Month: dicembre 2010

Uniti da una favola, per Haiti

Un libro di fiabe scritto da donne che vogliono aiutare Suor Marcella, la missionaria che da anni opera ad Haiti, nella baraccopoli di Waf Jeremie. E’ “Uniti da una favola”.

I ricavati del volume vanno a finanziare la Casa di accoglienza per bimbi che la francescana sta realizzando nella capitale del Paese caraibico.

Ad Haiti tra pochi giorni si festeggerà il primo Natale dopo il terremoto e dopo l’epidemia di colera. E le violenze degli ultimi giorni, dopo il primo turno delle elezioni presidenziali, hanno obbligato anche si sta lavorando nel sociale a rimanere chiuso in casa in attesa di tempi migliori.

Tempi migliori che sono già arrivati per il centinaio di famiglie che hanno potuto entrare nelle nuove casette realizzate da Suor Marcella e per i tantissimi bambini che ora possono andare a scuola in quel quartiere difficile che è Waf Jeremie.

Questo libro cerca di sostenere tutto questo, attraverso lo strumento del coinvolgimento dei genitori che lo acquistano e dei bimbi che leggendolo (o facendoselo leggere) si rendono conto di quel che succede in altre parti del mondo.

Un ottimo regalo di Natale, a mio modo di vedere.

Lo potete trovare qui:

Fai clic per accedere a DoveTrovareIlLibroUnitiDaUnaFavola.pdf

Ad maiora

Sopravvivere alle prigioni. In Russia e in Italia

Ho già accennato a questo libro quando, qualche settimana fa, dopo l’incontro del Pen club Italia a Bellagio, avevo parlato di Grigorij Pas’ko. Parliamo di “Come sopravvivere alle prigioni in Russia” edito da Bollati Boringhieri.

È un piccolo volume molto interessante che rappresenta una sorta di manuale buono per i russi ma anche per noi “italiani”. Anche se Grigorij (giornalista della Marina militare finito per quattro anni in cella per aver denunciato – con un articolo – un caso di inquinamento nucleare nel Mar del Giappone) si rivolge principalmente ai suoi connazionali, agli «abitanti della Russia» che « si dividono in due categorie: chi sta in galera e chi si prepara ad andarci».

E i consigli che vengono dati sono frutto dell’esperienza personale: «È meglio prepararsi all’ipotesi peggiore: il massimo periodo di isolamento e il massimo della pena nel campo di lavoro. Certo, all’inizio è un’idea difficile da accettare. Ti pesano i ricordi di una vita relativamente felice da libero, della moglie, dei figli (qui non si sa cosa è meglio, se averli oppure non averli – sei padrone di te stesso, e quindi non devi spaccarti la testa per la famiglia). Quindi, per non sentire questo peso, ficcati nella zucca una volta per sempre che ora non hai più niente e nessuno: né una casa, né una famiglia, né una macchina, né un lavoro, né onorificenze… Non sei nessuno. E non hai neppure un’identità. Carcerato. Una cosa senza nome. Una bestia».

Una bestia. Parole che mi sono venute in mente pensando all’agghiacciante fine che hanno fatto ieri l’altro gli 83 detenuti bruciati vivi nel carcere di Santiago del Cile.

Ma chi sopravvive, a Mosca, come a Santiago o a Ravenna, deve affrontare celle piene come uova: «Il sovraffollamento, la puzza, la mancanza d’acqua, il rumore continuo, tutto questo e molto altro influiscono pesantemente sul morale. Spero che tu abbia letto dei libri sul 1937, il Kgb, la Ceka o abbia visto dei film sull’argomento. Ecco, i metodi non sono cambiati per niente. Non sono diventati più umani. E neanche superiori per livello intellettuale».

In Italia la situazione è diversa, ma anche dalle nostre parti, i casi di violenza sui detenuti no mancano. Per quanto riguarda il sovraffollamento, nel Bel Paese siamo arrivati a 68.795, di cui 25.364 stranieri. La capienza sarebbe per 44mila detenuti.

Il volume è comunque impostato sui toni dell’ironia, molto russa: «Imparerai molto in fretta a rispondere a tono sia a usare il gergo carcerario. Il contagio è rapidissimo. Un mese dopo avevo già difficoltà a parlare con gli avvocati e all’inquirente che mi chiedeva: “come va?”, risposi: “Perché le interessa tanto?”».

E Pas’ko ha ovviamente un occhio particolare verso i suoi colleghi giornalisti che, quando finì in cella,  si lanciarono nel gioco “sbatti il mostro in prima pagina”: «Certi colleghi giornalisti hanno il cervello di un pulcino – capace solo di pigolare. Gli sbirri gli rifilano una balla qualsiasi e loro, con la lingua di fuori, riportano le informazioni che hanno avuto da una parte sola. (…) In genere, mie cari giornalisti, ricordatevi: tutto ciò che dicono i dipendenti dell’Fsb, della polizia e della procura richiede una verifica, e per giunta molto accurata. Se non riuscite a verificare (l’informazione o non viene fornita o è menzognera), almeno scrivete facendo riferimento a questi maestri che manovrano dietro le quinte».

E oltre ai riferimenti professionali, cerca di dare una mano anche dal punto di vista caratteriale, per affrontare le difficoltà della vita in cella: «La malinconia carceraria, pelosa, verde, lunga come l’interminabile convoglio Vladivostok-Mosca, inesauribile, odiosa, nauseabonda, senza speranza. (…) La pigrizia del pensiero porta al ristagno del cervello e all’obesità dell’anima, non fare sport porta all’obesità del corpo, all’ipodinamismo e ad altri acciacchi. Lavora, lotta! E ricorda, ogni disgrazia ha due medicine: il tempo e il silenzio».

Il tutto per evitare la drammatica soluzione del suicidio. L’ultimo caso nel nostro Paese è stato a Foggia il 19 novembre, con protagonista un uomo con problemi psichici. Ma purtroppo si tolgono la vita anche persone assennate: 55 in Italia quest’anno. Questo quel che scrive Pas’ko: «Secondo Camus, il suicidio si prepara nel silenzio del cuore. Uccidersi vuol dire riconoscere che la vita è finita, che è diventata incomprensibile. Allora cerca di comprenderla, hai tanto tempo davanti a te. Non si sa mai, magari troverai la verità. È vero che sempre secondo Camus la ricerca della verità non è la ricerca di ciò che desideri. In prigione nessuno ti vieta di pensare, come di respirare. Apprezzalo e pensa. Senza affanno e senza panico, tranquillamente, lentamente, con intervalli per il pranzo e per la cena, per la lettura e la conversazione».

E infine, il collega che fa da corrispondente da Mosca per il blog di Bob Amsterdam, lancia – a suo modo – un messaggio di speranza: «Sopravviveremo, biscottino. E un giorno torneremo senz’altro alla vita di un tempo, prima del carcere. Non dico alla “vita libera” perché la libertà in fin dei conti dipende da una cosa soltanto – la lunghezza del guinzaglio».

Ad maiora

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Grigorij Michailovich Pas’ko

Come sopravvivere alle prigioni in Russia

Bollati Boringhieri editore

Torino, 2010

Euro: 9,00

Da Haiti a Rio. Ordine pubblico in salsa brasiliana (senza dimenticare Battisti)

Le favelas di Rio de Janeiro come le baraccopoli di Port-au-Prince. È la sensazione che hanno i soldati brasiliani di ritorno da Haiti ed ora impegnati nelle zone più calde della capitale del loro Paese.

Il generale Fernando Sardenberg – al comando della brigata di 800 paracadutisti che negli scorsi giorni ha “conquistato” il Complexo do Alemao, favela nella parte nord di Rio – ha detto che comunque le brande armate haitiane sono meno forti e hanno una potenza di fuoco minore rispetto a quelle brasiliane.

È la prima volta che l’esercito è impegnato in operazioni di ordine pubblico in Brasile. Eppure per la maggior parte dei soldati, questo non è stato il battesimo del fuoco: il 60% di loro ha indossato il casco blu dell’Onu nella missione haitiana (la Minustah, della quale abbiamo parlato più volte, da queste parti).

Dal 2004, dai tempi di Aristide, le Nazioni Unite hanno mandato sull’isola caraibica, migliaia di soldati. Il contingente più rilevante è quello brasiliano. Lo stesso che ha circondato e disarmato le principali bande armate della capitale haitiana.

Il generale Sardenberg ha detto comunque che nelle favelas brasiliane si sta meglio che nelle baraccopoli caraibiche.

La presidenza brasiliana ha ribadito ieri che i soldati rimarranno nei quartieri a rischio “fino a che sarà necessario”.

Il Paese sudamericano è ancora guidato da Lula da Silva che forse, prima di passare lo scettro a Dilma Roussef, potrebbe graziare Cesare Battisti, condannato in Italia a quattro ergastoli. I giornali brasiliani dicono potrebbe uscire dal carcere il 18 dicembre, in occasione del suo 56esimo compleanno.

Ma ciò, da quelle parti, non deve essere considerato un problema di ordine pubblico.

Ad maiora.

Se in tv si dibatte su cosa mangiò Sarah

Ritengo Chi l’ha visto una buona trasmissione e sono molto legato a Federica Sciarelli.

Per chiunque abbia un parente scomparso nel nulla, ha rappresentato e rappresenta una valvola di sfogo e spesso una scialuppa di salvataggio.

A quanti criticavano la diretta nella quale la madre di Sarah Scazzi apprese della morte della figlia, facevo presente che – senza quella tramissione – su molti casi di cronaca i riflettori della cronaca e (ahinoi) della giustizia si sarebbero spenti. Uno su tutti quello di Elisa Claps, trovata, 17 anni dopo la morte, in una chiesa di Potenza.

La trasmissione si sta però trasformando in un programma che sembra sempre più concentrarsi sugli aspetti giudiziari.

Sarah Scazzi non è più una ragazza scomparsa. E’ stata purtroppo assassinata e la giustizia sta facendo il suo corso. Non si capisce quindi perché, quel programma continui a occuparsi del caso.

O meglio, lo si capisce per alcuni aspetti: come quello, mandato in onda ieri, di trovare testimoni che possano chiarire i tanti misteri del caso di Avetrana.

Ma quando, sempre ieri, un servizio si focalizza su cosa e a che ora Sarah abbia consumato il suo ultimo pasto, se un sofficino o parte di esso, alle 12.45 o dopo, per stabilire l’ora della morte, evocando anche la possibile riesumazione del corpo, si superano i confini.

Chiunque abbia seguito un processo sa che i confonti tra i periti sono molto complessi e sono appunto confronti tra esperti. Non ho mai sentito di giornalisti chiamati alla sbarra nel confronto peritale. Soprattutto nei processi per omicidio volontario.

E credo che anche trasmissioni del servizio pubblico debbano porsi l’interrogativo su cosa mandare in onda e perché.

Ad maiora.