Month: marzo 2010

Il ritorno di Abelli

Ci sono manifesti elettorali che non hanno alcun senso, che hanno slogan vuoti o addirittura irritanti. Quelli che Gian Carlo Abelli, vice coordinatore nazionale del Pdl, ha fatto appendere per le strade del pavese, hanno invece un significato politico ben preciso.

Sono tornato, annuncia minaccioso uno dei ras della politica locale e non solo. Sono tornato, ora che mia moglie Rossana Gariboldi (già assessore in Provincia di Pavia) dopo aver patteggiato due anni di carcere (pena sospesa) e restituito 1,2 milioni di euro, ha lasciato il carcere di San Vittore.

Sono tornato, ora che Giuseppe Grossi, il “re delle bonifiche”, è ai domiciliari dopo la clamorosa inchiesta sull’area di Montecity: arrestato dalla Guardia di Finanza con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio di 22 milioni di euro. Sono tornato, scrive Abelli, che il martedì e giovedì andava a Roma a fare il deputato approfittando dei passaggi del jet privato di Grossi. Non ne traevo alcun vantaggio personale, spiega uno dei leader del Popolo della Libertà. Anzi, faccio risparmiare lo Stato non facendo i viaggi sui voli di linea, cui avrei diritto in quanto parlamentare, ha spiegato al Corriere della Sera. Della Porche 911 coupé che utilizza anche se è di proprietà di Grossi, Abelli ha spiegato di pagare un canone d’affitto di 743 euro al mese.

Sono tornato, annunciano i manifesti con i quali spiega che vuole riprendere a fare il consigliere regonale (o magari chissà l’assessore).

La forza sia con te, mi verrebbe da dire, ripensando a un altro ritorno. Cinematografico.

Ad maiora

Emuli (idioti) di Orwell in Georgia

Un finto servizio televisivo ha portato migliaia di persone nelle strade di Tbilisi, Gori, Mtskheta e un po’ in tutta la Georgia. Centralini di polizia e vigili del fuoco andati in tilt. Un tipico esempio di come la televisione vi possa raccontare qualsiasi cosa (basta condirla col immagini giuste), ma anche di come in molti paesi ex sovietici la paura di un’invasione da parte dell’esercito russo non sia un’ipotesi così remota, così improbabile. Nel servizio veniva annunciato che il leader dell’Ossezia meridionale era stato assassinato, che le truppe russe avevano invaso la Georgia per vendetta, che aerei russi avevano bombardato obiettivi civili in Georgia, che l’opposizione aveva portato in piazza a sostegno della invasione russa, che il Presidente Saakashvili era stato portato in un luogo di sicurezza, ma era stato comunque ucciso. Il potere, veniva detto infine era stato preso dall’opposizione, guidata da Nino Burjanadze , con l’appoggio dei russi.

A molti sarebbe bastato mettere il naso fuori di casa per capire che niente di quanto veniva annunciato era realmente successo. Poco prima di questa sequela di notizie drammatiche (e tutte false) una conduttrice aveva comunque brevemente spiegato che era solo un possibile scenario di quel che avrebbe potuto accadere nel Caucaso. Ma il tutto era stato preparato in modo talmente verosimile da spingere la gente a scendere in strada, terrorizzata. Per tutta la notte si sono vissute ore di panico nel paese. Ora la rabbia si sta scatenando contro la televisione privata (evidentemente vicina al governo, visto che è guidata da uno degli ex collaboratori del presidente e che indica l’opposizione talmente filo russa da appoggiare un’invasione miliare nemica…). Nell’ambito del finto telegiornale non veniva detto  che le immagini di scontro che si vedevano erano relative alla guerra di due estati fa e che il presidente Saakashvili era in realtà vivo e vegeto. Ha anche preso le distanze dal servizio tv, definendolo pessimo esempio di giornalismo.

E’ così comunque che si prepara alle amministrative in Georgia, previste per maggio, decisamente peggio che dalle nostre parti. Molte persone sono state colpite da infarto e almeno una sarebbe morta dopo il servizio di Imedi tv che si è affrettata a porgere le proprie scuse ai telespettatori. Era un loro modo di far capire cosa potrebbe succedere alla Georgia se “non sarà unta contro i piani della Russia”. Per quanti si occupano di propaganda moderna un ottimo esempio da studiare su come funzioni la televisione, strumento potentissimo, spesso in mano ad idioti.

Ad maiora

Voltaire e la Politkovskaja

“Andrea!”. La sala si gira a guardarmi. Mettermi in ultima fila e’ stato inutile. Ottavia Piccolo mi saluta platealmente mentre sta intervenendo alla Mondadori di piazza Duomo. Sta presentando insieme a Vittorio Viviani la “Commedia di Candido”, in scena in questi giorni al Carcano di Milano. L’attrice parla dello spettacolo che spiega – strappando agli spettatori più di un sorrisoe – la filosofia francese che dovrebbe essere alla base della nostra cultura moderna (anzi, direi che era molto più avanti). Ma, vedendomi, fa una digressione sul motivo che ci lega. Ottavia Piccolo, in questi anni, in Italia non ha interpretato Anna Politkovskaja. E’ stata Anna Politkovskaja. La sua interpretazione di “Donna non rieducabile” (di Stefano Massini, bravissimo, giovane drammaturgo e scrittore che firma anche questa rivisitazione della storia del Candido) ha permesso che la giornalista russa assassinata il 7 ottobre del 2006 non fosse dimenticata nel paese guidato dagli amici di Putin. Con lei, ” per non dimenticare”, anche gli amici di Annaviva, che la stessa Piccolo ha citato. Lo spettacolo sulla Politkovskaja tornerà sulle scene milanesi, ha promesso l’attrice. Lo aspettiamo con ansia.
Non ci pensare, vieni a teatro, recitava un triste claim pubblicitario di qualche anno fa.
Ignorando il fatto che se il teatro non fa pensare è inutile che esista. Diventa solo una televisione, più monotona peraltro.

Ad maiora

La figa e l’azzecca-garbugli

Le due ordinanze del Tar della Lombardia di ieri con le quali si riammette, seppure in via cautelare, il listino Formigoni sono figlie di una cultura giuridica borbonica che ci trasciniamo dall’unificazione. Anche il decreto legge del governo (che spiega come interpretare la volontà del legislatore: di una legge – badate bene – del 1968) è frutto della stessa cultura. La legge dovrebbe essere preminente sulla giurisprudenza. Ma i nostri provvedimenti legislativi sono così complessi e frutto di incrostazioni successive che diventa ovviamente centrale il ruolo dei giudici e la loro interpretazione.

Siamo il paese dell’interpretazione autentica, degli ordini professionali, del valore legale del titolo di studio. Mai cambiati dai tempi della Destra storica. Delle firme con i timbri irregolari non si è parlato ieri al Tar lombardo. Ma si è discusso della legittimità della Corte d’appello milanese di decidere su un ricorso ad essa presentato dai radicali (grazie al quali, in duplice istanza, aveva escluso il listino formigoniano per 250 firme mancanti rispetto al quorum di 3500 richiesto). Anche di questi aspetti in realtà parla il decreto approvato venerdì notte dal governo. Il ricorso, si spiega, deve essere fatto al Tar e non alla Corte d’appello. Ma i giudici amministrativi lombardi questo nuovo decreto “interpretativo” (negli anni A.B., quando ho studiato io Amministrativo, questa formulazione non esisteva) non l’hanno in alcun modo preso in considerazione, essendo stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale fuori tempo massimo. Ne potrà tenere conto semmai il Consiglio di Stato se qualcuna delle liste non formigoniane deciderà di far ricorso. Un ricorso da fare sulle firme “irregolari” o sulla legittimità della Corte d’appello? Misteri di un gioco di specchi deformanti che spiega comunque perché il nostro sia il paese con il maggior numero d’avvocati di tutta Europa. Oggi è l’anniversario della nascita del grande Alessandro Manzoni, il cui dottor Azzecca-garbugli rimane una delle maschere più moderne dello Stellone. Grazie al Tar lombardo sarà garantito il diritto degli elettori lombardi di votare i partiti maggioritari e il presidente in carica. Le ordinanze 207/2010 e 208/2010 del 6 marzo 2010 garantiscono anche che Nicole Minetti, numero cinque del listino Formigoni possa essere ufficialmente candidata. L’igienista dentale (che il buon Jonghi Lavarini ha bollato come “la figa”) sarà sicuramente tra i banchi del nuovo consiglio regionale lombardo.

Ad maiora

Serve ancora la Nato?

A dimostrazione che la politica estera italiana verso la Russia è bipartisan è arrivato ieri il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Che segue a scia la linea politica filo-russa del presidente del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. La linea uscita dal vertice di Pratica di Mare di un grande abbraccio tra America e Russia, con l’Europa che – in sostanza- regge il moccolo. E infatti ieri Napolitano, in visita a Bruxelles (dove è in corso una sessione straordinaria dell’Alleanza atlantica) ha invitato la Nato ad “aprirsi” a Mosca. La Russia è meglio che stia dentro che fuori è – in pillole – la linea di politica estera espressa dal Quirinale. È lo stesso presidente della Repubblica che qualche mese fa (usando un linguaggio mutuato dai tempi sovietici) definiva Medvedev uomo nuovo. E siamo ancora in attesa di capire se questa novità sia vera o solo frutto di propaganda. Valga per Napolitano lo stesso discorso che abbiamo fatto ieri l’altro ascoltando Prodi.

La Russia non vuole entrare nell’Unione europea e nemmeno vuole allearsi con la Nato. Anzi ne ha ostacolato in tutti i modi l’allargamento ad est . Riuscendo assolutamente vittoriosa. Prima rendendo vano il vertice di Budapest, poi vincendo la guerra contro la Georgia (la cui divisione geografica rende impossibile l’adesione senza una “guerra di liberazione”, guerra alla quale il premio Nobel per la pace Obama sembra totalmente disinteressato, peraltro) e poche settimane fa, con il successo elettorale in Ucraina.

Crollato il Patto di Varsavia, più che un rilancio o una rivitalizzazione della Nato (al centro del dibattito in queste ore nella capitale belga) un leader politico europeo dovrebbe chiedersi che senso abbia oggi l’Alleanza atlantica. E se non sarebbe meglio dotare il Vecchio Continente di un suo esercito, magari che non dipenda da Washington (e nemmeno dagli umori di Londra). Ma forse è chiedere troppo.

Ad maiora