Distratta come è ovvio da quel che accade nel Mediterraneo, la (dis)Unione europea non starà badando molto a quel che accade in uno dei suoi vicini orientali di casa: l’Ucraina.
Qui da un lato si è avviato un processo post-sovietico contro l’ex primo ministro Julia Timoshenko, alla sbarra per aver firmato un accordo svantaggioso sul gas con Putin (ma soprattutto per aver eliminato gli oligarchi che facevano da filtro – guadagnandoci come un Lavitola qualunque- tra Gazprom e Naftogaz) e mandata in cella per oltraggio alla corte.
Dall’altro il presidente filo-russo Janukovich prova ad aprire all’Unione europea, scrivendo un libro in inglese e spingendo Alexandr Motyl di World Affairs a parlare di “Ukraine’s Orange Blues”:
http://www.worldaffairsjournal.org/new/blogs/motyl/Yanukovych_Turns_West
Basta leggere i primi commenti al post per rendersi conto della strumentalità della proposta da parte di chi ha “svenduto la sovranità” mantenendo la flotta russa in Crimea (sempre per via del gas, ossia per avere un sostanzioso sconto).
Ma non è comunque la prima volta che, anche dal fronte del Partito delle Regioni ora al governo, arrivano aperture verso Bruxelles. L’asse tra Mosca, Berlino e Roma (cui ora si è aggiunta Parigi) continua pervicacemente a costruire o progettare gasdotti (Nord e South Stream) che hanno il compito di tagliar fuori l’Ucraina (e la Bielorussia) dal tragitto del metano verso l’Europa.
Se a Bruxelles qualcuno fosse ancora interessato a un minimo di indipendenza della politica estera (ed energetica, che – come si vede in Libia- sono ormai la stessa cosa) sia da Mosca che da Washington forse sarebbe il caso che desse ascolto a Janukovich. Chiedendo magari in cambio di un’apertura di credito, più democrazia (e meno processi politici).
A volte è infatti più facile farsi capire da chi è apparentemente lontano, da chi apparentemente la pensa come noi.
Ma questo significherebbe avere una strategia europea. Un ossimoro, al momento.
Ad maiora
