Month: dicembre 2010

Lukashenko, un leader che non vuole le opposizioni

“Quello che ieri si e’ cercato di fare a Minsk e’ banditismo. Si sono scatenati vandali e teppisti”. Così Aleksandr Lukashenko ha commentato oggi (nella conferenza stampa in cui si è vantato della sua nuova, scontata vittoria elettorale) gli scontri ieri dopo la comunicazione dei risultato elettorali per le presidenziali bielorusse.

Il presidentissimo ce l’ha con l’opposizione, che osa opporsi: “Non ci sara’ una rivoluzione in Bielorussia, abbiamo superato, con milioni di nostri concittadini, un esame di fronte alla Storia, alla patria e all’avvenire dei nostri figli”.

Linguaggio in puro stile sovietico, per un altro personaggio che – come Putin –  vincerebbe anche senza brogli e che invece non vuole confrontarsi con chi non la pensa come lui.

E così non si accontenta di vincere col 50,1%. No, vuole il plebiscito. 79% dei votanti.

Elezioni giudicate “truccate” dall’opposizione (bella ma inconsistente) che ieri ha cercato di invadere il palazzo che ospita il governo. Respinta dalle forze di sicurezza che hanno arrestato manifestanti a mazzetti (anche lì ci sono fermi preventivi degli oppositori per impedir loro di andare in piazza).

L’Unione europea condanna l’uso della violenza e chiede la liberazione degli arrestati. Mentre Mosca ha avallato il risultato elettorale. Lo stesso che l’Osce (che anche in Russia – Stato membro – fatica a lavorare) giudica “non trasparente”.

Il ministro degli Esteri , Frattini, ha espresso “preoccupazione” per le violenze e gli arresti “definiti inaccettabili”. Dopodomani incontrerà il suo omologo bielorusso cui esprimerà la posizione italiana. Staremo a vedere. Anche perché i rapporti tra i due Paesi sono davvero buoni. Pur non avendo i rapporti di amicizia che ha verso Gheddafi o Putin, a Berlusconi Lukashenko piace:

http://www.taurillon.org/Berlusconi-Loukachenko-presidents-amis

Ad maiora

Tornando a Onna (a quel che ne è rimasto)

“Se sei  venuto a sentir parlare male di Berlusconi, questa non è la casa giusta”. Antonietta si mette inizialmente sulla difensiva quando scopre che sono un giornalista. Ma è una difesa che dura pochi istanti.

Mi ha offerto il caffè nella sua nuova casetta a Onna, uno dei comuni più devastati dal terremoto di un anno fa. Una casa di quelle che proprio Berlusconi consegnò agli abitanti durante un “Porta a porta”, pur essendo state costruite dalla Provincia di Trento e dalla Croce rossa.

“Prima ero per la Dc e tanti anni fa ero per il fascismo” mi dice, un po’ provocatoriamente, mentre prepara il pranzo per la figlia. Sono le ultime considerazioni “politiche” che mi fa.

Antonietta è classe 1933. “Nemmeno il terremoto mi ha voluto!”, spiega ridendo nel prefabbricato riscaldato, malgrado il gelo fuori (e benché, in altre Case, la situazione in questi giorni sia decisamente meno allegra).

Aspettiamo il prete (sudamericano) che – forse per il gelo – non si presenterà all’appuntamento mattutino per bere il caffè. Sul tavolo Antonietta ne ha un thermos pieno, sempre pronto per gli ospiti che dovessero presentarsi alla porta. È l’ospitalità abruzzese, davvero inimmaginabile a chi non sia stato da queste parti. Un anno e mezzo fa, nelle tendopoli, subito dopo aver perso la casa e gli affetti, gli sfollati dividevano con tutti il cibo che gli veniva offerto e ringraziavano in continuazione.

Onna è stata ricostruita, con casette di legno, a pochi passi da dove sorgeva il Paese inghiottito dal terremoto. Anche i nomi delle vie della nuova Onna ricordano la strage provocata dal sisma: 49 morti su 310 abitanti. Via delle vittime del  terremoto, Via Comunità di Onna, via Trento, Via del Volontariato.

All’ingresso dell’abitato ora c’è una struttura moderna, “Casa Onna”, costruita dal governo tedesco: in questo piccolo borgo, nel ’44, i nazi  trucidarono 17 persone.

Antonietta a quel tempo era a Barete. Arriverà ad Onna solo dopo il matrimonio da cui nasceranno due figli. Il borgo  non è più quello di prima e la cosa le dispiace. Con la neve è difficile andare in giro. La spesa gliela fanno i vicini, quando non possono i parenti. “Ma si sta bene anche in queste casette”, mi dice sempre sorridendo.

La tv qui non è accesa. Antonietta voterebbe Berlusconi anche senza la propaganda. È figlia di un  Paese profondo al quale il presidente- di-quasi- tutto parla da quando è sceso in politica. E che l’opposizione fatica persino a comprendere.

Lasciamo Antonietta ed Onna. Il grande prato dove vennero sepolti, sotto uno strato di calce, tutti gli animali morti durante il sisma, pur coperto da uno strato di neve, odora ancora di morte. Il resto del borgo è tutta zona rossa, a rischio crolli anche per la neve e le temperature rigide di queste ore. Le foto messe su pannelli ricordano a chi passa di qui com’era bella Onna prima del terremoto. Ora, malgrado l’ottimismo di Antonietta, quelle nuove casette fanno stringere il cuore.

Ad maiora.

In pochi alla messa in suffragio, a Collemaggio

Il deserto aquilano si misura anche sulle assenze. Stamane messa in suffragio delle vittime del terremoto a Collemaggio. Celebra l’Arcivescovo Metropolita de l’Aquila. In prima fila ci sono tutte le autorita’ locali e i responsabili della sicurezza. Ma mancano gli aquilani.
Pochissimi in questa bellissima chiesa, cui tutti qui sono molto legati.
Un’anziana signora (tanto anziana da avermi preso per un universitario fuori sede) mi ha detto che ha dovuto fare uno sforzo per sfidare il gelo e il ghiaccio e arrivare qui. Da un albergo. La sua casa e’ pericolante. “Ma io amo L’Aquila anche cosi’ – mi ha detto. E ogni volta che sento di qualche giovane che se ne va, mi viene da piangere”.
Anche lei e’ rimasta delusa dal vedere le navate (ferite dal terremoto) con le seggiole di plastica vuote. “Solo la fede mi fa andare avanti”, ha aggiunto salutandomi e facendomi gli auguri.
La fede cattolica qui in Abruzzo e’ radicatissima. Il rigore del cristianesimo originale ha fatto presa, fin dai tempi apostolici, in queste terre a pochi passi da Roma e dal suo Impero.
I frati medioevali abruzzesi (che poi prenderanno il nome di Celestini, grazie a Celestino V, le cui spoglia sono poste proprio di fronte all’altare) erano asceti, benedettini che oggi definiremmo estremisti: tanto spirituali da pensare di poter avere un contatto diretto con Dio, anzi col Regno di Dio. Con ideali di pace fra uomini e fra uomini e animali.
Celestino V fu l’unico Papa a “dimettersi”. Con queste parole (che dovrebbero far riflettere quanti dicono “non mi dimetterò mai”): “Io, Celestino, mosso da ragioni legittime, per bisogno di umiltà, di perfezionamento morale, e per obbligo di coscienza, come pure per indebolimento fisico e infermità, per difetto di dottrina e per la cattiveria del mondo; al fine di recuperare la pace e le consolazioni del mio precedente modo di vivere; con tutto l’animo e liberamente mi dimetto dal Pontificato”.
Era il 13 dicembre 1294 ed erano passate solo poche settimane da quando era stato consacrato proprio davanti a Collemaggio, il 29 agosto (tra il 28 e 29, ogni anno viene aperta la Porta Santa, sulla fiancata sinistra della Basilica).
L’Ordine dei Celestini non c’e’ più, riassorbito dai Benedettini. E ora qui intorno non ci sono più neanche gli aquilani.
Ma la signora che ho accompagnato mi ha detto che e’ sicura che tornerà nella sua casa, “fosse l’ultima cosa che faro’ su questa terra”.
Sono certo sara’ cosi’.
Ad maiora.

 

Morire per un 30 nel paese delle Veline

Una sala piena di gente. Nell’albergo non fa freddo ma molti tengono su il cappotto. Come se fossero pronti a scappare. Anche se e’ solo la presentazione di un libro.
Persino al ristorante, si riconoscono i terremotati/sfollati perche’ sono incappottati. L’amico e collega Umberto Braccili dice che nelle prime ore dopo il sisma, i più erano super vestiti: si erano portati via da casa il più possibile,
Anche Sergio Bianchi, presidente dell’Associazione vittime universitarie del sisma (Avus) parla al pubblico tenendo su il piumino. Non e’ aquilano ma frusinate. Nel terremoto ha perso Nicola. Il giorno dopo la scossa avrebbe dovuto sostenere un esame. Sergio non rimane incappottato perche’ ha il timore della scossa, ma perche’ ha un freddo dentro che fatica a sciogliere.
Guida l’associazione che si batte, oltre che per ottenere i risarcimenti da quanti costruirono case di burro sotto le quali morirono 55 universitari (più di un sesto delle vittime nel capoluogo). Ma anche per ottenere giustizia rispetto a quelli che, malgrado l’escalation delle scosse, non invitarono tutti ad abbandonare le quattro mura. In assenza della class action, sono costretti a fare cause singole. Fatto che costa parecchi soldi. Per questo, insieme a Braccilli, stanno promuovendo un volume intitolato “Macerie dentro e fuori”. Non si trova in libreria ma si può acquistare mandando una mail a maceriedentroefuori@gmail.com.
Il processo che li vede coinvolti e’ stato rinviato, per vizi formali, a febbraio 2011.
Cercheremo di seguirlo. E di organizzare una presentazione del libro a Milano.
Ad maiora

Ps. La presentazione oggi si e’ tenuta a Sulmona ed era dedicata alla memoria di Roberta Zavarella. Da Sulmona era tornata all’Aquila quel maledetto 6 aprile. Aveva rifiutato un 28 e quel giorno avrebbe cercato di portare a casa un 30.
La sua amica Silvia – che ha preso la parola – ha detto che era giusto cosi’. Che in una società che si accontenta Roberta non si accontentava.
Da lassù il tuo 30 non te lo toglierà mai nessuno,
Che la terra ti sia lieve.

Ritorno all’Aquila. Sulle note di Rossini

La neve rende l’Aquila ancora più spettrale. Nel centro, dove la stragrande maggioranza dei negozi sono chiusi e le case abbandonate (o interdette), le luminarie raccontano di un periodo di festa che si percepisce solo sul calendario.
Molte vie sono ancora chiuse al traffico, veicolare ma anche pedonale.
Si vaga a lungo per riuscire a raggiungere una meta. Volevamo (sono qui coi miei studenti dell’Ifg-Tobagi) raggiungere la chiesa di S.Maria Paganica, nel centro della citta’ terremotata. Una compagnia teatrale avrebbe dovuto fare la replica di uno spettacolo nella struttura religiosa da poco restituita alla citta’. Abbiamo vagato parecchio, tra militari e divieti d’accesso, arrivando tardi all’appuntamento. Salvo scoprire che lo spettacolo era stato annullato per ragioni di sicurezza: la neve sulla struttura provvisoria non garantisce sicurezza.
Una storia simbolica di una rinascita difficile.
Appena fuori dal centro i lavoratori di Abruzzo Engineering hanno occupato simbolicamente la loro azienda: dentro e’ tutto distrutto. Loro rischiano il posto di lavoro. Lunedì torneranno a manifestare.
In una piazza del Duomo deserta, sta intanto iniziando il concerto di Natale dei giovani dei corsi di alta formazione musicale.
E’ sotto un tendone, mentre fuori il vento ti butta in faccia neve ghiacciata. Nella steppa aquilana le musiche di Rossini e Mozart scaldano il cuore.
Ma tutto ciò, come scriveva, Rossini, rimane “un nodo avviluppato”.
Ad maiora.