Month: dicembre 2010

Reporter Sans Frontieres ospita Wikileaks

Mentre Assange, dice (al Guardian) che negli Usa teme di essere ucciso (anche se per ora l’accusa di cospirazione, con conseguente richiesta di estradizione, non è stata preparata) al servizio dell’australiano si sono offerti molti avvocati, gratuitamente. Ma i costi per la  difesa ammontano ormai a 500 mila sterline. L’interruzione di servizio annunciata da Visa, Mastercard e PayPal, ha però ridotto considerevolmente il flusso di donazioni che giornalmente pervenivano al suo staff.

Per ovviare all’offuscamento del sito, Reporter sans frontiéres da due giorni ospita un sito mirror per i cable diplomatici statunitense resi pubblici da Wikileaks. Il suo indirizzo è wikileaks.rsf.org.

“Questo è un gesto di sostegno al diritto di WikiLeaks di pubblicare le informazioni senza essere ostacolati,”  ha detto Reporters sans frontiéres. “Noi difendiamo la libera circolazione delle informazioni su Internet e la protezione delle fonti, senza la quale il giornalismo investigativo non può esistere.”

Con la pubblicazione dei cable diplomatici statunitensi, Wikileaks ha reso disponibile, a cinque importanti quotidiani internazionali e al grande pubblico, una grande quantità di materiale fino ad ora inedito. Le minacce e i tentativi di chiudere Wikileaks rappresentano – a giudizio di Rsf, e non solo –  un attacco al ruolo di “cane da guardia della democrazia”, ruolo difeso dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte sottolineato che questo ruolo comporta la protezione delle fonti e l’assenza di misure governative volte a tacitare queste fonti.

Come spesso accade con il giornalismo investigativo, leggi sono state violate per ottenere i documenti passati a Wikileaks e che Wikileaks ha messo a disposizione di mezzi di informazione di primo piano. In teoria, questo significa che Wikileaks, e i media che hanno collaborato con esso, potrebbero essere considerati come complici. Ma Reporters sans frontiéres evidenzia come la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che la nozione di “complicità” non si applica quando – come in questo caso – il rilascio dei documenti serve l’interesse generale e il diritto del pubblico ad essere informato.

Reporters sans frontiéres ospita il sito mirror di Wikileaks in nome del libero flusso di notizie e di informazioni, stiamo facendo questo esclusivamente come parte del partenariato che Wikileaks ha stabilito con mezzi di informazione, questa partnership sarà costantemente riesaminata alla luce delle attività di WikiLeaks e dei contenuti che offrirà in futuro.

Ad maiora

L’Aquila: Pompei o Sarajevo?

Si cammina da soli nel centro de L’Aquila. A volte non si incontra nessuno per molte centinaia di metri. Tranne le camionette dell’esercito. Hanno il motore acceso. I soldati cercano di combattere così il freddo e la forzata inattività. La loro presenza ad ogni angolo del Corso mi ha fatto tornare alla mente Sarajevo nel dopo guerra.

In Bosnia però – e non sembri paradossale quel che sto scrivendo – poco dopo la fine del conflitto, avevano preso il via i lavori di ristrutturazione (anche per i fondi internazionali lì piovuti). Non sono un ingegnere e quindi non so dire se è più facile ricostruire una citta di 79 mila abitanti colpita da un terremoto del grado 5,9 scala Richter o di 752 mila abitanti che ha sofferto il più lungo assedio bellico della storia moderna (dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996).

So che mi sono trovato d’accordo con le parole pronunciate dalla presidente del Fai, Ilaria Borletti Buitoni, nel momento della riconsegna alla città della Fontana delle 99 cannelle (il cui restauro il Tg1 ha dimenticato di dire fosse stato finanziato dal Fondo per l’Ambiente Italiano): “Sono rimasta sconvolta, rivedendo L’Aquila un anno dopo: si trova nelle stesse condizioni dell’immediato dopo terremoto. Il centro storico è una città morta, dove restano solo rovine, macerie mute e recintate. In cinque anni, se le macerie rimarranno macerie, lo spirito e l’anima del centro dell’Aquila saranno gli stessi di Pompei”.

Diventerà come Pompei o si trasformerà in Sarajevo, l’Aquila?  Nella capitale bosniaca la vita è tornata a scorrere lungo tutte le vie cittadine. E la sera oggigiorno non è sempre facile trovare un tavolo dove sedersi per mangiare o bere qualcosa.

Se la presidente del Fai si fosse fermata una sera nel centro de L’Aquila, avrebbe però visto centinaia di ragazzi invadere i pochi bar aperti. Malgrado la neve e il freddo, stazionano anche fuori dai locali, per fumare e ridere. Molti di loro ora studiano lontano ma tornano nella loro città appena possono. Vivono ovviamente fuori dal centro ma un salto lungo il Corso lo fanno. La movida si è spostatacomunque in via della Croce Rossa che è fuori dal centro storico.

Ma quei ragazzi che non abbandonano la loro città, che si laureano all’Aquila anche se sono sopravvissuti al terremoto (come Marta Valente, emersa dalle macerie dopo 23 ore e laureatasi il 17 dicembre), che fanno rivivere una città che qualcuno forse vorrebbe trasferita altrove, sono qualcosa di più di una speranza per il futuro. Sono mattoni e cemento molto più forte di quello con cui costruirono le case di burro crollate, inghiottendo 200 abitanti.

L’Aquila, ne sono certo, tornerà a volare.

Ad maiora.

Lumbard, baluba o balabiott?

Un libro che parla del dialetto “lombardo” (che poi in realtà non esiste, visto che tra come si parla nelle zone retiche e nell’Oltrepo la differenza è incredibile) ma che fondamentalmente prende in giro, bonariamente i lumbard.

È “Curs de lumbard per Balùba (balabiott e cinés cumpres)” di Davide Rota, autore comico che – sempre per Mondadori – aveva scritto il “Curs de Lumbard per terùn”.

Ricco di disegni e tavole (anzi, “tàule”) il volume ha vari spunti nei quali si irride i cd nazionalisti padani: «Tra romani e romeni, cinesi e ticinesi il lombardo non fa molta differenza. Il lombardo per ragioni razziali al Cd-rom preferisce la chiavetta».

Rota, originario di Luino, ha un po’ di avversione per Milano, «disposta a cerchi concentrici, come gironi infernali». E infatti le battute più taglienti riguardano proprio gli abitanti del capoluogo: «Il bauscia lombardo ha un senso innato di superiorità asociale, d’altronde la targa di Milano è Mi che significa Io». O sul traffico cittadino (problema ampiamenterisolto, anni fa, dall’allora sindaco Albertini che fu commissario straordinario all’uopo): «A Milano i ladri rapinano gli uffici postali in taxi perché non saprebbero dove parcheggiare».

Il testo analizza, sempre in chiave ironica, il dialetto lombardo, la cui specificità è anche di essere onomatopeico: «Il lombardo è più veloce persino del francese e dell’inglese: Je suis ici (9 lettere), I am here (7 lettere). Sun chi (6 lettere). Il lombardo non dice io vado (6 lettere) ma mi vo (4 lettere); non dice io faccio (8 lettere) ma mi fo (4 lettere); non dice io posseggo (10 lettere) ma mi g’ho (5 lettere)».

Rota prende per i fondelli l’operosità lombarda: «Il detto cartesiano cogito ergo sum deriva dal lombardo rogito ergo sum e alla Capitale il meneghino preferisce di gran lunga il capitale».

E nella stagione del bunga-bunga, non possono mancare i riferimenti alle attività sessuali (ovviamente frenetiche e compulsive) dei lumbard: «Il lombardo ama la terra e sostiene che “il podere logora chi non ce l’ha” e che se possiedi una tenuta troverai di certo una mantenuta. Il lombardo alla Mecca preferisce la micca e, pur essendo credente, più che la Vacca sacra adora il Vitello d’oro. D’altra parte un tempo quando arrivava un politico si squillavano le trombe, adesso si trombano le squillo».

Insomma, può essere un barlafüs, un grattacü e un malnàtt ma difficilmente almeno è un michelasc e come dimostra questo volume sa anche ridere su sé stesso.

Ad maiora

Davide Rota

Curs de  lumbard per balùba (balabiòtt e cinés cumpres)

Mondadori, Milano, 2010

Euro 16.00

Libere le anatre, catturate perché socievoli

Nelle scatole di cartone con cui le trasportano dalle gabbie dove hanno vissuto per pochi giorni fino al laghetto dove verranno liberate rumoreggiano.
Forse hanno capito che stanno per tornare in libertà. O forse temono si avviino a finire in cucina o a far da richiamo per altre compagne di viaggio che attratte dal loro canto, scendono dove sono le loro gabbie e vengono impallinate.
Le anatre selvatiche, che questa mattina sono state liberate dal WWF nell’Oasi milanese di Vanzago, sono animali socievoli. Volano in branco. E se sentono qualcuno della loro specie a terra, gli si avvicinano, ignare che sia una trappola. Funziona cosi’ per molte specie di uccelli. Non sempre i richiami artificiali funzionano. Quelli vivi, ahinoi, anzi ahi loro, sono molto più efficaci. Le alzavole liberate stamattina (sono le più piccole anatre europee e finiscono cotte allo spiedo) sono cosi’ legate allo stormo che se un cacciatore ne colpisce una, le altre a volte tornano indietro per vedere come mai una di loro si sia “fermata”. E finiscono a loro volta nel mirino della doppietta.
Le 40 anatre selvatiche liberate oggi sono state sequestrate dalle guardie ecologiche volontarie del WWF (con Forestale e Polizia provinciale) a due cacciatori bresciani.
Chi volesse segnalare casi di bracconaggio in Lombardia chiami il numero: 328.7308288.

Ad maiora.

Protesta contro Snam a Sulmona

A Sulmona, ambientalisti contro il nuovo gasdotto

“Stop Snam”. Il cartellone sulla strada centrale di Sulmona non può che indurmi a fermarmi e avvicinarsi a chi sta manifestando.

“Vuole firmare la petizione contro il gasdotto?”, mi chiede un signore. Faccio no con la testa e dico che vorrei solo avere qualche informazione.

“Conosce il gasdotto Gazprom, quello di cui parlano in questi giorni quelli di Wikileaks?”. Sorrido, ma quell’ambientalista abruzzese non può sapere che sono informato del progetto. “Passerà proprio di qui! E noi vogliamo opporci”.

Mi mette in mano cinque o sei volantini e mi saluta avvicinando qualche altro passante.

Il gasdotto in questione è il Brindisi-Minerbio, la cosiddetta “Rete adriatica” ch in realtà passerà nell’entroterra e che lungo i suoi 687 chilometri porterà il gas russo (o meglio, gestito dai russi di Gazprom, con la partecipazione dell’Eni al 40%) dalle ex repubbliche sovietiche al nord Italia, anzi, al nord Europa dato che l’aspirazione italiana è quella di diventare un hub alternativo all’Ucraina (qui di rivoluzioni arancioni non c’è aria…).

Vicino a Sulmona dovrebbe essere realizzata una centrale di compressione. Di qui la protesta degli ambientalisti locali (ma se cliccate su google Brindisi-Minerbio vedrete che l’opposizione è lungo tutto l’asse del percorso).

Nei volantini i cittadini se la prendono con la Regione Abruzzo ma anche col Comune di Sulmona (non risparmiano critiche anche all’opposizione) e annunciano ricorso diretto alla Commissione europea. Vogliono chiedere se siano state rispettate tutte le direttive in materia ambientale e in caso contrario chiedono che sia aperta una procedura di infrazione contro l’Italia.

Domandano se non fosse necessaria una Valutazione ambientale strategica (Vas) o una Valutazione d’impatto ambientale (Via) unica. Ne sarebbero invece state chieste cinque separate, per i cinque tronconi del gasdotto.

Il volantinaggio prosegue. Qualcuno sta per firmare ma esita. “Non si preoccupi signora, dice un manifestante, la firma non comporta partecipazione alle spese legali nemmeno se avvieremo la procedura d’infrazione”. La signora firma. Mi sa che Snam ed Eni dovranno avviare una bella campagna di informazione e confronto se non vorranno che cresca il fronte dell’opposizione al progetto.

Ad maiora.