Michelle Obama nel suo orto, con gli studenti.
Primavera americana.
Ad maiora
Washington
#PussyRiot, due anni dopo
A un anno dal concerto punk costato due anni di carcere, due ragazze hanno cercato di manifestare davanti alla Cattedrale moscovita di Cristo Salvatore.
Le due attiviste, docenti all’Università di Mosca, sono state arrestate e rilasciate dopo un breve interrogatorio.
Anche a Washington si è protestato.
A Mosca, il tanto vituperato concerto in chiesa, muove dibattito (e polemiche) sui rapporti tra autorità ecclesiastiche e potere politico.
Lo Spiegel intanto racconta le manipolazioni nel processo contro le Pussy Riot.
Ad maiora
Da Mosca a Washington. Ai potenti della terra piace solo fare quello
Tira più un pelo di figa che un carro di buoi, dice la nostra tradizione contadina.
Un proverbio che in queste ore trova conferma a est come a ovest.
Il capo della Cia Petraeus si è dovuto dimettere per la sua relazione clandestina con la sua biografa.
Seguendo un cliché clintoniano, trombavano sotto la scrivania. Il massimo per gli americani: scopare senza allontanarsi dall’ufficio.
L’Fbi comunque teneva Petraeus per le palle e ha tirato fuori gli sms bollenti poco prima che il capo della CIA riferisse sull’assalto al consolato di Begasi.
I segreti sono segreti.
Nel frattempo, nel disinteresse dei media italiani (superacazzolari con lo scappellamento a destra, anzi a ovest) Putin faceva fuori il suo ministro della Difesa Serdyukov, per una storia di corruzione. Ma dietro il tutto, anche in questo caso, ci sarebbe una giovane amante che lavora in una società che rifornisce l’esercito russo.
Ora la signorina è riparata all’estero (in Russia le vendette non vengono servite fredde), magari portandosi con sé qualche documento compromettente sulla banda di San Pietroburgo che occupa il Cremlino da qualche lustro.
Anche Anatoly Serdyukov viene da San Pietroburgo e seguiva fedelmente zar Putin dal 2000.
Gli amici russi mi dicono che deve essere in corso qualche pesante regolamento di conti interno al gruppo di potere che tiene le redini del regime.
Shoigu, ora ministro della difesa, viene dal Komsomol ed è un Eroe della Russia.
Ad maiora
Serve ancora la Nato?
A dimostrazione che la politica estera italiana verso la Russia è bipartisan è arrivato ieri il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Che segue a scia la linea politica filo-russa del presidente del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. La linea uscita dal vertice di Pratica di Mare di un grande abbraccio tra America e Russia, con l’Europa che – in sostanza- regge il moccolo. E infatti ieri Napolitano, in visita a Bruxelles (dove è in corso una sessione straordinaria dell’Alleanza atlantica) ha invitato la Nato ad “aprirsi” a Mosca. La Russia è meglio che stia dentro che fuori è – in pillole – la linea di politica estera espressa dal Quirinale. È lo stesso presidente della Repubblica che qualche mese fa (usando un linguaggio mutuato dai tempi sovietici) definiva Medvedev uomo nuovo. E siamo ancora in attesa di capire se questa novità sia vera o solo frutto di propaganda. Valga per Napolitano lo stesso discorso che abbiamo fatto ieri l’altro ascoltando Prodi.
La Russia non vuole entrare nell’Unione europea e nemmeno vuole allearsi con la Nato. Anzi ne ha ostacolato in tutti i modi l’allargamento ad est . Riuscendo assolutamente vittoriosa. Prima rendendo vano il vertice di Budapest, poi vincendo la guerra contro la Georgia (la cui divisione geografica rende impossibile l’adesione senza una “guerra di liberazione”, guerra alla quale il premio Nobel per la pace Obama sembra totalmente disinteressato, peraltro) e poche settimane fa, con il successo elettorale in Ucraina.
Crollato il Patto di Varsavia, più che un rilancio o una rivitalizzazione della Nato (al centro del dibattito in queste ore nella capitale belga) un leader politico europeo dovrebbe chiedersi che senso abbia oggi l’Alleanza atlantica. E se non sarebbe meglio dotare il Vecchio Continente di un suo esercito, magari che non dipenda da Washington (e nemmeno dagli umori di Londra). Ma forse è chiedere troppo.
Ad maiora

