Pompei

Zapping mondiale: da #Napolitano a #Pompei. Italia, ci sta diludendo

Five Star Movement protesters in RomeDopo giorni di  vacche magre, l’Italia torna a far parlare di sé in giro per i siti web del mondo.

Non ho visto grande entusiasmo internazionale, in realtà, per la rielezione del capo dello stato.

Il Corriere del Ticino, dopo aver aperto per giorni sulla crisi, mette nella parte bassa del sito la rielezione di Napolitano.
Critico anche il titolo del Pais che parla dei partiti tradizionali che rieleggono un 87enne.
El Mundo parla invece della novità storica della prima rielezione repubblicana.
Non si cambia molto registro nemeno sul Guardian che usa come foto (quella qui sopra) le proteste a 5stelle. Anche Die Zeit sottolinea l’età del “nuovo” presidente e lo accompagna con una foto nella quale si mostra una donna che ha un cartello contro l’inciucio.
Reieletto Napolitano, il semplice titolo di Le Figaro. Le Monde descrive la rielezione come l’unico modo per salvare la politica dal naufragio. E’ più o meno lo stesso taglio della tedesca Faz.

L’Indipendent, sottilmente, ricorda invece che rimarrà presidente fino a quando avrà 94 anni. Non è un paese per giovani il nostro, si sa.
Concludo la parte italiana con il New York Times che parla di quanto sia vecchia e burocratica l’Italia. Ma non si riferisce alla politica. Bensì allo stato di abbandono in cui si trovano gli scavi di Pompei.
Finisco con l’attentato di Boston e con i giornalisti di Radio Free Europe che sono andari nel paese del Caucaso da cui provenivano i due attentatori. Qui il reportage, anche video.
Ad maiora

L’Aquila: Pompei o Sarajevo?

Si cammina da soli nel centro de L’Aquila. A volte non si incontra nessuno per molte centinaia di metri. Tranne le camionette dell’esercito. Hanno il motore acceso. I soldati cercano di combattere così il freddo e la forzata inattività. La loro presenza ad ogni angolo del Corso mi ha fatto tornare alla mente Sarajevo nel dopo guerra.

In Bosnia però – e non sembri paradossale quel che sto scrivendo – poco dopo la fine del conflitto, avevano preso il via i lavori di ristrutturazione (anche per i fondi internazionali lì piovuti). Non sono un ingegnere e quindi non so dire se è più facile ricostruire una citta di 79 mila abitanti colpita da un terremoto del grado 5,9 scala Richter o di 752 mila abitanti che ha sofferto il più lungo assedio bellico della storia moderna (dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996).

So che mi sono trovato d’accordo con le parole pronunciate dalla presidente del Fai, Ilaria Borletti Buitoni, nel momento della riconsegna alla città della Fontana delle 99 cannelle (il cui restauro il Tg1 ha dimenticato di dire fosse stato finanziato dal Fondo per l’Ambiente Italiano): “Sono rimasta sconvolta, rivedendo L’Aquila un anno dopo: si trova nelle stesse condizioni dell’immediato dopo terremoto. Il centro storico è una città morta, dove restano solo rovine, macerie mute e recintate. In cinque anni, se le macerie rimarranno macerie, lo spirito e l’anima del centro dell’Aquila saranno gli stessi di Pompei”.

Diventerà come Pompei o si trasformerà in Sarajevo, l’Aquila?  Nella capitale bosniaca la vita è tornata a scorrere lungo tutte le vie cittadine. E la sera oggigiorno non è sempre facile trovare un tavolo dove sedersi per mangiare o bere qualcosa.

Se la presidente del Fai si fosse fermata una sera nel centro de L’Aquila, avrebbe però visto centinaia di ragazzi invadere i pochi bar aperti. Malgrado la neve e il freddo, stazionano anche fuori dai locali, per fumare e ridere. Molti di loro ora studiano lontano ma tornano nella loro città appena possono. Vivono ovviamente fuori dal centro ma un salto lungo il Corso lo fanno. La movida si è spostatacomunque in via della Croce Rossa che è fuori dal centro storico.

Ma quei ragazzi che non abbandonano la loro città, che si laureano all’Aquila anche se sono sopravvissuti al terremoto (come Marta Valente, emersa dalle macerie dopo 23 ore e laureatasi il 17 dicembre), che fanno rivivere una città che qualcuno forse vorrebbe trasferita altrove, sono qualcosa di più di una speranza per il futuro. Sono mattoni e cemento molto più forte di quello con cui costruirono le case di burro crollate, inghiottendo 200 abitanti.

L’Aquila, ne sono certo, tornerà a volare.

Ad maiora.