Month: luglio 2010

Omicidio Gongadze: sapremo mai la verità?

In una conferenza stampa organizzata a Kiev il procuratore generale ucraino Oleksandr Medvedko ha ribadito che c’è un solo sospetto nell’omicidio del giornalista Georgij Gongadze.

Georgij, giornalista d’opposizione, 31 anni, autore di decine di inchieste scomode per il regime di Kuchma, fu rapito e decapitato il 16 settembre del 2000. Il suo corpo fu trovato a novembre, in una foresta non distante dalla capitale ucraina. La madre non ha mai consentito la sepoltura in assenza della testa del figlio, chiedendo di riaprire le indagini sulla sua fine. L’omicidio (per il quale furono sicuramente coinvolti i servizi segreti ucraini) diede il la a oceaniche manifestazioni di protesta che anticiparono la rivoluzione arancione (ora in soffitta).

Per la giustizia ucraina, o meglio per questo nuovo filone d’indagine, l’omicidio del giornalista fu opera solo di Oleksij Pukach, ex capo della divisione principale indagine penale presso il Ministero del sorveglianza unità straniere. Pukach, a lungo latitante, è in cella dallo scorso anno. La procura conta di chiudere le indagini su questo filone entro agosto. Nel 2008, sempre per lo stesso omicidio erano stati condannati a pene tra i 12 e i 13 anni di carcere tre ex agenti del servizio di sicurezza ucraino.

Lesia, la madre di Georgij, qualche giorno fa ha incontrato il presidente ucraino Yanukovich cui ha ribadito la richiesta di rimuovere la statua in onore del figlio eretta a Kiev dall’allora presidente Yushenko. È convinta che il corpo trovato nel 2000 non sia quello del figlio.

Come per il caso Politkovskaja, nessuno ha mai cercato i mandanti dell’omicidio.

Altro suicidio in carcere: siamo a 38

Secondo Riccardo Arena che per Radio radicale cura la trasmissione Radio carcere (da consigliare, pur nella tristezza del momento, vero servizio pubblico, la trovate cartacea il mercoledì col Riformista, questo il link: http://www.radiocarcere.com/) aveva già minacciato di togliersi la vita tagliandosi la gola (anche se consiglia di aspettare di capire se sia trattato di un gesto di autolesionismo finito male o di un vero e proprio suicidio).

Andrea Corallo aveva 39 anni. Era detenuto nel carcere Bicocca di Catania dall’aprile 2008. Si è ucciso, recidendosi la carotide, questa mattina, mentre si faceva la barba. I due detenuti in cella con lui sono sotto stati interrogati. E’ il trentottesimo cittadino detenuto che si toglie la vita nel 2010. Si sono suicidati anche quattro agenti penitenziari e un dirigente generale.

Dice Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Penitenziari: «Abbiamo la sensazione che nemmeno questa strage silenziosa che si consuma all’interno delle nostre degradanti prigioni scuota dal torpore una classe politica che ha, evidentemente, accantonato la questione penitenziaria. Nelle nostre galere si continua a morire. E’ forse il caso di approfondire ed investigare? Noi diremmo anche di risolvere. Invece nulla. Tutto è rimesso alla sola buona volontà ed alle evidenti capacità del personale. Si continuano ad ammassare persone in spazi che non ci sono. Il personale deve rinunciare ai diritti elementari e sottoporsi a turni massacranti per reggere la baracca. La questione penitenziaria, nella sua drammaticità, è anche una questione morale. Per i tanti sprechi. Per l’incapacità di risolvere. Per l’indecenza delle strutture. Per il degrado degli ambienti. Per i rischi igienico-sanitari. Riceviamo continui inviti – prosegue Sarno – da parte del DAP a non allarmare. Noi non allarmiamo. Informiamo sulle gravi realtà, nel tentativo di scuotere le coscienze. La società e la stampa, però, appaiono  indifferenti ai drammi quotidiani che si consumano all’interno di quelle mura che sempre più sono il confine tra civiltà e inciviltà».

Ieri il Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, della Calabria ha proclamato lo stato di agitazione per denunciare la «drammatica situazione nelle quali versano le carceri».

I detenuti, secondi gli ultimi dati diffusi, sono 67.452 (24.922 stranieri) a fronte di una capienza di 43.000 posti: 29.791 sono in attesa di giudizio, 35.708 i “definitivi”. L’incremento delle persone in carcere è di un migliaio al mese.

La Sicilia con 8.043 carcerati è la seconda regione italiana (prima è la Lombardia conn 9.067 detenuti).

Il penultimo suicidio in carcere è stato nello scorso week end, nel penitenziario di Caltanissetta. A impiccarsi al braccio della doccia, Rocco Manfrè, 65 anni, arrestato (solo due giorni prima) con l’accusa di concorso in omicidio.

Berezovskij paga il conto. All’ex moglie

Boris Berezovskij vive da anni circondato da guardie del corpo che ne proteggono la vita e che cercano di evitargli di fare la fine di Litvinenko (l’ex spia russa avvelenata dal polonio: i russi hanno cercato di accusare anche di questo Berezovskij, ma gli hanno attribuito anche l’assassinio Politkovskaja, per gettare discredito su Putin).

La giustizia russa continua a chiederne l’estradizione, ma quella inglese si oppone. E’ uno dei personaggi più discussi della diaspora russa anti-putiniana. Ha tenuto testa al regime moscovita (nel quale è cresciuto). Ma non ha potuto fare niente contro le richieste economiche dell’ormai ex moglie.

Per il magnate russo, 64 anni, che vive -esule- a Londra, oggi è arrivata una sentenza capace di mettere in difficoltà anche un riccone come lui. La seconda consorte, Galina, ha chiesto e ottenuto dal tribunale che la risarcisca con 100 milioni di sterline. Alla prima moglie ne aveva dovuto dare “solo” 48.

Berezovskij che a soldi deve esser messo bene (un miliardo di sterline, si stima: soldi fatti anche grazie alle privatizzazioni selvagge ai tempi del vecchio Eltsin e del giovane Putin), non si è opposto alla decisione del tribunale. La più rilevante mai pronunciata da una corte inglese.

I due erano sposati da 18 anni (ma avevano vissuto sotto lo stesso tetto solo per due) e avevano due figli. Lei si era stufata di essere chiamata “la moglie dell’oligarca” e accusava lui di “comportamento irragionevole”.

Bruscolini a confronto delle parole dettate da Veronica Lario poco più di un anno fa all’Ansa, quando disse che “mio marito è malato e ha bisogno di essere curato”. A Veronica Berlusconi è andata comunque peggio: ha ottenuto da Silvio 300 mila euro al mese (più la villetta di Macherio)

Nell’istanza di divorzio, Galina Gorbunova che ha 51 anni, si è definita housewife, casalinga.

No so se, con tutti quei soldi, possa definirsi disperata.

Un cantiere per L’Aquila

Nei primi giorni dopo il terremoto aquilano la si vedeva ovunque. La sua statura non da giocatrice di basket non le impediva di sovrastare i molti politici che accorsero da quelle parti solo per farsi un po’ di pubblicità (compreso il presidente americano).

Sono rimasto francamente stupito quando Stefania Pezzopane è stata sconfitta alle ultime elezioni amministrative. Non sono aquilano e quindi non posso giudicare il lavoro fatto. Sono soltanto un giornalista che è venuto da quelle parti per fare il suo mestiere. Ma tra le poche persone delle quali, a pelle, ebbi un’ottima impressione, lei c’era di sicuro.
Battuta alla presidenza della Provincia aquilana, vedo che non ha smesso di impegnarsi. Oggi sul sito di Articolo 21 (www.articolo21.org) c’è un articolo il cui lei stessa annuncia la nascita del Cantiere AQ, presentato qualche giorno fa nella zona rossa della città (http://www.articolo21.org/1517/notizia/laquila-cantiere-di-unitalia-nuova.html).
Con un obiettivo (lo stesso che ha avuto anche il sindaco aquilano qualche settimana fa invitando i direttori a vedere la “ricostruzione”): riportare al centro dell’attenzione questa bellissima provincia distrutta dal terremoto. Una provincia dimenticata dai tg che non hanno raccontato la plateale manifestazione in autostrada e che hanno dato la colpa agli aquilani in corteo a Roma (rectius, ai cosiddetti infiltrati) anche per le manganellate prese (la cui eco ha consentito almeno il rinvio delle tasse, però).
Il manifesto dell’associazione, cui faccio i miei miglior in bocca al lupo lo trovate a questo sito:
Ad maiora. Evviva il popolo delle carriole.

Riesumato Ceausescu

Furono uccisi il giorno di Natale del 1989, oggi i loro corpi sono stati riesumati per verificare se nel caos della rivoluzione romena (da molti vissuta come null’altro che un colpo di stato- gestito dalla Securitate o da settori del Partito), furono proprio i loro corpi quelli seppelliti nel cimitero di Ghencea, a Bucarest. Nicolae ed Elena Ceausescu tornano quindi alle cronache, dopo anni di oblio.

La faccia stupita di lui e la moglie il 21 dicembre mentre la folla li contesta è l’ultima che ci riservano dittatore e signora ancora liberi. I due furono condannati a morte per genocidio dopo 55 minuti di camera di consiglio di un tribunale rivoluzionario. 100 i colpi del plotone di esecuzione. Per diffondere le foto, al dittatore fu risparmiato il volto. Non così alla moglie.

I due sarebbero seppelliti nel cimitero di Ghencea, non lontano dallo Stadio della Steaua. Le tombe – sempre che siano le loro – sono lontane, ai due lati opposti del cimitero. E’ sepolto lì anche il figlio Nicu, alcolizzato e morto di cirrosi dopo essere stato rilasciato dal carcere, dove era stato condannato a vent’anni per malversazione di fondi.

Nello stesso cimitero è seppellito anche Ilie Verdet, primo ministro socialista tra il 1979 e il 1982: al momento della rivoluzione si proclamò capo del governo provvisorio. Fu il più breve della storia. Dopo 20 minuti fu deposto da Ion Iliescu, che poi divenne ben due volte presidente della Repubblica. Verdet, morto nel 2001, era sposato con Reghina, una delle sorelle di Ceasuscu.