Libia

In piazza per ricordare che i berberi non sono solo cavalli

Lunedi scorso la manifestazione pro-berberi davanti al consolato libico di Milano. Intervistiamo Vermondo Brugnatelli, professore associato di “Lingue e letterature del Nordafrica” all’Università di Milano-Bicocca e presidente della “Associazione Culturale Berbera”. L’associazione è stata fondata nel 1998 e ha sede a Milano (presso l’ARCI-Corvetto): nel maggio scorso è riuscita a organizzare un “Festival Berbero”.

L’associazione ha un sito: http://berberi.org, ma e’ piu’ attiva su Facebook, dove la trovate a nome Amghar Azemni, il “vecchio saggio” cui nelle fiabe tradizionali si ricorre per chiedere consigli.

Cosa vi ha spinto a organizzare la manifestazione davanti al consolato libico?

Sentivamo di dover fare qualcosa ad ogni costo, pur nella limitatezze di mezzi e di capacità organizzative dell’Associazione Culturale Berbera, perché non possiamo assistere senza fare nulla a questa che per noi è una palese ingiustizia. Conosco personalmente Madghis Buzakhar, con cui ho da sette anni contatti di collaborazione alle mie ricerche scientifiche e mi sento di escludere nel modo più categorico che il suo interesse per gli studi berberi sia solo simulato e celi chissà quale disegno sovversivo al soldo di potenze straniere, come invece vorrebbero le autorità libiche. Ai primi di gennaio i Berberi del Marocco avevano cercato di manifestare a Rabat, ma ne erano stati impediti dalla polizia marocchina: ci siamo detti che a Milano esistevano le condizioni per una manifestazione che rendesse in qualche modo visibile il sostegno internazionale ai berberi arrestati, e, sfidando il gelo della giornata e i rabbuffi di un vicesindaco xenofobo, abbiamo fatto qualcosa che speriamo possa riuscire utile ai nostri amici.

Temete per la vita dei due fratelli berberi arrestati?

Purtroppo sembra che l’accusa sia quella di essere al soldo di potenze straniere per portare “il virus della disgregazione” nel paese (le fonti della sicurezza interna affermano che esisterebbe un preciso piano del Mossad al riguardo, e che i due arrestati ne farebbero parte), il che credo sia considerato un reato punibile con la pena capitale. Per la verità quando per settimane dopo il loro arresto-rapimento nella notte del 16 dicembre ad opera di un commando in borghese non si erano più avute notizie di loro avevamo temuto che potessero essere stati eliminati per via extragiudiziale: non sarebbe il primo caso in Libia. Quando, pochi giorni fa, è giunto un comunicato che ufficializzava il loro arresto abbiamo tirato un sospiro di sollievo perché almeno questa prima terribile eventualità era scartata. Resta però la gravità delle imputazioni, e non sarà facile trovare il modo di far cadere queste assurde accuse che pendono sul loro capo. Tra l’altro, a un mese dall’arresto non hanno ancora visto un avvocato e sono stati in completa balia dei loro carcerieri: non ci sarebbe da stupirsi se, sottoposti a tortura, avessero firmato ammissioni di colpevolezza ben difficili poi da ritrattare.

Qual e’ l’atteggiamento del regime libico verso le minoranze?

Il regime libico nega, contro l’evidenza, l’esistenza di minoranze. Ufficialmente i berberi non esistono, tutti i libici sono arabi e chi osa parlare questa lingua, studiarla, cercare di preservarla, fa parte del progetto del Mossad di disgregazione del mondo arabo. Due ricercatori marocchini, che negli stessi giorni erano stati arrestati per le loro ricerche etnologiche sui berberi di Libia, sono stati rimpatriati dopo 15 giorni riconoscendo che non facevano parte del piano, ma con una lavata di capo perché coi loro studi “portano acqua” ad esso… Riguardo al berbero, il leader libico è esplicito: “Se vostra madre vi trasmette questa lingua, essa vi nutre del latte del colonizzatore, vi nutre del suo veleno…”

Tra le parole d’ordine della vostra manifestazione c’era anche la richiesta al governo italiano di “congelare” il trattato di amicizia con la Libia. Vi renderete conto che quel trattato e’ frutto di un’amicizia commerciale e quindi difficile possa essere messo in discussione da principi etici. O era solo una provocazione?

Questo trattato è considerato il “fiore all’occhiello” del nostro primo ministro, che non perde occasione di sottolineare come esso ponga fine a lunghi anni di reciproche diffidenze e recriminazioni. La parola “amicizia” campeggia già nel titolo, e in nome di questa amicizia accettiamo con allegria tutte le stravaganze del leader libico nelle sue visite in Italia. Ma se questo è lo spirito del trattato, ci deve essere qualcosa che non va visto che tutta questa vicenda è nata dai contatti che Madghis Buzakhar ha avuto con me e con un altro ricercatore italiano (a sua volta trattenuto a Tripoli per 3 settimane prima di venire rilasciato su pressione della nostra ambasciata). Se siamo “amici”, che senso ha sospettare di chissà quale cospirazione le semplici conversazioni tra privati cittadini italiani e libici, al punto di farne un caso di spionaggio? È così che si “incoraggiano í contatti diretti tra enti ed organismi culturali dei due Paesi” (art. 16)? Teniamo inoltre presente che un intero articolo sui 23 che lo compongono è dedicato al “rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali”, e in tutta questa vicenda ci sono molti aspetti che tradiscono un’assoluta mancanza di questo rispetto. Per questo nelle nostre richieste al governo italiano abbiamo richiamato la contraddizione tra quanto stipulato nel trattato e la presente vicenda, suggerendo di vagliare, al limite, anche la possibilità di un “congelamento” del trattato stesso qualora il governo libico intendesse proseguire in questa linea di negazione dei diritti dei berberi in Libia. Ci rendiamo conto che il Trattato ha forti implicazioni economiche, ma in nome degli investimenti non possiamo madare giù qualunque cosa e fingere di non vedere i comportamenti scorretti dei nostri “amici” libici.

Quali risultati pensate di aver ottenuto col presidio e cosa farete ora?

Come già detto, il nostro presidio, di dimensioni contenute ma molto vivace, ha ottenuto lo scopo che si era prefisso, che è quello di dimostrare che l’opinione pubblica internazionale segue questo caso, che il governo libico non potrà continuare a trattare in maniera riservata e senza testimoni. Per il futuro, non abbiamo una “strategia” ben precisa. Sicuramente continueremo nell’opera di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica e della classe politica su questo caso, che speriamo si chiuda positivamente in tempi brevi. Le autorità libiche hanno preso un abbaglio scambiando un pacifico ricercatore per una spia internazionale. Speriamo che trovino il coraggio di ammettere questo errore e gli permettano quanto prima di ritornare libero a casa restituendogli la biblioteca che aveva pazientemente raccolto in questi anni, in modo da consentirgli di riprendere gli studi che per lui sono una grande passione.

Ad maiora.

 

Presidio per i berberi arrestati in Libia

Nei giorni scorsi la Libia ha arrestato per “spionaggio”: un ricercatore italiano, due giovani berberi della Libia, Mazigh e Madghis Buzakhar, e due ricercatori marocchini dell’IRCAM (Istituto Reale di Cultura Amazigh), Mahfoud Asmahri e Hassan Ramo.

Qualche settimana prima il cantante berbero Abdullah Ashini era stato condannato a 5 anni di prigione per avere cantato ad un festival della canzone berbera nelle Isole Canarie.

Il ricercatore italiano e i due ricercatori marocchini, protetti dalle rispettive diplomazie, sono ora liberi, dopo aver trascorso qualche settimana nelle prigioni di Gheddafi, ma i due fratelli libici, prelevati il 16 dicembre scorso da uomini della sicurezza interna in borghese, sono tuttora desaparecidos. Non si sa dove siano, in quali condizioni si trovino, e quali accuse siano state formulate contro di loro. Non si sa nemmeno se siano ancora in vita.

Di fronte a questi fatti, l’associazione Culturale Berbera osserva che “gli arresti extragiudiziali e la sistematica repressione di ogni manifestazione della lingua e della cultura berbera in Libia sono contrari alla dichiarazione dei diritti dell’uomo richiamata esplicitamente all’art. 6 del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia”.

“Considerare attività spionistica ogni contatto tra italiani e libici – continua il comunicato – è contrario allo spirito di “amicizia, partenariato e cooperazione” del Trattato invita il Governo Italiano a intervenire presso il governo libico per richiedere il rilascio immediato dei fratelli Buzakhar e di tutti i berberi imprigionati in questa ondata di repressione della cultura berbera, se necessario minacciando di “congelare” l’applicazione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione finché non saranno garantiti il rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali in Libia”.

L’associazione invita la cittadinanza a un presidio per domattina, lunedì 17 gennaio, dalle 9 alle 12 davanti al Consolato Libico di Milano (Via Baracchini 7, traversa di via Larga).

Ad maiora

I soliti sospetti si congratulano con Lukashenko

Ecco le notizie buone e cattive che arrivano dalla Bielorussia. Le riporta Denis Baranov che su Facebook scrive di non mandargli richieste di amicizia perché declina gli inviti di persone che non conosce personalmente,.

Partiamo dalle notizie cattive:

1. Niekliajeva Olga, la moglie di Vladimir, ha presentato una denuncia al Kgb e al procuratore generale per la mancanza di incontri con l’avvocato e l’assenza di notizie sulle condizioni del marito.

2. Il Tribunale di Minsk ha negato la richiesta di scarcerazione per 9 cittadini russi. Il tutto malgrado la sollecitazione in tal senso del ministero degli Esteri russo. Mosca ha fatto sapere che la decisione impatterà sulle relazioni bilaterali, già non buone negli ultimi anni.

3. Baranov ha ricevuto una sorta di risposta ufficiale da parte del Comitato internazionale della Croce Rossa. Dicono di essere al corrente della situazione. Ma la Bielorussia non ha mai firmato l’accordo sulla Croce Rossa che permette le visite nelle carceri.

4. Tre giovani attivisti sono stati condannati dopo il picchetto di solidarietà davanti al carcere del 21 dicembre. Passeranno capodanno in cella.

Notizie neutrali:

1. Due membri della Commissione elettorale della città di Minsk hanno scritto pareri dissenzienti sul verbale sottolineando come non abbiano potuto convalidare i risultati delle elezioni per la capitale. Entrambi sono (ovviamente, aggiungo io) membri dei partiti di opposizione.

2. Il governo ha rassegnato le dimissioni. Procedura normale dopo le presidenziali. Non è stata ancora però fissata la data d insediamento.

3. Alcuni partiti hanno formato un comitato di solidarietà e di sostegno per i prigionieri politici. A quanto pare, vogliono creare qualcosa di più permanente.

Buone notizie:

1. Dopo quasi 8 giorni di custodia da parte del Kgb, a Vladimir Niekliajev è stato concesso di incontrare il suo legale. È accaduto lunedì sera. L’avvocato ha detto che sembrava stanco. Il suo viso portava ancora i segni delle percosse.

2. Anatol Lebedko che è attualmente in sciopero della fame è sembrato – agli occhi del suo legale –  in buone condizioni di salute.

Notizia random:

Il sito web del presidente Lukashenko elenca solo 13 capi di Stato che si sono congratulati con lui per la vittoria elettorale. Sono i soliti sospetti: Turkmenistan, Tagikistan, Azerbaijan, Siria, Libia, Vietnam, Iran, Armenia, Uzbekistan, Cina, Turchia, Cuba e Russia.

Venezuela e Georgia hanno solo mandati i loro auguri.

Ad maiora.

Cercando i fiori nel deserto

I titoli dei paragrafi fanno viaggiare con la mente: cristalli di sole, avorio, topazio, rossofuoco, il polveroso, un musulmano europeo, ragni-cammello, solo per citarne alcuni. E in effetti il racconto che Sara Bellettato fa del Darfur nel volume “Sudan, i fiori del deserto” (Edizioni dell’Arco) consente di immaginare quella realtà così complessa (e sconosciuta ai più, anche per il silenzio dei media).

Sara, se non nel prologo, non traccia un’analisi politica su ciò che accade in quella zona del mondo dove si sono commessi “crimini contro l’umanità”. Non si sofferma sul presidente sudanese Bashir che di quei crimini è stato incriminato dal Tribunale penale internazionale. Fa entrare i lettori nella realtà (sudanese e darfuriana) attraverso le storie degli abitanti di qui, sia quelli che vi sono nati e costretti, sia quanti sono qui come cooperanti. Il mondo delle Ong si intravede in ogni pagina e non sempre esce bene dai racconti che traccia la Bellettato che pure di cooperazione si occupa professionalmente.

Nei racconti c’è la vita di ogni giorno, ma anche la morte, che è sempre dietro l’angolo.

L’ultimo capitolo è dedicato ad Abdu, fuggito dalla guerra e arrivato in Italia. Qui, dopo essere sbarcato a Lampedusa (accadesse oggi, sarebbe recluso in Libia) e aver ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari, ha provato a lavorare, prima raccogliendo olive in Puglia e pomodori in Campania. Poi è salito a cercar fortuna al Nord. Senza al momento – complice anche la crisi – trovarla. In Darfur ha lasciato la famiglia.

Scrive la Bellettato nelle ultime dolorose righe «A gennaio prenderà in prestito trecento euro dagli amici e comprerà il biglietto per il Cairo. La moglie lascerà i due figli al nonno, e andrà a trovarlo. Infatti, poiché Abdu ha ottenuto l’asilo per motivi umanitari, ma non l’asilo politico, il soggiorno regolare è riconosciuto a lui, ma non è esteso alla moglie e ai figli, che comunque continuano a spostarsi tra il Darfur e Khartoum per paura dei periodici attacchi ai villaggi, che un anno fa hanno ucciso anche la nonna. Abdu piange, raccontando del viaggio che farà per rivedere la moglie. Piange pensando che dovranno poi ancora separarsi, pensando che non potrà rivedere i suoi figli e dovrà tornare in un paese in cui non ha un lavoro e non ha una casa, una stanza, un tetto che possa dire suo e in cui possa finalmente specchiare i suoi occhi in quelli della moglie e dei figli. Questo, e solo questo vorrebbe Abdu: riabbracciare la sua famiglia, e poterli mantenere nel paese che gli ha offerto protezione, l’Italia, ma che con le sue leggi in materia di immigrazione sempre più restrittive, lo abbandona ogni giorno in un presente asfittico di prospettive. Se lo incontrate addormentato nella fresca erba dei giardinetti con un libro di italiano sul naso, non svegliatelo: sta sognando il deserto».

Un libro dal quale emerge nono comunque quei tanti “fiori del deserto” che vi vengono offerti e che vi faranno in qualche modo sentire partecipi, di quel mondo lontano. Che magari potrete incontrare anche oggi in stazione.

Ad maiora.

Sara Bellettato

Suda, i fiori del deserto

Edizioni dell’Arco

Milano, 2010

Euro: 6,90

Putin manganella, Kadyrov liquida i terroristi

“Bisogna ottenere l’autorizzazione delle autorità locali. L’avete? Allora, manifestate. Non l’avete? Allora non ne avete il diritto. Se comunque ci andare, ricevete colpi di manganello sulla testa”. Così stamane Vladimir Putin sulle colonne del quotidiano Kommersant (a firma di uno dei suoi biografi Andrei Koleshnikov, il cui fratello è portavoce del Cremlino).

Un’intervista con la quale l’uomo forte della Russia dice di essere molto interessato a candidarsi alle presidenziali (che Medvedev voglia o meno) e de facto minaccia le opposizioni che domani (31 agosto) manifesteranno a Mosca e San Pietroburgo per ricordare che l’articolo 31 della Costituzione russa prevede la libertà di manifestazione. La Libia (che non è una repubblica ma un “regime delle masse”), Paese del quale l’Italia è ufficialmente “amico”, ha fatto di più: sono vietati i partiti politici e i sindacati ed è stato abolito il diritto di sciopero. Il diritto applicato è quello coranico.

Nelle zone più islamiche della Federazione russa continuano intanto gli scontri. Ieri vi avevamo raccontato dell’attacco dei guerriglieri ceceni al villaggio natale del presidente Kadyrov, Centoroj. Ebbene la reazione delle milizie del giovane leader ceceno e putiniano non si sono fatte attendere: 14 combattenti uccisi e cinque poliziotti rimasti a terra nello scontro (17 gli agenti feriti). Kadyrov, un tempo leader dei gruppi paramilitari, ha guidato personalmente la caccia ai terroristi.