Month: dicembre 2010

In pochi alla messa in suffragio, a Collemaggio

Il deserto aquilano si misura anche sulle assenze. Stamane messa in suffragio delle vittime del terremoto a Collemaggio. Celebra l’Arcivescovo Metropolita de l’Aquila. In prima fila ci sono tutte le autorita’ locali e i responsabili della sicurezza. Ma mancano gli aquilani.
Pochissimi in questa bellissima chiesa, cui tutti qui sono molto legati.
Un’anziana signora (tanto anziana da avermi preso per un universitario fuori sede) mi ha detto che ha dovuto fare uno sforzo per sfidare il gelo e il ghiaccio e arrivare qui. Da un albergo. La sua casa e’ pericolante. “Ma io amo L’Aquila anche cosi’ – mi ha detto. E ogni volta che sento di qualche giovane che se ne va, mi viene da piangere”.
Anche lei e’ rimasta delusa dal vedere le navate (ferite dal terremoto) con le seggiole di plastica vuote. “Solo la fede mi fa andare avanti”, ha aggiunto salutandomi e facendomi gli auguri.
La fede cattolica qui in Abruzzo e’ radicatissima. Il rigore del cristianesimo originale ha fatto presa, fin dai tempi apostolici, in queste terre a pochi passi da Roma e dal suo Impero.
I frati medioevali abruzzesi (che poi prenderanno il nome di Celestini, grazie a Celestino V, le cui spoglia sono poste proprio di fronte all’altare) erano asceti, benedettini che oggi definiremmo estremisti: tanto spirituali da pensare di poter avere un contatto diretto con Dio, anzi col Regno di Dio. Con ideali di pace fra uomini e fra uomini e animali.
Celestino V fu l’unico Papa a “dimettersi”. Con queste parole (che dovrebbero far riflettere quanti dicono “non mi dimetterò mai”): “Io, Celestino, mosso da ragioni legittime, per bisogno di umiltà, di perfezionamento morale, e per obbligo di coscienza, come pure per indebolimento fisico e infermità, per difetto di dottrina e per la cattiveria del mondo; al fine di recuperare la pace e le consolazioni del mio precedente modo di vivere; con tutto l’animo e liberamente mi dimetto dal Pontificato”.
Era il 13 dicembre 1294 ed erano passate solo poche settimane da quando era stato consacrato proprio davanti a Collemaggio, il 29 agosto (tra il 28 e 29, ogni anno viene aperta la Porta Santa, sulla fiancata sinistra della Basilica).
L’Ordine dei Celestini non c’e’ più, riassorbito dai Benedettini. E ora qui intorno non ci sono più neanche gli aquilani.
Ma la signora che ho accompagnato mi ha detto che e’ sicura che tornerà nella sua casa, “fosse l’ultima cosa che faro’ su questa terra”.
Sono certo sara’ cosi’.
Ad maiora.

 

Morire per un 30 nel paese delle Veline

Una sala piena di gente. Nell’albergo non fa freddo ma molti tengono su il cappotto. Come se fossero pronti a scappare. Anche se e’ solo la presentazione di un libro.
Persino al ristorante, si riconoscono i terremotati/sfollati perche’ sono incappottati. L’amico e collega Umberto Braccili dice che nelle prime ore dopo il sisma, i più erano super vestiti: si erano portati via da casa il più possibile,
Anche Sergio Bianchi, presidente dell’Associazione vittime universitarie del sisma (Avus) parla al pubblico tenendo su il piumino. Non e’ aquilano ma frusinate. Nel terremoto ha perso Nicola. Il giorno dopo la scossa avrebbe dovuto sostenere un esame. Sergio non rimane incappottato perche’ ha il timore della scossa, ma perche’ ha un freddo dentro che fatica a sciogliere.
Guida l’associazione che si batte, oltre che per ottenere i risarcimenti da quanti costruirono case di burro sotto le quali morirono 55 universitari (più di un sesto delle vittime nel capoluogo). Ma anche per ottenere giustizia rispetto a quelli che, malgrado l’escalation delle scosse, non invitarono tutti ad abbandonare le quattro mura. In assenza della class action, sono costretti a fare cause singole. Fatto che costa parecchi soldi. Per questo, insieme a Braccilli, stanno promuovendo un volume intitolato “Macerie dentro e fuori”. Non si trova in libreria ma si può acquistare mandando una mail a maceriedentroefuori@gmail.com.
Il processo che li vede coinvolti e’ stato rinviato, per vizi formali, a febbraio 2011.
Cercheremo di seguirlo. E di organizzare una presentazione del libro a Milano.
Ad maiora

Ps. La presentazione oggi si e’ tenuta a Sulmona ed era dedicata alla memoria di Roberta Zavarella. Da Sulmona era tornata all’Aquila quel maledetto 6 aprile. Aveva rifiutato un 28 e quel giorno avrebbe cercato di portare a casa un 30.
La sua amica Silvia – che ha preso la parola – ha detto che era giusto cosi’. Che in una società che si accontenta Roberta non si accontentava.
Da lassù il tuo 30 non te lo toglierà mai nessuno,
Che la terra ti sia lieve.

Ritorno all’Aquila. Sulle note di Rossini

La neve rende l’Aquila ancora più spettrale. Nel centro, dove la stragrande maggioranza dei negozi sono chiusi e le case abbandonate (o interdette), le luminarie raccontano di un periodo di festa che si percepisce solo sul calendario.
Molte vie sono ancora chiuse al traffico, veicolare ma anche pedonale.
Si vaga a lungo per riuscire a raggiungere una meta. Volevamo (sono qui coi miei studenti dell’Ifg-Tobagi) raggiungere la chiesa di S.Maria Paganica, nel centro della citta’ terremotata. Una compagnia teatrale avrebbe dovuto fare la replica di uno spettacolo nella struttura religiosa da poco restituita alla citta’. Abbiamo vagato parecchio, tra militari e divieti d’accesso, arrivando tardi all’appuntamento. Salvo scoprire che lo spettacolo era stato annullato per ragioni di sicurezza: la neve sulla struttura provvisoria non garantisce sicurezza.
Una storia simbolica di una rinascita difficile.
Appena fuori dal centro i lavoratori di Abruzzo Engineering hanno occupato simbolicamente la loro azienda: dentro e’ tutto distrutto. Loro rischiano il posto di lavoro. Lunedì torneranno a manifestare.
In una piazza del Duomo deserta, sta intanto iniziando il concerto di Natale dei giovani dei corsi di alta formazione musicale.
E’ sotto un tendone, mentre fuori il vento ti butta in faccia neve ghiacciata. Nella steppa aquilana le musiche di Rossini e Mozart scaldano il cuore.
Ma tutto ciò, come scriveva, Rossini, rimane “un nodo avviluppato”.
Ad maiora.

Tende Avsi e cervelli in fuga

Qualche centinaio di studenti assiepato davanti al Politecnico di Milano. Prima per bere vin brulè e mangiare polenta e salamelle. Anche per combattere il freddo che avvolgeva Piazza Leonardo da Vinci.

Poi per ascoltare Alberto Piatti e John Makoa, rispettivamente segretario generale e rappresentante in Uganda dell’ong Avsi.

Le tende dell’organizzazione di volontariato milanese quest’anno sono state allestite, anziché in piazza del Duomo, davanti al polo universitario dal quale escono ingegneri e architetti.

Vista la marea di ragazzi che è rimasta ad ascoltare le testimonianze di quanti cercano di costruire un mondo migliore, è possibile che qualcuno tra loro scelga la strada del non profit. I cervelli in fuga dall’Italia, in questo caso, sono davvero graditi.

Ad maiora.

Haiti, rompiamolo davvero il silenzio!

Prima di partire per le trasferte, abitualmente, leggo dei libri che mi preparino su ciò che sto andando a seguire. Solitamente, di ritorno, considero il volume superato. Non è stato così per il libricino della collega Lucia Capuzzi “Haiti, il silenzio infranto” (Marietti).

Gli spunti che mi ha fornito sono stati importanti prima di arrivare. Ma le suggestioni che mi ha lasciato sono valide anche ora che sono tornato.

Il libro parte dall’analisi del terremoto spiegando che ci sono stati 25.000 mila molti per ogni milione di abitanti: il tutto – a differenza dello tsunami asiatico che ha colpito diverse nazioni – concentrato in un solo Stato. E i danni provocati dal sisma sono difficilmente paragonabili a quel che accade nel resto del mondo: gli 8.8 gradi Richter del terremoto che il 27 febbraio ha colpito il Cile ha provocato 500 vittime; i 7 gradi Richter del sisma che devasta Haiti uccide almeno 220/250 mila persone.

Ma quel terremoto (definito dalle Nazioni Unite “una delle peggiori catastrofi mai accadute”) «ha polverizzato un Paese già da tempo vicino al crollo». Degrado sociale: «Già prima del sisma, la nazione aveva una percentuale di violenze sessuali drammaticamente alta: oltre il 30%, tre donne su dieci. La metà era minorenne». Condizioni igieniche pietose: «I rifiuti che intasano gli scoli fognari con i disperati che raccolgono il liquido lurido per bere o lavarsi: molto prima del terremoto, l’acqua corrente era un lusso per pochi ricchi, il 5% della popolazione». Al resto della popolazione pensano le organizzazioni internazionali. Anche se – unica pecca – nel libro si scrive, imprudentemente, che «per fortuna l’epidemia di colera tanto temuta non c’è stata».

Situazione economica disastrosa: 7 milioni di disoccupati su una popolazione di 10 milioni di persone. Eppure, scrive la Capuzzi, «non è che non esistono ricchi ad Haiti. C’è un 5% della popolazione che vive nel lusso. In ville con piscina e campi da tennis. Ma nemmeno loro, una volta varcato il recinto elettrificato, sfuggono al degrado che opprime l’isola».

Lucia Capuzzi descrive dettagliatamente del lavoro delle ong più attive come Avsi che stanno lavorando da un lato contro la deforestazione (è rimasto integro solo l’1,5% del patrimonio boschivo) e dall’altro per dare un futuro all’isola, rilanciando l’agricoltura (l’isola al momento non è autosufficiente e deve importare prodotti agricoli); o della mitica suor Marcella di cui ho parlato a più riprese (e che Lucia dice: «Se il mondo saprà muoversi bene, il terremoto sarà un’occasione di rinascita per Haiti, altrimenti sarà una catastrofe perché il poco che c’era è stato spazzato via”»).

Le parti che mi sono rimaste più impresse sono quelle legate all’isola degli spiriti, ossia ai riti vudù, che hanno largo seguito ad Haiti. Scrive Lucia: «Per i vuduisti, Dio ha creato il mondo per poi disinteressarsene. La divinità è lontana e inaccessibile. A fare da tramite con l’aldilà sono, invece i loa , ovvero gli spiriti degli antenati, della natura. (…) Secondo la tradizione, la rivolta definitiva contro i coloni francesi iniziò durante un rito vudù nella radura di Bois Cayman, nel nord dell’isola, il 14 agosto 1791. (…) È stato Aristide, ex sacerdote e capo di Stato dall’inizio degli anni Novanta al 2004, a trasformare la “religione oscura” – secondo il pregiudizio dei coloni europei sconfitti dagli schiavisti viduisti – in fede ufficiale di Haiti, insieme al cristianesimo».

E l’essenza nera del Paese ha avuto un suo ruolo anche dopo il terremoto: «Rito e formalismo sono una vera ossessione per i vuduisti. In quest’ottica si spiega la veemente opposizione dell’Autorità Suprema del vudù, Max Beauvoir, alle “sepolture rapide” dei cadaveri organizzate dal governo Preval dopo il terremoto. Le centinaia di migliaia di cadaveri sparsi per le strade, fra le macerie, dovevano essere, in qualche modo “sistemati”. Data l’impossibilità di svolgere funerali di massa, l’esecutivo ha dato ordine che venissero interrati in fosse comuni. Lo “smaltimento” – come è stato definito nei comunicati del governo – è andato avanti per giorni. Tutti i rappresentanti delle principali confessioni non si sono opposti, data l’urgenza. Tranne il “capo” della religione vudù, in cui il rito funebre è uno dei cardini della tradizione. Solo grazie a questo, lo spirito del defunto riesce a staccarsi dal corpo e dalla famiglia, per andare nell’aldilà. In caso contrario, può restare “agganciato” ai suoi cari e trascinarli con sé, prima del tempo, nel mondo dei morti. Il culto prevede che il funerale duri nove giorni. Nemmeno la legittima energenza – secondo Beauvoir – avrebbe autorizzato i fedeli a contravvenire alla regola».

Mi hanno anche raccontato che nei giorni successivi al sisma qualcuno sia andato nei cimiteri a disseppellire gli ultimi cadaveri inumati, temendo che le scosse telluriche fossero una sorta di vendetta per una sepoltura anticipata.

Insomma, una serie di informazioni in grado di far pensare. Come le parole che la Capuzzi usa nelle ultime pagine del suo bel libro: «Haiti è un frammento d’Africa intrappolato nei Caraibi. Un insegnante haitiano mi ha detto, una volta, che il fascino dell’isola risiede proprio nella sua essenza primordiale : “Si viene ad Haiti per vedere come era la terra alle origini, prima che la civiltà la addomesticasse”. La “perla nera” – o meglio quel che ne resta – è molto più che selvaggia. È primitiva. Questo suo incanto è la sua maledizione. Ogni cosa è estrema, intensa, quasi violenta: dai colori del mare e dei fiori agli impulsi degli uomini. Non c’è via di mezzo ad Haiti. Baraccopoli o ville extra lusso. Schiavitù o licenza sconfinata. Dittatura o anarchia. E ogni estremo non è che “la metà segreta” di quello opposto. Viaggiare nell’isola è una vertigine continua. La pendenza qui, non è solo un tratto del paesaggio. È la dimensione stessa del Paese».

Lucia Capuzzi, Haiti, il silenzio infranto, Marietti, Genova/Milano, 2010 Euro 13.00 (con diritti d’autore devoluti a varie ong).

Ad maiora

Ps. Mi rendo conto, dal flusso di contatti sul sito, che gli argomenti che tratto in questi giorni interessano meno del bunga bunga o dello sconsciuto deputato dell’Idv fiducioso. Ma il mondo va avanti a prescindere dai voti del Parlamento italiano. O forse va indietro. “La situazione sull’isola peggiora sempre piu’, siamo gia’ arrivati a 2100 morti e si parla di 400 mila contagi e 200 mila morti se l’epidemia continuerà senza che si riesca a fermarla”. Dice padre Antonio Menego’n, Camilliano, Responsabile della Missione Camilliana ad Haiti.

Infrangiamolo davvero quel silenzio di cui parla Lucia Capuzzi.