Month: febbraio 2010

La figa nel listino

Alla fine Nicole Minetti, colei che l’esponente della destra milanese Roberto Jonghi Lavarini ha chiamato senza giri di parole “la figa”, ce l’ha fatta. Sarà nel listino Formigoni. Non solo ci sarà. È al quinto posto della lista. Un elemento che non dirà molto a chi non abita in Lombardia. Qui infatti Formigoni e la sua coalizione potrebbe sfondare il 60%. Nel qual caso, passerebbero solo metà degli esponenti del listino, igienista dentale di-bella-presenza (sembra indicata dal presidente del Consiglio in persona) compresa. Per capirci, Giulio De Capitani, l’ottimo presidente del Consiglio regionale è solo al quattordicesimo posto. Jonghi Lavarini ha ribadito la sua perplessità, ma ha contattato la Minetti che è detta disponibile a «presenziare ad incontri e dibattiti non solo per dimostrare le mie capacità, i valori e gli ideali in cui credo, ma sopratutto per imparare sempre di più da persone preparate e competenti, questo anche se non dovesse andare in porto la candidatura a queste elezioni». Fase ormai superata, in attesa dei dibattiti.

Jonghi, unico a opporsi platealmente alla candidatura, alla fine non-capisce-ma-si-adegua per usare un vecchio slogan arboriano: «Siamo nello stesso partito, chiuse le liste dobbiamo fare squadra, navigare con la ciurma che abbiamo fatto salire a bordo, remando nella stessa direzione. Il necessario dibattito interno lo rinviamo a dopo le elezioni, insieme alla analisi dei risultati». Negli altri listini, Penati al quinto posto ha Gianni Bugno,Vittorio Agnoletto ha Margherita Hack. Ma non verranno eletti. Ci sarà solo la Minetti, trascinata dalla scontata vittoria di Roberto Formigoni.

Ad maiora

Malaussène è georgiano

Recita una vecchia barzelletta sovietica:

“Una delegazione georgiana è giunta a Mosca per far visita a Stalin. I delegati entrano nel suo studio, parlano con lui e poi se ne vanno. Non appena sono spariti lungo il corridoio, Stalin comincia a cercare la sua pipa, ma non riesce a trovarla. Chiama dunque il capo della polizia politica, Lavrenti Beria. «Compagno Beria,» esclama «ho perso la pipa. Insegui la delegazione georgiana e vedi se riesci a scoprire se uno di loro me l’ha presa.» Beria corre via. Intanto Stalin continua a cercare la sua pipa. Dopo cinque minuti, guarda sotto il tavolo e scopre che la pipa era caduta sul pavimento. Chiama di nuovo Beria. «Tutto a posto,» gli dice «ho ritrovato la pipa, puoi lasciare liberi i georgiani.» «Troppo tardi,» ribatte Beria «metà delegazione ha ammesso di aver preso la pipa e l’altra metà è morta durante l’interrogatorio»”.

Sorriso amaro per un anekdot  che ha nel mirino i georgiani (anche Stalin e Beria lo erano, ma questa è un’altra storia). Un mirino che non sembra essersi spostato nemmeno finita l’Unione sovietica. Lo abbiamo visto due anni fa con la guerra contro la Russia per il controllo della provincia secessionista dell’Ossezia meridionale. Molti si concentrarono più si chi avesse sparato il primo colpo che su una razione sproporzionata, arrivata quasi alle porte di Tiblisi.

Lo abbiamo visto in queste tristi Olimpiadi di Vancouver. Una settimana fa duemila persone (presidente della Georgia Saakashvili compreso) hanno partecipato ai funerali di Nodar Kumaritashvili, campione di slittino che ha perso la vita schiantandosi contro un palo che qualche mentecatto aveva messo sul fondo della pista. La colpa? Ovviamente del ventenne georgiano, si sono affrettati a dire le organizzazioni olimpiche.

Salvo modificare il percorso per ridurne la velocità.

Qualche ora fa un altro georgiano è finito nel mirino. È Kakhaber Kaladze, giocatore del Milan (e della nazionale del suo paese, di cui è capitano) che non gioca da tempo e che sostiene che «quello che sta succedendo intorno a me al Milan è veramente una cosa molto sporca». La squadra di Berlusconi annuncia quindi che agirà contro il giocatore, che dopo qualche ora come nella migliore tradizione di Football manager) chiede scusa a tutti. Oggi comunque, come sempre, il georgiano (cui dieci anni fa, in madrepatria. rapirono e uccisero il fratello ventunenne) guarderà la partita dei suoi compagni di squadra dalla tribuna. Magari l’ha presa lui la pipa a Stalin…

Malaussène ora può riposarsi. Mica è georgiano lui.

Ad maiora

La copertina del libro di Bonomi su Expo

L’Expo (verde?) di Bonomi

È un libro molto piccolo, edito dalla ShaKe , casa editrice che si trova in quel laboratorio rappresentato da viale Bligny 42, forse anche “fortino della droga” come descritto dalle cronache dell’ultimo anno, ma anche condominio-mondo capace di accogliere realtà che altrimenti non potrebbero restare a Milano.  (In quel palazzo ci ho fatto il servizio civile, ma questa è un’altra storia). E proprio la “capitale del Nord” è proprio al centro dell’attenzione professionale di Aldo Bonomi che con “Milano nell’Expo”, col quale il sociologo prosegue il discorso iniziato con “Milano ai tempi delle moltitudini” .

Bonomi destruttura, in questo nuovo lavoro (frutto di una conferenza e alcuni articoli) gli strati sociali della città postfordista, dividendola in cinque cerchi. Il primo è il «Quadrilatero delle Bermude» (quello dove si è scatenato il «tifone della crisi finanziaria» che ha colpito «una neoborghesia che non ha più il possesso dei mezzi di produzione»), «quello che va da piazzetta Cuccia, a piazza Scala, a piazza Cordusio». Un cerchio bancario e finanziario che, lo ricorda Bonomi, è stato capace di dare lavoro a 380 mila persone, «più degli addetti della mitica Fiat fordista». È un mondo sempre in movimento per il mondo e slegato dalla città anche nel week end (per la «secessione dei benestanti») e che si sta disinteressando ai contenuti dell’Expo. Che ha lasciato spazio e potere a chi viene da Arcore o da Gemonio. Il secondo cerchio è quello dei commercianti che paradossalmente hanno pagato dazio più pesante alla crisi rispetto alla borghesia finanziaria, con 35 mila negozi chiusi negli ultimi dieci anni. In grado di creare al contempo «uno dei più grandi parchi a tema mondiali dell’economia dei desideri, che è quello che sta tra via della Spiga, via Monte Napoleone e piazza S.Babila», non-luogo dove tutti i cerchi vanno per la «vetrinizzazione del sociale». Il terzo cerchio è quello della «città-invisibile», il nuovo “proletariato” al servizio dei primi due cerchi, con le sue 75 mila badanti e le sue ombre che «diventano visibili solo quando uno si trattiene in ufficio fino alle otto di sera». Anche nel quarto cerchio si trovano i nuovi “proletaroidi”, ossia quel mondo che rappresenta la classe creativa, che rifiuta il lavoro salariato ma è sempre in preda alla precarietà, resa ancora più precaria per la crisi che ha imposto il taglio del “superfluo” (e di rimbalzo anche dell’happy hour). Il quinto e ultimo cerchio è la «città infinita», che va da Malpensa a Orio al Serio fino a Lodi. Un’area con mezzo milione di imprese e il maggior numero di sportelli bancari d’Italia.

L’Expo moderno, sottolinea acutamente Bonomi, non rappresenta più «la potenza espansiva del capitalismo», anzi ora insiste sul concetto di limite. La carenza d’acqua a Saragozza, della qualità della vita in città a Shangai e l’alimentazione appunto a Milano. Il cibo e soprattutto la sua scarsità per larga parte della popolazione mondiale (che spinge peraltro proprio a Milano migliaia di immigrati) è al centro dell’esposizione milanese. Ma, sottolinea Bonomi, per la città il tema non esiste, anzi «il problema sta solo nella nuova operazione immobiliare che verrà fatta a fianco della fiera di Rho». «E’ tutto molto semplice – chiosa il sociologo – non esiste una borghesia milanese che abbia la visione di come debba essere questa città». Ognuno dei cinque cerchi va per conto suo. La sinistra, sottolinea Bonomi, non esiste più in nessuno dei cinque cerchi, o forse solo nel primo. Leggendo l’interessante analisi fatta da Marco Alfieri ieri sul Sole 24 Ore (“Il derby lombardo Cl-Lega”, 20 febbraio 2010), la sfida di potere in Lombardia è tra i «verdi» (scomparsi gli ambientalisti definisce ormai così gli esponenti del Carroccio) e la «corazzata Cl/Compagnia delle opere». In questa gara tra queste due “anime” (le virgolette qui sono mie), entrambe non di Milano, Alfieri spiega una campagna elettorale (molto intensa, malgrado la disparità di forze in campo) che alla fine è tutta interna allo schieramento del centro-destra, per capire chi prenderà più voti nella principale regione del paese.

L’Expo sarà un’occasione «per far rinascere una neoborghesia adeguata ai tempi», come ci si augura leggendo Bonomi? O una vittoria dell’onda verde alle prossime regionali potrà «correggere in chiave “sostenibile” il Pgt milanese partorito dall’assessore Cl Masseroli», come spiega Alfieri?

Domande a cui non so rispondere ma che sarebbe giusto farsi quando, tra qualche settimana, andremo verso i seggi.

…………………….

Aldo Bonomi

Milano nell’Expo

ShaKe edizioni

Milano, 2009

Euro: 7,90

Jan Peter Balkenende

Effetto Obama, cade il governo olandese

Non trova reazione entusiaste in tutti i paesi coinvolti nell’operazione militare Isaf in Afghanistan la richiesta americana di aumentare il contingente nel 2010 (per ridurlo, almeno questa è la promessa, nel 2011). L’iniziativa lanciata dal democratico Obama non è infatti piaciuta ai laburisti olandesi che hanno abbandonato la compagine governativa facendo cadere il governo del primo ministro Jan Peter Balkenende (soprannominato Harry Potter, per la somiglianza). Dopo una trattativa durata 16 ore e terminata alle 4 del mattino, il leader del Partito cristiano democratico olandese, ha annunciato che andrà a consegnare il mandato nelle mani della regina Beatrice (appena lei tornerà dalle sue vacanze austriache). Il governo di Amsterdam, in carica dal 7 febbraio 2007, era tripartitico, comprendendo oltre il CDA anche l’Unione cristiana e appunto il Partito laburista. E’ probabile che gli olandesi saranno nuovamente chiamati al voto nei prossimi mesi.

I laburisti hanno respinto (senza se e senza ma si direbbe nelle nostre latitudini) la richiesta della Nato di prolungare la missione – in scadenza ad agosto – nella provincia afgana di Uruzghan. Ad oggi, i militari olandesi dispiegati in Afghanistan sono circa 1880, dei quali 1250 nella regione di Uruzghan.

La guerra da quelle parti intanto non concede tregua. L’operazione contro i talebani nella provincia di Helmand, denominata Mushtarak (“Insieme”), lanciata dalla Nato in cooperazione con le forze armate afghane ha lasciato sul campo 11 soldati della coalizione e molti civili colpiti, come “danni collaterali” (per i quali il comando alleato ha espresso «costernazione» e «condoglianze»). Sono circa 1.500 le famiglie in fuga dalle zone dove è in corso l’offensiva (che ha l’obiettivo, una volta conquistate delle zone, di lasciare ai soldati di Kabul per non farci tornare i talebani): Emergency denuncia che non si è creato un “corridoio umanitario” per chi vuole allontanarsi dalla provincia dove divampa la battaglia. La prima operazione nell’Helmand fu lanciata dai militari inglesi nel 2006. Fu un totale insuccesso. Secondo alcuni ricercatori, l’insistenza sulla regione è dovuta principalmente a questo primo fallimento.

Quella odierna è la più massiccia offensiva mai lanciata in Afghanistan dall’invasione del 2001, con 15 mila soldati impegnati nel tentativo di eliminare la presenza talebana da queste parti. L’operazione dovrebbe durare un mese.

Sono oltre 3200 i militari italiani attualmente schierati in Afghanistan. L’ Isaf (la cui missione è stata prorogata al 13 ottobre 2010 con la risoluzione 1890 dell’8 ottobre 2009 del Consiglio di sicurezza dell’Onu) comprende, al 22 dicembre 2009, circa 84.150 militari appartenenti a contingenti di 43 Paesi. Il contributo maggiore è fornito dagli Stati Uniti (45.780 unità), seguiti dal Regno Unito (9.500), dalla Germania (4.280), dall’Italia (3.191), dalla Francia (3.750 unità), dal Canada (2.830), dalla Polonia (1.955) e appunto dall’Olanda (con 1.950). A questi vanno aggiunti i 100.000 soldati dell’Esercito nazionale afghano.

Il 1°dicembre 2009 il presidente USA Obama (premio Nobel “per la pace”) ha annunciato una revisione della strategia in Afghanistan, che comporterà l’invio di 30.000 ulteriori soldati USA, che saranno schierati prima dell’estate 2010. Nella riunione dei ministri degli esteri dei paesi appartenenti all’Isaf, i ministri partecipanti hanno espresso il loro appoggio alla decisione statunitense, annunciando l’intenzione di 25 degli stati partecipanti alla missione (Olanda compresa) si sono impeganti ad inviare circa 7.000 ulteriori soldati nel 2010.

Il Consiglio dei ministri italiano ha deciso di aumentare nel 2010 di 1.000 unità il contingente. L’ultimo provvedimento di proroga (al 30 giugno 2010) del finanziamento delle missioni internazionali (decreto-legge n. 1/2010) contempla un aumento di 170 unità. Contemporaneamente è stato ridotto il contingente in Libano (da 2.080 a 1.900 unità) e nei Balcani (da 1.920 a 1.440). Durante la missione Isaf hanno perso la vita ventidue militari italiani, di cui 14 per attentati o conflitti armati. 6 militari sono deceduti, il 17 settembre 2009, in seguito all’attentato ad un convoglio militare italiano a Kabul. 21 i caduti olandesi in Afghanistan.

La figa? Non nel listino

«Anche a me piace la figa», è uno dei passaggi di un comunicato stampa che mi è arrivato stamattina. Ovviamente tra i cento e passa che ogni giorno invadono la mia casella mail (compresi quelli – insopportabili – che chiedono la conferma della lettura), questo mi è saltato all’occhio e si è fatto leggere.  Si decide  il listino formigoniano e il comunicato della “figa” a quello si riferisce. È di Roberto Jonghi Lavarini esponente di “Destra per Milano” ed esponente della Pdl che critica l’ipotesi di inserire Nicole Minetti (la “figa” appunto) nel listino bloccato del presidente Formigoni.

Scrive (forse buttando l’occhio allo spogliarello durante il Festival di Sanremo): «Anche a me piace la figa e, pur essendo marito fedele, apprezzo le belle donne, ma la Politica è un’altra cosa: manifestazioni, cortei, dibattiti, volantini, manifesti, valori, idee, proposte, confronto, passione, sacrificio, amore, lotta, lavoro, sudore, sangue e colla! La candidatura della signorina Nicole Minetti, contro la quale non ho assolutamente nulla di personale (anzi…) ,è uno schiaffo alla militanza ed alla meritocrazia», prosegue il comunicato che non sto a citare ulteriormente.

Parole sacrosante abbinate però a quel termine (molto milanese peraltro) che ora viene sdoganato anche nei comunicati stampa. E francamente non mi sembra un’evoluzione né che si ipotizzi quella candidatura né che la osteggi con questi toni.

Quando qualche giorno fa era apparso sui giornali l’ipotesi che Nicole Minetti, igienista dentale che ha curato Silvio Berlusconi dopo il lancio del piccolo Duomo, fosse candidata, mi ero chiesto cosa avesse colpito l’immaginazione del premier. Jonghi Lavarini me lo ha fatto capire senza giri di parole. Come la foto della giovane (fatta circolare ad arte ) nella quale la parte del corpo coperta è inferiore a quella scoperta. Alla fine magari la Minetti non sarà candidata. Ma la parità dei sessi avrà fatto lo stesso un altro passo indietro.

Ad maiora