Ramzan Kadyrov

La pistola d’oro

Si vantava di aver scoperto Gheddafi nel tunnel nel quale il dittatore libico si rifugiò per evitare di essere lapidato.
E si faceva fotografare con la pistola d’oro strappata al tiranno e forse usata contro di lui.
Ora Omran Shaban, 23 anni, sarebbe morto dopo essere stato catturato e seviziato dai lealisti.
Odio le armi e quelle d’oro mi disgustano.
C’è un altro dittatore che ne va fiero. È quel Ramzan Kadyrov che Putin ha messo alla guida della Cecenia.
Per lui mi auguro un sereno processo.
Per crimini contro l’umanità.
Ad maiora

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Pistola!

Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari.
Anton Čechov
(in Haruki Murakami, 1Q84, Einaudi, 2011)

Ad maiora

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PUTIN? FARA’ LA FINE DI FRANCO O DI MUSSOLINI

Dopo due soli minuti dal nostro incontro (per un’intervista televisiva) con la sfrontatezza che mi caratterizza, informo Julia Latinina che a dicembre come Annaviva pensiamo di tornare a Mosca per seguire le elezioni politiche. Lei che da anni sfida il regime putiniano, sorride e mi risponde: “Elezioni? Ci sono ancora le elezioni nel mio paese?”.

Classe 1966, la rossa Latinina (mi ha ricordato la Bocassini, non solo per la tonalità dei capelli) è in Italia per presentare “Il richiamo dell’onore” (Marco Tropea), bel romanzo nel quale racconta quel micidiale mix di violenza e affari illeciti che caratterizza il Caucaso. Quando le chiedo quale se, per la Russia, il problema principale sia il terrorismo o la corruzione, mi ribatte domandandomi se sia nato prima l’uovo o la gallina.

Julia è considerata l’erede di Anna Politkovskaja. Ma chiunque lavori per la Novaja Gazeta e non abbia peli sulla lingua nel denunciare il tandem Putin-Kadyrov, non può non fare tornare alla mente la collega assassinata cinque anni fa.

Nel libro la Latinina affronta il nodo del Caucaso raccontando le gesta di un terrorista (Nijazbek, nome che fa anche il titolo originale dell’opera) che cerca, a suon di uccisioni, di imporre una sorta di logica fatta di islam e regole di rispetto clanico, ma anche di buon buon senso: «La vita di Nijazbek era guidata da un principio fondamentale: fare ciò che doveva essere fatto e farlo nel momento giusto. Nijazbek disprezzava le persone che passavano la vita a cercare scuse per non fare quello che era necessario fare». Se Salvatores invece che Lilin avesse letto la Latinina forse avrebbe tratto da questa storia il suo film (ma di sicuro non avrebbe goduto degli stessi fiumi di inchiostro su Repubblica).

Alla fine, come si conviene a queste storie russe (inventate o meno) muoiono tutti o quasi. Guerriglieri islamici come plenipotenziari russi che cercano di mettere insieme i cocci di un matrimonio – quello tra il Cremlino e il Caucaso – finito da decenni.

Nel “Richiamo dell’onore” non si uccide ma si mutila perché «i morti riposano sottoterra e nessuno li vede, i mutilati invece li vedi nelle stazioni del metrò che chiedono la carità». È la stessa terribile logica con la quale un guerrigliero-terrorista in sedia a rotella non può fare altro che usare le armi perché «con la sua invalidità non è in grado di picchiare nessuno: non può far altro che ammazzare». O per la quale un altro leader caucasico «si comportava con gli esseri umani come se fossero insetti: e si sa che gli insetti, se maltrattati, possono pungere».

Anche in Cecenia, come ricorda benissimo la collega Latinina, il 4 dicembre si voterà per le politiche. L’ultima volta il partito del potere putiniano (Russia Unita) raggranellò solo il 99,5%. Nel romanzo, si capisce il meccanismo di questa larga vittoria: «Nella fase di conteggio dei voti, un fucile puntato alla testa di uno scrutatore o di un presidente di seggio vale più della volontà espressa da mille elettori».

«La Cecenia – ha spiegato Julija Latinina nell’intervista – dopo l’assassinio di Anna Politkovskaja e soprattutto di Natalia Estemirova è diventata un buco nero dell’informazione: nessuno può più fare reportage da lì». E quando le chiedo cosa pensa del ritorno di Putin al Cremlino prima è tagliente («non è che ci torna, non se ne è mai andato») poi definitiva: «I presidenti a vita finiscono in due modi: o come Franco o come Mussolini”.

Ad maiora

Andrea Riscassi

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Julia Latinina

Il richiamo dell’onore

Marco Tropea editore

Milano, 2011

Traduzione (veramente bella): Mario Alessandro Curletto

Pagg. 318

Euro 17

Oleg Orlov di Memorial

Omicidio Estemirova: finirà per pagare solo Orlov?

In attesa che, a quasi due anni dal suo omicidio, la giustizia russa trovi chi ha assassinato la giornalista (e attivista dei diritti umani) Natalija Estemirova, sta per arrivare a sentenza un processo parallelo.

A qualche giorno da quel terribile assassinio infatti, Oleg Orlov, capo di Memorial (una delle migliori ong russe, per la quale la stessa Estemirova lavorava) aveva accusato il presidente ceceno Ramzan Kadyrov di essere responsabile di quella morte.

Kadyrov l’ha querelato e ora, dopo un lungo processo, la procura ha chiesto al un tribunale di Mosca di comminargli una multa di 150 mila rubli.

Olov è accusato di calunnia e rischia una pena fino a tre anni di reclusione. Kadyrov spera ancora nel massimo della pena. Il leader di Memorial, in aula, non ha ritirato le sue affermazioni parlando di una responsabilità non diretta ma oggettiva. Sostenendo che è stato il clima creato dal giovane presidente ad aver lasciato mano libera a questi assassini.

La sentenza è prevista per martedì.

Il Parlamento europeo ha condannato il processo a carico di Orlov, che ha vinto il premio Sacharov per i diritti dell’uomo.

Sull’omicidio Estemirova si è ancora in attesa che (dopo le dichiarazioni propagandiste del presidente Medvedev di un anno fa: “Abbiamo individuato il killer”) qualcuno scopra chi l’ha rapita e assassinata.

E soprattutto per conto di chi.

Ad maiora.

Natalija Estemirova

Serata in ricordo di Natalija Estemirova

Venerdì sera (20 maggio) l’associazione Annaviva organizza una serata in in ricordo di Natalija Estemirova.

Ci troveremo dalle 20.45 alla Libreria Popolare di Via Tadino 18 a Milano.

La scorsa estate il prendente Medvedev annunciò che erano stati individuati i killer della giornalista russa uccisa tra la Cecenia e l’Inguscezia nel luglio 2009. La stampa di tutto il mondo (e anche la distratta politica internazionale) si accontentò di quella dichiarazione propagandistica. Sono passati dieci mesi e i killer, sempre che fossero stati veramente individuati, se ne vanno a spasso per la Federazione Russa o magari per l’Europa.

Assassinata a colpi di makarov 9 mm, la stessa arma che usarono per uccidere Anna Politkovskaja. Una pistola un tempo in dotazione alle forze armate sovietiche. Per Natalija come Anna, stranamente, non sono mai stati trovati gli esecutori materiali.

Le due giornaliste erano d’altronde attive sul fronte dei diritti umani ed erano invise a quel presidente ceceno (l’impresentabile Ramzan Kadyrov) grazie ai cui petrorubli si è assistita qualche giorno fa alla patetica partita di calcio che ha visto protagonista anche Maradona. Triste esempio di uno spettacolo globale del quale lo sport è uno dei principali motori.

Di questo e di altro parleremo venerdì sera a Milano. Ascoltando Fabrizio Ossino, che si è da poco laureato alla Sapienza di Roma con una tesi su come i media europei hanno coperto l’omicidio Estemirova.

Con imbarazzanti risvolti anche per il giornalismo nostrano.

Vi aspettiamo.

Ad maiora