Month: agosto 2010

Solidarnosc, trent’anni dopo

Una delle mostre allestite al Meeting di Rimini riguarda “Danzica 1980” e ha come sottotitolo “Solidarnosc”, un nome che richiama alla mente una stagione di rivolta contro il regime comunista di Varsavia.

Scoppiò proprio nell’agosto di trent’anni fa. Un volantino fatto circolare nelle fabbriche chiedeva di protestare contro il licenziamento di Anna Walentynowicz. In diciassettemila risposero all’appello e la storia cambiò il suo corso. Anna Walentynowicz è morta poche settimane fa, nella tragedia aerea di Smolensk.

Alla mostra fotografica (curata da Sandro Chierici, Annalia Guglielmi e Daria Rescaldani, con foto di Chris Niedenthal, fotoreporter anglo-polacco che ha vinto il World Press Photo grazie a un ritratto dell’ex leader comunista ungherese Janos Kadar) si viene accolti da un grande cancello sul quale è esposto uno striscione del movimento sindacale guidato da Walesa (di cui c’è un bel ritratto giovanile).

Grande attenzione è data ovviamente ai momenti religiosi che accompagnavano le manifestazioni di protesta e con foto di Jerzy Popieluszko, il sacerdote che diceva messa agli operai in sciopero e che venne assassinato da funzionari del ministero dell’Interno della Repubblica Popolare di Polonia. Proprio stasera qui a Rimini è stato proiettato il film sulla sua vita “Non si può uccidere la speranza”.

In uno dei pannelli, la rivolta di Solidarnosc è spiegata così da Jozef Tischner, altro prelato vicino al movimento sindacale: “La ribellione degli operai polacchi del 1980 è stata una ribellione contro la patologia del lavoro. In che cosa consisteva questa patologia del lavoro? Diremo brevemente che in Polonia si era verificato il fenomeno del lavoro senza senso. Restituire al lavoro una dimensione etica significa far sì che il lavoro serva alla comprensione tra uomo e uomo. Questo è l’ethos del lavoro. L’ethos del lavoro è per il lavoro ciò che il bello è per l’opera d’arte. Un’opera d’arte priva di bellezza non è un’opera d’arte. Un lavoro che non serve alla comprensione non è lavoro”.

L’ultima sezione è dedicata a “Solidarnosc e noi”, ossia come dall’Italia si appoggiò il sindacato di Walesa. Proprio l’ex presidente polacco nel 1990 venne al Meeting, accolto come un eroe.

L’ex Premio Nobel per la Pace (che ha 8 figli) ora ha un ruolo marginale nella Polonia moderna. È una cosa che però ha faticato ad accettare: l’ultima volta che si è presentato alle urne (nel 2000) non ha raggiunto l’1% dei voti. Ma queste foto raccontano come, in quella lontana estate polacca, fosse l’uomo giusto al momento giusto.

Bagni di folla per non far dimenticare Haiti

“Ci sono tantissime persone che hanno fatto ben più di me”. Quando dice queste parole, Fiammetta Cappellini, responsabile dell’ong Avsi ad Haiti, e’ sincera. Nelle prime ore dopo il devastante terremoto che ha provocato 230 mila morti e quasi un milione di senza casa, l’avevo intervistata via Skype: aveva quella sana ritrosia bergamasca verso noi giornalisti. Poi arrivo’ a Port au Prince il Tg1 e mando’ in onda le immagini di Fiammetta che, in lacrime, rimandava – via aereo – in Italia il suo piccolo bambino. Aveva scelto di continuare ad aiutare i più bisognosi. Una scelta che la mise al centro della scena, che fece percepire a milioni di persone il ruolo complesso dei cooperanti. La tv, per una volta utile, facendo vedere la tragedia haitiana con gli occhi di questa giovane donna italiana, permise a tutti di immedesimarsi con la tragedia. Non e’ successo ad esempio con il Pakistan, che pure e’ lontano quanto Haiti (ma il regime di Islamabad “paga” anche il suo essere islamico e non anti-talebano).
Oggi davanti a una platea sterminata qui al Meeting di Rimini, Fiammetta ha spiegato quanti hanno criticato la sua scelta di separarsi dal figlio per aiutare i figli degli altri. Ricordando che per lei, che si professa cristiana, tutti i bambini sono suoi figli e facendo presente che il suo Alessandro aveva una possibilità di scelta, una via di fuga. I bambini haitiani, purtroppo, no.
Ora Fiammetta ha riportato ad Haiti il figlio perché crede che l’isola si risolleverà, perché e’ convinta che la tragedia possa essere un’opportunità per uno Stato orgoglioso, già poverissimo prima del terremoto. Ma gli aiuti dovranno continuare ad arrivare, non potranno cessare solo perché si sono spente le telecamere dei tg e gli articoli sui giornali.
Per questo la Cappellini, vincendo la timidezza, fa questi bagni di folla e si sottopone a una serie di interviste tutte uguali. Ma sono certo che non vede l’ora di tornare a lavorare ad Haiti.

Meeting impermeabile alla crisi

Al Meeting non si percepisce la crisi politica in cui si dibatte il centro-destra. Da tempo Cl ha stretto alleanza (tattica) con Berlusconi ma ora non sembra domandarsi che ne sarà della Pdl, se si andrà a votare. Del Movimento, qui tra le grandi vetrate della Fiera di Rimini, si percepisce che si sente una (come direbbe Veltroni) “forza tranquilla”, impermeabile alle mareggiate finiane.
Qui non c’è crisi. La Fiera e’ piena come un uovo (per lo più ragazzi) e gli alberghi riminesi ringraziano ogni anno per l’intuizione avuta da un manipolo di ciellini nel 1980: portare, con questa manifestazione, migliaia di persone, in una settimana nella quale i turisti rientravano per il contro-esodo.
Il meeting è fatto di dibattiti che iniziano alle 11 di mattina e terminano nel tardo pomeriggio. La sera, concerti e spettacoli teatrali. Con tutti i posti occupati.
Gli incontri non prevedono contraddittorio. Quello sull’energia, che ho seguito oggi, aveva 5 relatori su 5 pro-nucleare.
Tra i numerosissimi stand si trovano anche donne ugandesi che creano collane (coloratissime) di carta riciclata e che, vendendole, finanziano la costruzione della scuola per i loro figli. Il tutto grazie all’aiuto di Avsi, una delle ong (che aderisce alla Cdo), cui personalmente sono più affezionato. Grazie al sostengo a distanza continuano a operare anche in Libano e a Haiti, luoghi purtroppo ormai dimenticati da noi giornalisti.

Mondadori: mal di pancia tardivi

Trovo un po’ patetico il dibattito scaturito dai “mal di pancia” di Vito Mancuso verso il suo editore, la Mondadori di Silvio Berlusconi.
Fa un po’ ridere che il teologo si sia accorto solo ora (di fronte al provvedimento legislativo che, evitando l’ultimo passaggio fiscale, consente alla casa editrice del presidente di risparmiare soldi e tempo) del “conflitto di interessi”.
Fa sorridere che Mancuso si rivolga al “partito di Repubblica” per chiedere agli altri intellettuali se pensino di lasciare la Mondadori. Come se scelte di questo genere potessero essere collettive e non individuali.
Fa tristezza d’altronde anche il fuoco di sbarramento degli intellettuali berlusconiani. Il tutto da il senso di come e dove siamo finiti.
Per quanto mi riguarda trovo surreale, da tempo, che per Mondadori scrivano i leader della “sinistra”. In questo modo diventano ricchi, ma al contempo finanziano Berlusconi. Lo stesso fanno tutti quelli che pubblicamente parlano di SB come “male assoluto” e poi sottoscrivono contratti per film o libri coi suoi collaboratori.
Per coerenza, almeno non facciano finta di indignarsi.

La Russia si rinforza in Caucaso (sempre caldo)

I russi rinforzano la loro base militare di Gumri in Armenia. Un presidio militare presente dal 1995, dotato di missili S-300 e con 3500 soldati. L’accordo russo-armeno prevedeva uno smantellamento nel 2015. Da ieri (grazie a un protocollo siglato a Erevan) è stato prorogato fino al 2044.

Una mossa simile a quella operata da Mosca con l’Ucraina (di Yanukovich) per la flotta in Crimea. Lì la permanenza era garantita fino al 2017, ora è stata allungata fino al 2042. Un accordo che l’opposizione filo-occidentale alla Rada non aveva apprezzato.

In Armenia nessuno ha protestato. L’iniziativa moscovita si integra con il posizionamento dei missili in Abkhazia e segna un ulteriore tassello messo dai russi nello scacchiere caucasico. Ormai sempre più sotto il controllo moscovita.

La zona è comunque in ebollizione.

Venerdì notte le forze di sicurezza russe hanno ucciso (“liquidato”, scrivono i siti russi), in Daghestan, un leader ribelle sospettato di aver organizzato il doppio attentato del 29 marzo contro la metropolitana di Mosca, in cui morirono 40 persone. Magomedali Vagabov è stato ucciso assieme ad altri quattro combattenti ,nel corso di uno scontro a fuoco con gli agenti russi.

Ieri a Groznij, capitale della Cecenia, un militante islamico Khamzat Shemilev si sarebbe fatto esplodere dopo essere stato circondato dalle forze speciali. Tra gli agenti, un morto e 15 feriti. Shemilev era sulla lista dei ricercati più pericolosi.

Qualche giorno fa una bomba era esplosa di fronte a un bar di Piatigorsk, nel Caucaso del Nord. 22 i feriti di cui sette gravi. Sul luogo dell’attentato è arrivato anche il presidente Medvedev, promettendo che saranno catturati i terroristi.

Speriamo che si ricordi di far arrestare anche l’assassino della Estemirova, attivista dei diritti umani, ammazzata sempre nel Caucaso: nell’anniversario dell’omicidio, a luglio, aveva assicurato che era stato individuato.