Month: marzo 2010

A Mosca la rabbia, a Roma l’amore

Il “giorno della rabbia” contro Putin e il putinismo si è svolto sabato in tutte le Russie, con manifestazioni che sono hanno attraversato gli 11 fusi orari che caratterizzano il grande paese. Dopo i 10.000 in piazza a Kaliningrad, forse ci si aspettavano più persone. Ma in queste settimane il regime ha martellato con la propaganda e con le minacce e quindi pochi hanno sfidato la polizia.

Comunque, come testimoniano le immagini di Radio Free Europe, di gente ce ne era. Non era il milione di Piazza San Giovanni, ma da noi c’è democrazia. Qui invece sfilano le opposizioni (extraparlamentari peraltro, ahinoi). Putin comunque, quando fa le manifestazioni, le fa davvero oceaniche.

Ma speriamo che anche lì, l’amore vinca sull’odio. La rabbia è un sentimento negativo. Anche se qualche volta, sgorga spontanea. Anche l’odio, peraltro. Lo ricordava un intellettuale non certo di sinistra, come Giuseppe Prezzolini che diceva: «La storia è figlia di Caino, non di Abele; e se si toglie da essa tutto ciò che è provocato dall’odio, rimane ben poco». Qualche altro intellettuale, come la Fallaci, parlava di rabbia e orgoglio.  Chissà cosa avrebbe pensato del Partito dell’amore.

Ad maiora

Caro ambasciatore, i gay non sono molli

E’ di ieri la surreale notizia che nella commissione del Senato americano che sta discutendo sull’omosessualità nell’esercito a stelle e strisce, il generale Usa Johan Sheehan abbia accusato il contingente olandese di stanza a Srebrenica, di aver consentito la strage di 8.000 musulmani perché composto da molti soldati gay.

Su quella pagina agghiacciante della storia europea si è già detto e scritto di tutto. Ricordo solo che nel 2002, a sette anni di distanza dall’eccidio il governo olandese rassegnò le dimissioni assumendosi la responsabilità (ma non la colpa) di aver consentito che le truppe di Mladic entrassero nell’enclave Onu per far strage di tutti i maschi dai 14 agli 80 anni (i loro corpi, messi nelle fosse comuni, furono anche più volte spostati, rendendo irriconoscibile gran parte delle vittime).

Nel 2006 quel battaglione di “coraggiosi” soldati olandesi fu comunque premiato dal ministro della Difesa olandese, con il sostegno della Commissione europea. Il generale francese che guidava il contingente Onu in Bosnia, Philippe Morillon, dal 1999 è europarlamentare (dell’Udf) ed è stato a sua volta premiato con la Legion d’Onore. I gay in questa vicenda insomma c’entrano poco.

Di questo si occupa oggi l’articolo di Sergio Romano che, parte dalla prima del Corriere della sera e occupa tutta pagina 15. Un pezzone nel quale l’ex ambasciatore ricostruisce l’eccidio ma finisce con una chiusa a mio avviso omofoba. Scrive Romano: «Piuttosto che puntare il dito sui soldati gay del contingente olandese converrebbe parlare di “Europa gay” dove gay, in questo caso, non significa omosessuale ma allegra, spensierata, molle e inconcludente». A beh, davvero una difesa d’ufficio di cui la comunità GLBT sentiva proprio il bisogno. Mi piacerebbe far conoscere alll’Ambasciatore amici gay che sono a volte anche tristi, spesso pensierosi, quasi mai “molli” e soprattutto mai inconcludenti.

Buona primavera a tutti.

Ad maiora

Le vie del petrolio sono (ancora) infinite

È un libro che ho impiegato un po’ a leggere non perché pesante, ma per la mia mania di sottolineare i passaggi per me interessanti. La mia copia de “Il Petrolio e la gloria” di Steve LeVine (Il Sirente) ha intere pagine evidenziate. Il sottotitolo del volume di questo giornalista americano (che cura un ottimo blog sul tema energetico) aiuta forse chi mi conosce a capire perché la tematica mi stia a cuore: “La corsa al domino e alle ricchezze della regione del Mar Caspio”.

È un racconto sullo sfruttamento dei campi petroliferi e gasiferi nelle aree ex sovietiche. Una cronistoria che parte dalla scoperta dei giacimenti e arriva fino alla guerra russo-georgiana. Un ottimo libro che spiega gran parte delle problematiche e delle tensioni geopolitiche che attraversano quelle aree del pianeta. La parte chiave del volume (che ha un errore di traduzione che mi ha fatto sanguinare il cuore quando ha parlato di “rivoluzione delle arance”, riferita a Kiev, confondendola forse col carnevale di Ivrea…) è concentrata negli anni ’90.

Nel 1993 i russi, nella persona del ministro dell’Energia Yuri Shafranik, si intromettono nelle trattative sul petrolio offshore tra Azerbaigian e compagnie occidentali, facendo due richieste: «Che una compagnia russa avesse un 10% dell’accordo e che le compagnie petrolifere occidentali esportassero il loro greggio dal Caspio solo attraverso oleodotti russi». La candidata (alla quota del 10%) era la Lukoil, grande compagnia energetica russa. Shafranik era molto seccato che Mosca fosse tagliata fuori dagli affari per la corsa al petrolio a Baku. Lì era nata l’industria petrolifera imperiale russa e lì in qualche modo i russi avrebbero dovuto continuare ad esserci.

Tra i paesi ex sovietici (quelli che a Mosca, in modo colonialista, chiamano “estero vicino”) l’Azerbaigian è stato uno di quelli meno anti-russi, anche se gli storici rivale armeni hanno sempre avuto l’appoggio moscovita. Così si spiega perché venga accettata anche la Lukoil nell’affare: nel 1994 le viene concesso il 10% degli affari petroliferi tra gli azeri e il resto del mondo.

È da questi elementi che nell’amministrazione americana (a quel tempio guidata da Clinton) riparte la “politica di contenimento”: non più verso l’Unione sovietica, ma verso la Russia. Una politica nella quale Washington ha giocato e gioca tutte le sue carte per impedire che una fetta del mondo dipenda energeticamente dai voleri del Cremlino. Una politica nella quale, la nostra Italietta a differenza che nel passato è schierata con la Russia (paese che veste – con giacconi della marina militare – anche quello che ormai viene chiamato il premier italiano) anziché con gli Usa (guidati d’altronde da un abbronzato, amante delle guerre e per questo premiato col Nobel per la pace). (A proposito di Nobel: dal libro ho scoperto che la prima petroliera al mondo – la Zoroaster – fu costruita da Ludvig Nobel). L’accordo per l’offshore di Baku viene siglato dai rappresentanti kazaki e russi: la foto li ritrae sorridenti sotto la foto di un austero quadro di Lenin (che non si può rivoltare nella tomba visto che era ed è presidiata h24).

Già perché libro è corredato anche di belle fotografie in bianco e nero dove vengono mostrati tutti i protagonisti dell’epoca, ma anche i pozzi petroliferi a eruzione spontanea, che danno l’idea di che posti ricchi di risorse naturale siano questi intorno al Mar Caspio. Per sfruttarli al meglio, l’Urss fece addirittura costruire una città sulle palafitte accanto alla piattaforma petrolifera di Oily Rocks.

Ci sono anche le foto dei banchetti coi quali sono stati suggellati gli accordi commerciali tra le compagnie occidentali e le nazioni post-sovietiche. Pranzi luculliani che potevano finire anche con l’ingoio dell’occhio di pecora, come vuole la tradizione kazaka. Ma gli affari venivano preparati nei minimi dettagli, da una parte e dall’altra del mondo. Racconta LeVine (che ha appena pubblicato, negli States, “Putin’s Labirinth”): «Il Kazakistan segnalava che era pronto ad aprire i negoziati di Tengiz con la Mobil, e la compagnia petrolifera invitò il presidente a dei colloqui a Nassau. Si assicurò che fossero organizzati in modo sontuoso: in una fotografia si vede il presidente Nazarabayev nuotare vicino a uno yacht affittato dalla compagnia nei Caraibi. Per dimostrare la sua buona volontà, la compagnia offrì come dono al presidente kazako il jet personale di Noto (Lucio, il presidente della compagnia petrolifera, NdR) e promise di costruire ad Almata (la nuova capitale, NdR) un campo da tennis al coperto a disposizione sua e di selezionati dirigenti della Mobil. Nessuno dei doni si materializzò, ma la loro evocazione servì allo scopo di lusingare Nazarbayev».

Nella battaglia per il controllo di questi impianti o degli oleodotti da costruire, compare negli anni ’90, anche la nostra Agip. Per Tengiz fa parte, insieme a Chevron, Mobil e British Gas, della cosiddetta “banda dei quattro”. A quei tempi la compagnia semi statale italiana sembrava interessata ai progetti americani di rendere l’Europa indipendente energeticamente dalla Russia. Era prima dell’alleanza strategica tra Eni e Gazprom.

Per far arrivare petrolio e gas dal Mar Caspio senza passare dal territorio russo, gli occidentali ne inventavano di ogni, come ci spiega l’autore: «Secondo una stima, furono proposti ottantadue progetti differenti che avrebbero del tutto evitato il territorio russo, alcuni dei quali rasentavano l’assurdo. La Exxon suggerì il più eccentrico: un tracciato di 4.400 miglia da 12 miliardi di dollari, che attraversa quasi un quinto della circonferenza del globo fino al Mar Giallo della Cina. Fu accolto con poco più che risatine». Risatine. Ma si dà l’idea di una preoccupazione reale con la quale abbiamo avuto drammaticamente conferma in questi ultimi anni.

Tra i primi a fare le spese dei sistemi più politici che economici, con i quali la Russia tratta i suoi vicini, è stato il Turkmenistan. Racconta il giornalista: «Il Turkmenistan era il quarto più grande fornitore al mondo di gas naturale. Dopo aver conquistato l’indipendenza nel 1991 in seguito al collasso sovietico, la repubblica aveva guadagnato due miliardi di dollari all’anno esportando il suo gas attraverso gli oleodotti controllati dalla Russia. Improvvisamente, alla fine del 1993, il Cremlino tagliò l’accesso alla rete del Turkmenistan. Mosca voleva per sé l’intero mercato. Solo la continua esportazione di materie prime come petrolio e cotone impedivano al Paese di scivolare verso la bancarotta». Per ovviare a questa situazione il dittatore pazzo ed esibizionista (Nijazov aveva fatto erigere migliaia di statue che lo raffigurano in tutto il paese – la più grande delle quali, nella capitale, è d’oro, alta 12 metri e gira col girare del sole) arriva a studiare, con compagnie statunitensi, un tracciato che passi da Pakistan e Afghanistan. Qui i talebani (attentissimi agli affari alla faccia della sharia) sembrano molto interessati. Quando poi gli americani (con un leggerissimo ritardo…) si rendono conto di quel che succede, rinculano precipitosamente. «I giornalisti iniziarono a trasmettere dalla capitale afgana immagini preoccupanti: i talebani avevano giustiziato il precedente governante, Mohammed Najibullah, e trascinato il suo corpo per la città; le fotografie mostravano il corpo di Najibullah e del fratello che pendevano da un palo con banconote infilate nel naso. Seguaci dei talebani furono visti picchiare con bastoni donne ricoperte da burka, a cui era stato proibito di andare ai mercati a meno che non fossero accompagnati da membri maschi della famiglia. La Unocal (compagnia petrolifera californiana ora assorbita dalla Chevron, NdR) e l’amministrazione Clinton ebbero un’immediata crisi delle pubbliche relazioni. Le loro dichiarazioni di sostegno frettolosamente espresse adesso suonavano superficiali, come se stessero reagendo ai risultati di un’elezione, non a una presa di potere da parte degli insorti. Le loro entusiastiche approvazioni dei talebani rinforzavano il vecchio sospetto di alcuni che la compagnia petrolifera, la CIA, o entrambi avessero sostenuto la lunga marcia del gruppo. Marvis Leno, la moglie del presentatore americano di talk show, Jay Leno, e la sua Majority Foundation femminista di Los Angeles erano furiose. Il Dipartimento di Stato tornò sui propri passi; un portavoce disse che gli Stati Uniti erano costernati per gli atteggiamenti dei talebani. La Unocal dichiarò debolmente che il suo portavoce ufficiale era stato citato erroneamente. Alla fine due ulteriori colpi alle pubbliche relazioni portarono alla sconfitta della Unocal e del suo ostinato presidente. Per prima cosa, la Feminist Majority Foundation organizzò una campagna contro la compagnia petrolifera. Marvis Leno interruppe un incontro di azionisti con un intervento di opposizione a ogni affare con i talebani. Poi, nell’agosto 1998, camion bomba saltarono in aria alle ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania, attacchi attribuiti ai gruppi di Osama Bin Laden. Giorni dopo, gli Stati Uniti lanciarono dozzine di missili Tomahawk in un campo di Al-Qaeda in Afghanistan, in un fallito tentativo di assassinare Bin Laden. Il giorno successivo, la Unocal annunciò che aveva “sospeso” il progetto dell’oleodotto». Bontà loro. Mentre sogno che la moglie di qualche conduttore della tv italiana interrompa un’assemblea dell’Eni, capisco come davvero gli affari non guardino in faccia a nessuno. E per fortuna, dove esiste l’opinione pubblica, qualcuno indietreggia.

Nel libro si parla anche del giacimento di Kashagan, il più grande scoperto negli anni 2000. E’ un campo petrolifero offshore, nel Mar Caspio, dove l’estrazione non sarà semplice visto che la temperature arrivano a –40°. Il progetto costa 136 miliardi di dollari (originariamente erano 57) e cominciare a fruttare nel 2014. Lo sfruttamento del campo è affidato a un consorzio internazionale (North Caspian Sea Production Sharing Agreement) formato da sette compagnie: Eni/Agip KCO (16,81%), Shell (16,81%), Total (16,81%), KazMunayGas (16,81%), ExxonMobil (16,81%), ConocoPhillips (8,4%), Inpex (7,56%). L’impianto ha subito numerosi ritardi e iniziative politiche kazake. Dal 2009 la Ncoc (la North Caspian Operatine Caspian) ha accentrato su di sé la guida del consorzio (prima era degli italiani di Agip KCO).

Per spiegare la serietà di quanti girano intorno a questi progetti, Steve LeVine racconta questo episodio avvenuto nel 2000 (e che dà l’idea che tutto il mondo è paese): «Il presidente del Kazakistan Nazarbayev annunciò che desiderava vedere il processo di trivellazione di prima mano. I petrolieri erano sgomenti. D’altro canto non potevano dirgli di non venire. E così escogitarono un intelligente stratagemma. La squadra acquistò seimila galloni di carburante diesel ed equipaggiò una cisterna con una valvola on-off. Per due giorni, gli operai si esercitarono girando la valvola e infiammandolo, imitando l’apparenza di gas che veniva infiammato da Kashagan. C’era un problema: cosa fare con il tradizionale imbrattarsi le facce? Nazarbayev avrebbe certamente insistito per un secchio di petrolio di Kashagan per impiastricciare la sua faccia e le facce di tutti gli altri come segno di buona fortuna. Ma fino ad allora i petrolieri avevano recuperato solo scarse quantità di idrocarburi da Kashagan, non abbastanza per impiastricciare la faccia di qualcuno. Così fecero l’equivalente di prendere in prestito un quarto di latte da un vicino, richiedendo un container di greggio di Tengiz (campo del Mar Caspio già operativo: è onshore, ma produce oltre al petrolio anche montagne di detriti di zolfo, NdR). Poi escogitarono un modo in cui il greggio fluisse da una valvola sull’impianto. Tutto era pronto quando arrivò il presidente il 4 luglio. Ross Murphy (responsabile della squadra di perforazione) lo salutò platealmente, dichiarando: “Le presentiamo Kashagan”. Nazarbayev era così soddisfatto per quello che pensava fosse gas naturale che veniva infiammato che stette a guardare il carburante diesel che bruciava per più di venti minuti. Murphy iniziò a temere che la loro fornitura di seicento galloni di diesel sarebbe finita e “la truffa sarebbe venuta fuori, e quello non sarebbe stato affatto un bene”. Alla fine, un Nazarbayev contento si avvicinò alla valvola che faceva uscire il greggio di Tengiz in modo così autentico che Murphy stesso pensò, “Sembra reale”. Il presidente poi unse tutti con il petrolio. Parlando dopo ai giornalisti all’aeroporto di Atyrau, era entusiasta: “Vi posso dire oggi che c’è petrolio, molto petrolio, e di buona qualità”, disse. Aggiunse, “Questo è un grande aiuto alla nostra indipendenza, al nostro futuro e alla nostra prosperità. Le speranze del popolo kazako si sono realizzate”». Il giacimento, come detto, non è ancora operativo. L’unto del petrolio è invece sempre alla guida del suo Paese. Nursultan Nazarbayev, il compagno che nel 1984 era primo ministro e segretario del partito comunista kazako, è stato eletto presidente del Kazakistan nel 1990. Il parlamento ha recentemente approvato una norma che gli consente di essere rieletto finché ne avrà voglia, a vita insomma. Sui rapporti tra questo dittatore e il presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, riporto fedelmente il resoconto dell’Adnkronos sul viaggio di Silvio Berlusconi ad Astana, il 5 novembre 2009: «”Siamo lieti di accogliere il presidente Nazarbayev, che posso considerare un mio caro amico – ha detto il premier Berlusconi – accompagnato da una folta schiera di ministri del suo governo per la firma di importanti accordi istituzionali da un lato e commerciali dall’altro. I contenuti degli accordi firmati riguardano molti miliardi di dollari e interessano nostre grandi aziende, ma abbiamo preso accordi per una missione di piccole e medie aziende italiane per esportare nel Paese asiatico il nostro know how”. “Abbiamo la speranza – ha proseguito il presidente del Consiglio – di poter avanzare la collaborazione tra i nostri due settori economici. Abbiamo parlato anche di turismo – spiega il premier Silvio Berlusconi – per portare gli italiani in questo Paese grande nove volte l’Italia”. Ma il Cavaliere non nasconde “un’invidia da costruttore” per la costruzione da zero della capitale kazaka, Astana, perla dell’architettura moderna: “Nazarbayev ha realizzato in appena otto anni una città di un milione di abitanti. Ma noi ci siamo presi una piccola rivincita: stiamo realizzando una nuova città per 34mila abitanti all’Aquila a causa del terremoto. Caro presidente, abbiamo imparato qualcosa da voi e l’abbiamo messa in pratica”, ha detto il premier. Quello che ancora invece l’Italia non riesce ad importare è la velocità nelle autorizzazioni per gli interventi edili, di cui il premier Berlusconi torna a lamentarsi: “Anche il presidente Nazarbayev ha potuto vedere i tempi per le autorizzazioni in Italia. Hanno acquistato Villa Manzoni e le autorizzazioni per gli interventi sono arrivate dopo due anni, nonostante le pressioni del governo”. “Confermo la visita del Milan per l’inaugurazione del nuovo stadio di Astana”, ha poi annunciato Berlusconi, che in più passaggi ha espresso ”grande soddisfazione per l’impegno dei nostri imprenditori in Kazakistan e credo che possiamo sviluppare una vasta gamma di collaborazioni in un Paese che ha grandi ricchezze e una straordinaria crescita demografica, che dimostra una grande vitalità di tutti i maschi ‘kazakistani”’, scherza il premier».

Sul presidente kazako, grande amico di Berlusconi (ma anche dell’ex vicepresidente Usa Dick Cheney che ebbe a esprimere «ammirazione per tutto quello che è stato compiuto in Kazakistan»), LeVine racconta un episodio del 1999 che non ha bisogno di commenti. I servizi segreti kazaki cercano di gettare discredito su un ex primo ministro, Akezhan Kazhegeldin, candidato presidente in alternativa a Nazarbayev. Informano le autorità belga che questo politico vorrebbe comprare casa per la figlia fuori Bruxelles, con misteriose operazioni finanziarie. L’Interpol apre un’inchiesta e manda una rogatoria alla vicina Svizzera per cercare di capire se qualche transazione fosse passata da quelle parti. David Devaud, pubblico ministero di Ginevra, visto che il possibile titolare del conto ha un nome complesso (e magari traslitterato male), chiede alle banche svizzere che la ricerca comprenda, oltre a “Kazhegeldin”, anche la parola “Kazakistan”. Ecco come LeVine spiega la sorpresa degli investigatori elvetici: «Quando arrivarono le risposte, non c’era niente che implicasse Kazhegeldin. Invece, vennero fuori altre due transazioni. Nella prima 85 milioni di dollari in un conto del governo kazako al Crédit Agricole Indosuez erano stati trasferiti su un conto personale dopo che il magistrato aveva diffuso la richiesta di informazioni. Nella seconda, i soldi erano stati trasferiti ad un ulteriore conto di Stato del Kazakistan in una seconda banca, Pictet & Cie. Sembrava che chiunque controllasse il conto personale fosse stato avvisato dell’inchiesta del magistrato e che stesse provando a camuffare il denaro. Stimolata la sua curiosità, Devaud cercò il nome del beneficiario del conto. Era Nursultan Nazarabayev, il presidente del Kazakistan. Il magistrato sospettando che stesse accadendo qualcosa di irregolare, fece congelare tutti i conti sospetti. La sua azione non fu annunciata pubblicamente, ma ne arrivò notizia sul New York Times quattro mesi dopo, nell’ottobre 1999. La notizia rimase in gran parte inosservata. Nazarbayev ne proibì la diffusione sui suoi mezzi di comunicazione kazaki, e quando una stazione televisiva russa la rese nota, bloccò le sue trasmissioni in Kazakistan». Decisamente più efficiente che chiamare la locale Autorità per le garanzie nelle comunicazioni…

Per tornare al tema principale del libro e agli scenari petroliferi che racconta, ecco invece quel che riguarda l’oleodotto BTC (Baku, Tibilisi, Ceyhan), fortemente voluto dagli americani e che, divenuto operativo, gli aerei russi mancarono con le loro bombe durante il confitto del 2008: «Due Stati della regione – Azerbaigian e Georgia – abbracciarono presto l’idea di essere infilati come perle lungo un grande oleodotto legato a Washington (ai tempi guidati da Clinton, decisamente più occhiuto di Obama in queste aree), che permetteva loro protezione dai nemici. Adesso che gli Stati Uniti erano dietro di esso, piaceva loro anche di più. E piaceva anche alla Turchia che riteneva che la partecipazione a tale progetto potesse rinnovare la sua influenza storica sulla regione. Fu così che il governo americano diede nuova vita alla proposta da tempo nell’incubatrice di un oleodotto lungo 1.081 miglia da Baku ai terminali di esportazioni nel porto turco mediterraneo di Ceyhan. Sarebbe stato il più lungo tracciato di questo tipo al mondo e sarebbe stato costruito interamente su un territorio amico dell’America». Molti petrolieri storsero il naso di fronte a quello che veniva bollato come un “oleodotto politico”. Ma quali sono gli oleodotti non politici??

Gas e petrolio sono strumenti di pressione e di conquista. Un Risiko moderno dovrebbe avere giacimenti, oleodotti e gasdotti, anziché carrarmatini. Altrimenti non si capirebbe come mai l’Iran sia stata esclusa da tutti i giochi energetici.

In queste partite sui giacimenti kazaki, l’Italia ha avuto un ruolo rilevante: entrando nei campi di Tengiz, l’Eni era «la sola con quote di partecipazione in tutti e tre i giganti petroliferi kazaki, tra i più grandi del mondo». E aggiunge il giornalista: «Quando si disgregò l’Unione Sovietica, l’Eni era un giocatore relativamente minore nel settore petrolifero mondiale. Sedici anni dopo, era operatore sia di Karachaganak sia di Kashagan, aveva costruito una condotta per il gas naturale dalla Russia alla Turchia, era un esperto partner della Russia nei grandi accordi sul gas naturale. Mosca sembrava davvero avere fiducia negli italiani». Ora questa fiducia sembra venuta meno. Ma questa è un’altra storia.

Steve LeVine

Il petrolio e la gloria

Il Sirente

Fagnano Alto, 2009

Pagine 492

Euro 20

Non abbiate paura

Niente paura: è gente che resta. È il geniale sottotitolo di una mostra fotografica visibile fino a domenica 23 marzo nei meravigliosi spazi della Fondazione Arnaldo Pomodoro (via Solari 35, Milano). “Hospites” questo il titolo della mostra presentata ieri da Don Gino Rigoldi, animatore di Comunità Nuova, Onlus grazie alla quale si possono vedere, anche in queste fotografie, tanti migranti sorridenti.

Don Gino è cappellano del carcere minorile Beccaria e voce di quella città che è fuori dalle istituzioni ma che rappresenta davvero la Milano con il cuore in mano di antica memoria. Nel suo intervento ha citato il compianto Candido Cannavò parlando di “notizie buone” che non hanno spazio, che non finiscono sui giornali e men meno sulla televisione (io ero di passaggio…).

Anche Paolo Branca, docente di lingua e letteratura araba alla Cattolica di Milano, ha parlato al cuore dei tanti milanesi presenti (sia Rigoldi che Branca sono peraltro nati nella – ora troppo vituperata – via Padova), spiegando come la paura dello straniero sia un sentimento comprensibile, ma è un sentimento che si deve dominare. Che non ci dovrebbe governare. Una paura verso il diverso e verso il futuro che, spiega Branca, ci spinge anche a non fare figli, a differenza di periodi ben più grami per la storia milanese.

La serata si è conclusa con un meraviglioso concerto di Ghazi Makhoul e del suo liuto arabo a ricordare quanto possa unire la cultura e a testi moire che molte sono le persone integrate, in Italia per restare, a Milano per diventare milanesi.

Le 38 foto in bianco e nero di Alessandra D’Urso raccontano un’umanità che lavora, che ama, che parla, che ride. Che vive. La D’Urso è peraltro uno dei classici cervelli in fuga, essendo una fotografa milanese che vive da anni tra New York e Parigi. Trentunenne, ha un elenco di reportage in giro per il mondo che fa spavento (e invidia).

C’è insomma chi parte e chi resta. Per noi che rimaniamo, una mostra e una serata che sono un segno di speranza. 38 scatti in bianco e nero.

Ad maiora

In alto i cuori (neri)

La notizia non ha avuto molta eco sui quotidiani locali (il Giornale è quello che le ha concesso più spazio). Domani sera comunque (18 marzo, via Marina 1 a Milano, sede dei circoli dellutriani del Buon Governo) ci sarà un convegno di Casa Pound con il candidato del Pdl in Consiglio regionale Massimo Buscemi. Al centro del dibattito la proposta di legge per il Mutuo sociale. Casa Pound,  con un comunicato stampa, ha anche annunciato l’appoggio elettorale all’attuale assessore regionale (ex Fi). L’unica critica a tale sostegno è arrivata da Chiara Cremonesi di Sinistra ecologia e libertà: “Il parterre dei militanti del Pdl si arricchisce anche della cupa e anacronistica compagine di fascisti di Casa Pound”, ha detto la candidata.

Buscemi dal canto suo, al Giornale, ha detto che “siamo in piena democrazia e nessun amministratore dovrebbe negare a chicchessia la possibilità di essere ascoltato: che siano di estrema destra o estrema sinistra a me non importa”. Non sono certo che un appoggio a Penati di qualche centro di estrema sinistra non avrebbe provocato accese polemiche. Nel collegio di Milano, d’altronde, anche la Destra di Storace è collegata al listino Formigoni. Ma come dice Silvio Berlusconi nel messaggio di ieri ai Promotori della Libertà: “Sono anni che la sinistra dice di essere cambiata, ma non è vero. I suoi uomini sono sempre gli stessi- e gli alleati che si sono scelti sono perfino peggio di loro”. Probabile sia così.

Ma a proposito di alleati, Roberto Jonghi Lavarini (i cui comunicati stampa – accompagnati da foto – leggo sempre volentieri), così parla dell’appoggio di Casa Pound: “Altro che fogna, finalmente “i topi neri” scorazzano liberamente nel PDL, nella Lega, nelle istituzioni locali lombarde”. Anche negli stadi, come dimostrano le immagini del buon Zarate, attaccante squalificato, in curva con gli Irriducibili della Lazio. Insieme a lui, poco prima, anche la candidata Pdl Polverini. Fuggita al secondo gol dei baresi che mette la squadra romana a rischio B (e si sa, la sconfitta non ha padri né madri). Ai bei tempi del ventennio, la Lazio sfoderava pure la “maglia Mussolini” Il Duce, comunque, tanto per la cronaca, si dice tifasse Bologna.

Ad maiora