Day: 17 settembre 2011

IL PROBLEMA DI MILANO NON E’ IL TRAFFICO

La prima sensazione sgradevole (magari superficiale e di poco interesse per i non milanesi) dalla lettura del libro di Gianni Barbacetto e Davide Milosa “Le mani sulla città” (Chiarelettere, in uscita oggi) è che è difficile mangiare in molti ristoranti e bere caffè in molti bar senza finire, inconsapevolmente, nei locali gestiti dalla ‘Ndrangheta, aiutando così il riciclaggio di denaro sporco.

La mappa con cui si apre il libro è niente rispetto alla lettura del testo dove si incappa nei locali frequentati e gestiti dagli uomini d’onore un po’ ovunque. E stiamo parlando di Milano, non di Buccinasco (seppure nel libro si parli abbondantemente anche delle infiltrazioni in tutta la Lombardia, dall’ex insospettabile Pavia o al varesotto del ministro Maroni).

La seconda amara considerazione è che la politica non si è accorta di queste mani sulla città. Per fare il verso a Jhonny Stecchino il problema di Milano non è davvero solo il traffico:

http://youtu.be/kAgj9mzbnTA

La classe politica (soprattutto nel Pdl, ma non mancano esponenti leghisti e del centro sinistra) non solo non ha contrastato la ‘Ndranghetama ci si è spesso fidanzata, in cambio di voti, di preferenze. I lavori concessi (anche consentendo la violazione di leggi e consentendo subappalti di subappalti, che finiscono nelle mani di società gestite dai clan) per le grandi opere (movimento terra, ma non solo) sono finiti spesso agli amici degli amici. Che vivono al nostro fianco, che hanno uffici in centro, che lavorano all’ombra dell’Ortomercato (dove avevano anche aperto una discoteca), che gestiscono società immobiliari a cento passi dal Duomo di Milano. “Barbaro-Papalia: i padroni di Milano” si intitola uno dei più interessanti paragrafi del volume di Barbacetto e Milosa.

I 300 arresti dell’operazione Infinito (tra Reggio Calabria e Milano, nel 2010) sono lì per fortuna a ricordare che se le politica dorme, la magistratura (soprattutto grazie alle vituperate intercettazioni) sta cercando di contrastare il predominio mafioso al Nord. Anche quassù, a leggere il libro, si capisce che l’omertà è arrivata senza che fosse stata mandata – come i mafiosi – in domicilio coatto. Scrivono i colleghi del Fatto quotidiano: «In Sicilia Confindustria minaccia l’espulsione per gli imprenditori che non denunciano il pizzo. Al Nord il silenzio è di piombo. Gli imprenditori sono spesso vittime consapevoli, in ultima analisi, dei loro estorsori».

D’altronde un mafioso, intercettato, spiega così il “rito ambrosiano”: «Non è che facessero omicidi, spargimenti di sangue o cose strane, faide, come fanno giù in Calabria, che si ammazzano 30,40 per volta. Capito? Qui era… tutto… tranquillo». Scrive il giudice Gemma Gualdi in una sentenza di primo grado del novembre 2010: «L’associazione è radicata nella matrice criminale “’ndrangheta”, ma è stabilmente residente e operante in Milano, con raggio d’azione esteso a tutto il territorio nazionale. Si differenzia per modalità operative da quelle che sono le tradizionale associazioni di stampo mafioso, ma facendo sempre ricorso al metodo mafioso. Questa è la specificità dell’associazione criminosa mafiosa gestita da Onorato, l’intelligenza, se si può dir così, dimostrata negli anni del suo capo: aver inteso che in territorio lombardo l’associazione criminosa deve assumere caratteristiche analoghe a quelle di una società di capitali, deve badare ai dati di bilancio, deve usare il linguaggio commerciale proprio delle realtà professionali che pervadono il territorio in cui gli imputati operano e i crimini vengono commessi«». E infatti la mafia al nord si è milanesizzata, viaggia in business o in suv e parla d’affari.

Le ‘ndrine sono talmente radicate che a Milano sono venuti per ricevere ordini i killer di Fortugno.

E si trovano bene da queste parti perché la città è una delle capitali europee della cocaina (sia per consumo che per smercio), elemento base su cui si fonda la ricchezza della mafia calabrese. Forse per questo anche qui si organizzano i matrimoni di mafia (il pentito Antonino Belnome, nell’appendice,  scrive in un memoriale: «Ancora oggi in Calabria non ostante siamo nel duemilaeundici, esistono “matrimoni combinati” fra figli di “affiliati”, così da consolidare i rapporti con le famiglie di”ndrangheta”: agli “uomini di ‘ndrina” non interessa come priorità la felicità della figlia, ma il suo primo pensiero sarà il suo “onore” che per nessuna cosa al mondo potrà essere scalfito».

“La mafia a Milano non esiste” si dice dai tempi di Pillitteri. Leggendo questo libro ci si rende conto una volta di più che così non è mai stato e non è ora. Che anche dalle nostre parti ormai è radicata, che traffica droga, compra negozi, sposta terra, uccide, chiede il pizzo, minaccia, picchia i sindacalisti che le si oppongono, fa arrivare proiettili ai politici chela osteggiano. Speriamoche in vista dell’Expo, si decida al più presto di avviare quella commissione (o comitato) antimafia che la città sta aspettando dalla vittoria di Pisapia.

Ad maiora.

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Le mani sulla città. I boss della ‘Ndrangheta vivono tra noi e controllano Milano

Gianni Barbacetto e Davide Milosa

Chiarelettere

Milano, 2011

Pagg. 469

Euro: 16,60

SE PARITA’ SIGNIFICA FARE A PUGNI

Ricevo e volentieri pubblico questa riflessione dell’amica avvocata Ileana Alesso sulla parità di genere e la violenza.

A pochi giorni dallo spettacolo “Elsa K.”, mi sembra un interessante (e condivisibile) punto di vista.

Ad maiora.

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(tratto dal settimanale on line Arcipelago Milano, 14 settembre 2011, di Ileana Alesso)

“Avete voluto la parità dei diritti. Avete cominciato a scimmiottare l’uomo. Voi portavate la veste, perché avete voluto mettere i pantaloni? Avete cominciato con il dire : abbiamo parità di diritto e perché io alle 9 di sera debbo stare a casa, mentre mio marito, il mio fidanzato, mio cugino, mio fratello, mio nonno mio bisnonno vanno in giro ? … Se questa ragazza fosse stata a casa, se l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente”. La citazione è tratta dalla arringa … del difensore di uno dei quattro stupratori di una ragazza di 18 anni intrappolata nella casa di uno di loro con la scusa di una proposta di lavoro. L’arringa risale al 1979 ed è tratta dal noto e drammatico documentario “Processo per stupro”.

Forse non è ozioso ricordare che il 90 per cento della violenza sulle donne è di origine “domestica” … causata dal marito, compagno, fidanzato o convivente. Ma il punto è un altro: la settimana scorsa a Milano un uomo, urlando verso una ragazza “fai l’uomo ? e allora le prendi”, ha preso a pugni fratturandole il setto nasale una ragazza omosessuale che era al ristorante con la sua compagna. La sua colpa essersi scambiata fotografie ed effusioni prima di essere aggredita e mandata all’ospedale dall’energumeno calvo e tatuato del tavolo accanto.

E il punto non è nemmeno solo l’omofobia. Lo dico senza tema di equivoco avendo difeso alla Corte Costituzionale il matrimonio same sex che ha portato alla sentenza di riconoscimento della pari dignità “tra coppie coniugate e coppie omosessuali e al diritto fondamentale di vivere una condizione di coppia ottenendone, nei tempi e nei modi stabiliti dalla legge, il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri ….”.

Il punto a mio parere è che affermazioni del tipo: “fai l’uomo ? e allora le prendi”, oppure “hai voluto la parità ? ben ti sta, ti sei messa tu in questa situazione” sono:

  • in primo luogo, vergognosamente passate sotto silenzio nei giornali e nei media depositandosi nel senso comune senza suscitare commenti, riflessioni, prese di posizione. Nessuno si è indignato disvelando la pericolosità, prima che la misoginia, e le conseguenze culturali di questi comportamenti;
  • in secondo luogo, mettono al centro e fanno divenire pietra di paragone un genere, quello maschile, trasformando nella parità con l’uomo ciò che invece attiene alla parità di trattamento tra donne e uomini e il valore della differenza insieme alla eguaglianza di opportunità per entrambi i generi;
  • in terzo luogo, pongono una equivalenza tra parità e mascolinità e spingono l’identità e il comportamento di uomini e donne ad allinearsi  .. ed eguagliarsi solo  sulla linea della violenza. Il ragionamento, se così si può dire, nella sua semplicità è brutale e greve: “Vuoi essere pari a me ? Bene e allora devi essere violenta come me. Se non lo sei non ti riconosco dignità e non ti rispetto”.

E’ evidente che si tratta di un modello culturale dove il confronto tra i generi parla solo la lingua della violenza e comporta uno stile di vita dove non c’è, né per le donne né per gli uomini. una trasformazione personale ma ambiti e luoghi – una villa, un ristorante …. – che si possono trasformare in un ring o nello scenario di una sfida all’OK Corral e dove i diritti si trasformano in botte e violenza per chi non sta e non vuole più tornare a stare accanto al caminetto.

Non contrastare queste affermazioni, farle passare sotto silenzio senza indignarsi, significa accettarle, consentire che si diffondano e producano altra violenza. E’ questo quello che vogliamo?”.

womeninlaw – donne&diritti network online