Sarajevo

Domani l’anniversario dell’assedio di Sarajevo con una Bosnia ancora divisa

Domani è il diciannovesimo anniversario dell’inizio dell’assedio di Sarajevo che iniziò il 5 aprile 1992 con le manifestazioni in piazza e i primi spari sul viale dei cecchini.

Eppure proprio in questi giorni la Bosnia si presenta divisa all’appuntamento.

Fifa e Uefa hanno deciso di sospendere la nazionale di calcio dai campionati europei ed internazionali finché non sarà cambiato lo statuto. La Federazione calcistica della Bosnia e Erzegovina infatti non può avere più di un presidente: ora ne ha tre. Ma quella è una repubblica dove tutto “etnicamente” diviso, anche il calcio.

Sarajevo ha comunque sei mesi di tempo per adeguarsi al regolamento internazionale. Il prossimo incontro dovrebbe essere il 3 giugno contro la Romania per le qualificazioni a Euro 2012. La Bosnia è nel girone D, guidato dalla Francia. È quarta classifica, un punto dietro Bielorussia e Albania. La punta della squadra è Edin Džeko, nato proprio a Sarajevo il 17 marzo 1996, due settimane dopo la fine dell’assedio della città. Ora gioca nel Manchester City di Mancini (e Balotelli).

Sul fronte politico, mercoledì scorso si è dimessa Borjana Krišto, presidente (croata) della Federazione della Bosnia e Erzegovina. L’impasse politica potrebbe portare a nuove elezioni.

Ad maiora.

L’Aquila: Pompei o Sarajevo?

Si cammina da soli nel centro de L’Aquila. A volte non si incontra nessuno per molte centinaia di metri. Tranne le camionette dell’esercito. Hanno il motore acceso. I soldati cercano di combattere così il freddo e la forzata inattività. La loro presenza ad ogni angolo del Corso mi ha fatto tornare alla mente Sarajevo nel dopo guerra.

In Bosnia però – e non sembri paradossale quel che sto scrivendo – poco dopo la fine del conflitto, avevano preso il via i lavori di ristrutturazione (anche per i fondi internazionali lì piovuti). Non sono un ingegnere e quindi non so dire se è più facile ricostruire una citta di 79 mila abitanti colpita da un terremoto del grado 5,9 scala Richter o di 752 mila abitanti che ha sofferto il più lungo assedio bellico della storia moderna (dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996).

So che mi sono trovato d’accordo con le parole pronunciate dalla presidente del Fai, Ilaria Borletti Buitoni, nel momento della riconsegna alla città della Fontana delle 99 cannelle (il cui restauro il Tg1 ha dimenticato di dire fosse stato finanziato dal Fondo per l’Ambiente Italiano): “Sono rimasta sconvolta, rivedendo L’Aquila un anno dopo: si trova nelle stesse condizioni dell’immediato dopo terremoto. Il centro storico è una città morta, dove restano solo rovine, macerie mute e recintate. In cinque anni, se le macerie rimarranno macerie, lo spirito e l’anima del centro dell’Aquila saranno gli stessi di Pompei”.

Diventerà come Pompei o si trasformerà in Sarajevo, l’Aquila?  Nella capitale bosniaca la vita è tornata a scorrere lungo tutte le vie cittadine. E la sera oggigiorno non è sempre facile trovare un tavolo dove sedersi per mangiare o bere qualcosa.

Se la presidente del Fai si fosse fermata una sera nel centro de L’Aquila, avrebbe però visto centinaia di ragazzi invadere i pochi bar aperti. Malgrado la neve e il freddo, stazionano anche fuori dai locali, per fumare e ridere. Molti di loro ora studiano lontano ma tornano nella loro città appena possono. Vivono ovviamente fuori dal centro ma un salto lungo il Corso lo fanno. La movida si è spostatacomunque in via della Croce Rossa che è fuori dal centro storico.

Ma quei ragazzi che non abbandonano la loro città, che si laureano all’Aquila anche se sono sopravvissuti al terremoto (come Marta Valente, emersa dalle macerie dopo 23 ore e laureatasi il 17 dicembre), che fanno rivivere una città che qualcuno forse vorrebbe trasferita altrove, sono qualcosa di più di una speranza per il futuro. Sono mattoni e cemento molto più forte di quello con cui costruirono le case di burro crollate, inghiottendo 200 abitanti.

L’Aquila, ne sono certo, tornerà a volare.

Ad maiora.

“Sarajevo fu una città del terrore”

Dopo tre settimane di pausa, è ripreso all’Aja, il processo che vede imputato Radovan Karadžić. Ieri è stato sentito Richard Mole, testimone d’accusa. Mole, ex ufficiale inglese, durante l’assedio di Sarajevo è stato – per un periodo – a capo degli osservatori Onu in Bosnia. Per Mole la capitale bosniaca era una “città del terrore”.

Durante l’assedio (il più lungo della storia moderna: dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996), ha testimoniato Mole, non passava giorno senza un bombardamento, “trasformando Sarajevo in una città in cui ogni angolo era diventato pericoloso, in cui pensavi che ogni minuto poteva essere l’ultimo”: 100 colpi al giorno, in una giornata tranquilla; fino a 500 in giornate in cui l’attacco era più intenso. “Sto parlando solo di artiglieria pesante, e non siamo riusciti a registrare tutti i colpi”, ha aggiunto Mole.

Nel controinterrogatorio, effettuato da Karadžić, Mole ha detto che i giornali stranieri hanno comunque diffuso notizie senza prove: “C’è stato un approccio anti-serbo in alcuni media, e devo dire che ho notato la stessa cosa con alcuni dei politici che ho incontrato a Sarajevo”.

Karadžić è alla sbarra al TPI, oltre che per l’assedio a Sarajevo, anche per il genocidio di 8000 civili a Srebrenica. Anche da quelle parti, Mole, se ci fa un salto, troverà sentimenti anti-serbi.

Il processo prosegue oggi.