Almeno quattro generazioni di operai sovietici hanno vissuto senza diritto di sciopero e, di fatto, con il divieto di organizzare veri sindacati».

Nel libro si analizza anche la privatizzazione radicale (ma inevitabile secondo gli autori e chi scrive), che è passata però attraverso i voucher, un sistema forse efficace in presenza di una classe media, ma che ha finito per ingrassare i soliti noti: «Di fatto, tutti i vantaggi della privatizzazione sono andati alla burocrazia sovietica, e questo ha suscitato nella popolazione un rancore diffuso, l’impressione di aver subito un enorme inganno, un sentimento di forte disillusione nei confronti delle riforme: di qui la tendenza a considerare dubbia la legittimità della proprietà in quanto tale e della grande proprietà in particolare. (…) La stragrande maggioranza della popolazione russa è convinta che ogni grande ricchezza viene acquisita illegalmente». Nel 2005, è bene ricordarlo la lista di Forbes sugli uomini più ricchi del mondo comprendeva 25 miliardari russi (e il direttore di Forbes Russia, Klebnikov pagò con la vita l’inchiesta sulle quelle ricchezze accumulate: uo dei tanti delitti senza colpevoli nella Russia di Putin).

Eppure, come scrivono i due analisti, «Putin è una incarnazione dello spirito russo-sovietico, da lui condiviso con la maggioranza dei russi». Per questo regge, malgrado la crisi economica, malgrado quella che gli autori definiscono “autoritarismo senza transizione” e malgrado gli attentati terroristici che si susseguono a Mosca.

Ad maiora.

Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky

La Russia da Gorbaciov a Putin

Il Mulino

Bologna, 2010

Pagg. 208

Euro: 15