Non è l’11 settembre. E’ l’epifania

Che il re fosse nudo, chi scrive e gli amici di Annaviva, l’avevano detto ben prima che l’imperatore uscisse dal suo castello di Arcore e che il sito Wikileaks pubblicasse documenti riservati delle ambasciate a stelle e strisce.

Che il rapporto tra il presidente del consiglio italiano e quello russo fossero pericolosi era sotto gli occhi di tutti. Quanti, a destra come a sinistra, in queste ore si stracciano le vesti avrebbero fatto bene a parlare prima. Perché, come per i rapporti col dittatore libico, anche quelli col regime putiniano sono stati avallati anche da coloro che oggi sono all’opposizione. Questo non va dimenticato. Eccezion fatta per l’Ucd di Casini e per i radicali, la gran parte delle scelte energetiche messe sott’accusa dagli americani, risultavano discutibili fin dalle loro premesse.

Che l’alleanza Eni-Gazprom avrebbe ridotto le nostre possibilità di manovra era evidente. Eppure, malgrado l’Unione europea lavorasse per evitare che i russi fossero l’unico referente nella compravendita del gas, noi italiani abbiamo fatto da Cavallo di Troia. Ci hanno poi seguito i tedeschi (col nuovo gasdotto a nord) e i francesi (entrati ora in quello, costruendo, a sud- a scapito nostro, peraltro che non siamo neanche soci paritari ora, a differenza del passato).

Ma se l’Europa fosse stata unita, tutto questo non sarebbe successo. E invece, comanda chi vende e non chi compra. Perché tratta con 27 interlocutori anziché con uno solo.

La domanda peraltro che, come Annaviva, continuiamo  a porre è prettamente nazionale, che non riguarda gli interessi americani, e nemmeno quelli europoi. Ma di quanti abitano nel Bel Paese.

Posto che l’Eni è una società quotata in Borsa ma che è, grazie alla golden share, nel pieno controllo della Repubblica Italiana, quale vantaggio hanno ottenuto i cittadini di tale Repubblica da questi accordi con in russi?

Paghiamo meno il gas? Non mi pare. Abbiamo rifornimenti più stabili, non avendo centrali? Vero. Ma nessuno dei cervelloni aveva previsto che il prezzo del gas liquefatto sarebbe sceso così tanto, avendo gli Usa trovato nuovi giacimenti gasiferi (o meglio altre, moderne tecnologie di estrazione)?

Non sarebbe stato meglio fin dall’inizio, liberalizzare la rete del gas, come è avvenuto per quella elettrica?

E, cambiando settore, ma tenendo liinquadratura sul Cane a sei zampe: paghiamo meno la benzina all’ex Agip? Mi pare il contrario.

Che paese è quello che si accontenta delle tesserine sconto di You&Eni?

Gli accordi italo-russi sulla Yukos di Khodorkovskij, avviati durante il governo Prodi e portati a termine con Berlusconi, sono lì a raccontare ben più di quanto i file di Assange rivelino.

Ad maiora

In medio stat virtus?

Un tempo facevano scandalo le corna del presidente Leone mentre andava a trovare gli ammalati di colera (in alcune regioni italiane è endemico, a differenza di Haiti).

Ora invece il dito medio sembra scandalizzare sempre meno. Anzi è una sana provocazione, come quella del grande Cattelan rivolta alla Borsa di Milano, gioia e dolore del nostro incerto paese.

Tempo fa era stato Berlusconi (in piena forma, non melanconico e musone come in questi giorni) a mostrare il terzo dito a dei manifestanti che osavano non amarlo mentre teneva un comizio con una delle sue parlamentari (Michela Biancofiore, che nonno Biagi chiamò “biondona” e che alla sua festa di compleanno, a gennaio, organizzata ad Arcore, con Silvio malconcio per la statuetta, ha tagliato una torta nella quale veniva proprio raffigurata la scena).

Poi ci aveva pensato il ministro Bossi a spiegare, in quel modo un po’ spiccio, che non avrebbe parlato ai giornalisti. È un linguaggio semplice, che non richiede neanche di abbassare il finestrino per farsi capire.

Ieri, di fronte alla goleada che ha seppellito il Panathinaikos, un esaltato tifoso ateniese ha invaso il campo  ha mostrato il dito medio a Leo Messi, autore dell’ennesima partita da scarpa d’oro (le indossa per davvero, come potete notare…).

Il volto di rassegnata indifferenza con cui il campioncino argentino guarda il soggetto che lo insulta è la miglior risposta che si possa dare a chi usa così l’indice (che una volta, durante la Guerra dei cento anni, si dice i francesi tagliassero agli inglesi, ottimi arcieri, per impedire di scoccare la freccia – veniva mostrato dai nemici come insulto e come dimostrazione di avere tutte le dita, per quello laggiù ne usano anche due per mandarti a quel paese).

Ad maiora.

Giornalisti, astronauti e inchieste via internet

E’ difficile che chi fa il mestiere del giornalista si fermi a riflettere su come stia cambiando la professione. Spesso questi dibattiti sono appannaggio dei sindacalisti di categoria.

Oggi invece all’Università statale di Milano (Scienze politiche, per la precisione, corso di Storia del giornalismo della professoressa Ada Gigli Marchetti) il confronto è stato fra colleghi che materialmente realizzano pezzi, inchieste e reportage.

Ha iniziato Giannino della Frattina del Giornale che ha spiegato che i giornalisti in questi anni sono come astronauti poco preparati. I mutamenti sono così veloci che si fa fatica a governarli. Della Frattina (che è anche membro del Cdr) ha inserito in queste veloci novità anche l’inaspettato successo del Fatto quotidiano, ricordando come ormai siano passati i tempi in cui la foliazione del Corriere (non a caso chiamato Corrierone) arrivava anche a 80 pagine.

Tra le cause del cambiamento nella professione va annoverato l’aumento del prezzo della carta e la contrazione della pubblicità. Ma resta il fatto che sono sempre meno i lettori che acquistano un quotidiano (mancato il mitico tetto delle 7 milioni di copie, malgrado la free press).

Della Frattina ha ricordato come, in base alla Costituzione, c’è il diritto a informare ma anche e soprattutto a essere informati. Di qui la necessità di incrementare il numero di inchieste.

Già proprio la “scomparsa delle inchieste” era il tema intorno al quale abbiamo voluto chiamare i colleghi a riflettere. Nell’era twitter c’è ancora spazio per questa forma di giornalismo?

Per Gianni Barbacetto del Fatto quotidiano la risposta è affermativa anche se l’inchiesta non gode di buona salute. Politica ed economia non vedono di buon occhio chi vuole andare a vedere se le cose che ci vengono raccontate siano vere.

Per questo, a giudizio di Barbacetto, la rivoluzione internet può aiutare  – e molto – questa forma di indagine giornalistica. Occorre però guardarsi dalle bufale che girano sulla rete e, come un gioco di specchi, vivono di rimandi.

L’inchiesta è comunque complessa anche per i costi. Sono sempre di meno i quotidiani che mandano all’estero gli inviati. Per evitare la cosiddetta deskizzazione la soluzione potrebbe essere quella di alcuni siti informativi americani. Che chiedono ai loro lettori quali inchieste vorrebbero leggere e se sono disposti a investire qualche soldo per finanziarle. E’ un modo con cui, chi esce dalle scuole di giornalismo, può iniziare a lavorare.

Andrea Nicastro, inviato del Corriere della sera, ha invece mostrato agli studenti universitari come sia cambiando il lavoro (multimediale) dei giornalisti. Alla prima Guerra del Golfo (a parte chi era dietro il tavolo, gli altri erano troppo giovani per ricordare), Peter Arnett rivoluzionò la scena televisiva con dirette dall’Iraq. Il macchinario con cui trasmetteva pesava due tonnellate.

Nicastro ha mostrato le immagini che lui stesso ha realizzato nel buco dove di nascondeva Saddam. Girate con una piccola telecamera e inviate con un piccolo satellitare al corriere.it. Prime immagini dato che le telecamere dei broadcast non erano in grado di riprendere al buio, nel tugurio iracheno.

Sempre con tecnologia super-leggera Nicastro ha mandato “in onda” le immagini delle cariche di poliziotti in moto contro gli studenti iraniani (che salvarono poi dal linciaggio gli stessi agenti catturati dalla folla). Sequenze che, dal sito del Corriere, girarono per tutto il mondo, spacciate – dagli utenti – più come riprese di un passante che di un collega. Come se questo elemento potesse accreditare maggiormente la testimonianza.

E infine pochi mesi fa, l’inviato del Corriere è stato mandato nel Caucaso per fare un reportage che era sia per il cartaceo che per il sito. In questo ultimo contesto, si sta cercando di far capire come realizzare il quotidiano del futuro.

Quello che ragionevolmente soglieremo sull’ipad, iphone o pc.

Ad maiora.

L’Europeo e lo stalinismo imperante

È in edicola un imperdibile numero dell’Europeo dedicato all’impero sovietico e intitolato “Stalin, il filo rosso dalla rivoluzione d’ottobre a Vladimir Putin”. E in copertina (in puro stile pop sovietico) ci sono le icone del baffone e dell’ex Kgb ora alla Casa bianca moscovita che guardano verso un luminoso futuro.

È il primo di due volumi speciali dell’Europeo dedicati alla Mosca di ieri e di oggi.

Si parla del passato ma spesso l’occhio è rivolto al presente. Gli articoli delle migliori firme Rizzoli (Enzo Biagi, Tiziano Terzani, Ettore Mo, Ruggero Orlando, Massimo Fini) raccontano infatti il mondo sovietico dallo stalinismo in avanti.

E didascalie a – magnifiche  – foto offrono gli aggiornamenti su quel che è successo fino a iermattina, nell’ex mondo sovietico.

Ma anche gli articoli che raccontano il passato sembrano parlare dell’oggi. E non solo di quello dell’Europa orientale.

«Il mondo non ha mai conosciuto elezioni così realmente libere, così democratiche. Mai. La storia non conosce altri esempi del genere», così Stalin commentava le prime elezioni per il Soviet Supremo dell’Unione sovietica. Parole che fanno sorridere. Come quel titolo che compariva sulla prima de l’Unità alla scomparsa del Baffone, il 6 marzo 1953: «Gloria eterna a colui che più di tutto ha fatto per la liberazione e il progresso dell’umanità».

Nel volume ci sono molte foto in bianco e nero dei leader del Pci nei loro frequenti viaggi in Urss. Si racconta anche della contrapposizione tra il comunismo berlingueriano e quello moscovita.

Vengono narrati singoli episodi di quel periodo pur con la convinzione espressa dall’ex corrispondente da Mosca dell’ News Chronicle, Paul Winterton: «Sull’Unione sovietica non ci sono specialisti, ma solo diversi gradi di ignoranza».

Ignoranti dall’occhio attento, come quello di Walter Bedell Smith, che parla di Stalin anche se vengono in mente anche politici di questi giorni: «Il leader è presente in ogni villaggio o borgo sovietico. È letteralmente deificato. Impossibile per un occidentale immaginare o capire le adulazioni pubbliche da cui è sommerso. Per milioni di cittadini sovietici Stalin è quel miscuglio di semidio e padre tenero che la psicologia nazionale russa sembra esigere».

E ci sono scritti che sembrano profetici, anche se non nel senso che Lenin ragionevolmente intendeva: «Ci adatteremo a tutti i trucchi, cavilli, bugie, spergiuri, travestimenti: finché esistono un comunismo e un capitalismo non sarà possibile la pace. Uno dei due dovrà soccombere». Così è stato.

E si trovano articoli che spiegano il livello di indottrinamento che c’era e c’è tuttora. Così, ad esempio, nel 1951, a stalinismo non ancora morto, l’Enciclopedia dell’Unione sovietica descrive il termine arresto: «Nei Paesi capitalisti gli arresti compiuti dalla polizia sono uno dei sistemi per combattere i sistemi democratici. Gli arresti in massa sono assai frequenti e vengono operati allo scopo di porre termine agli scioperi, alle dimostrazioni ed altre forme di lotta della classe lavoratrice. Gli arresti sono seguiti da bastonature selvagge e da torture, e gli arrestati vengono tenuti sotto le condizioni più inumane. Ripetutamente essi vengono tenuti in stato di arresto senza che alcuna imputazione precisa venga sollevata a loro carico. Nell’Unione sovietica, la Costituzione garantisce che nessuno possa venire arrestato altro che in seguito a un mandato emesso da un tribunale o dalla pubblica accusa».

Bugie cui non molti dovevano credere se, come scrive Edmund Stevens «persino nella Germania ridotta a un mucchio di macerie, le truppe russe che avanzavano scoprirono i segni di un livello di vita molto superiore a quello che avevano conosciuto a casa loro: tanto che già nel dicembre del 1946 la Commissione militare di occupazione della Germania denunciò l’effetto demoralizzante che “l’atmosfera capitalistica” del Paese occupato aveva sulle forze occupanti. Nel 1948 il pericolo per il morale delle truppe era diventato preoccupante, tanto che si giunse a vietare ogni contatto con la popolazione, sotto pene severissime».

Lo stesso Stevens affronta un problema di stretta attualità: «L’esperienza storica non ha ancora fruttato una formula che permetta alle dittature di regolare la loro successione. La ragione principale è questa: le dittature si fondano sulla sola forza, non presentano cioè quell’elemento di legittimità che è essenziale per la continuità del regime».

Il volume dell’Europeo si apre con un bell’editoriale di Daniele Protti che lanciando il successivo numero (uscirà in dicembre) annuncia che parlerà di «quel Putin che il premier italiano Silvio Berlusconi si ostina a chiamare “l’amico Putin”. Suo, forse, della democrazia certamente no».

Ad maiora

Europeo n.11 2010

Stalin

Euro 7,90

Sabato 27 novembre i funerali di Enzo Baldoni

Saranno celebrati il 27 novembre prossimo a Preci, nel perugino, i funerali di Enzo Baldoni, il giornalista milanese originario del paese umbro ucciso a Latifia, in Iraq il 27 agosto 2004, tre giorni dopo essere stato rapito. Il rito si svolgera’ alle 14 nella chiesa di Preci. ”Si riunira’ la famiglia – ha spiegato Raffaele Baldoni, il fratello di Enzo- e verranno un po’ di amici”. In occasione del funerale saranno raccolti fondi da destinare a un orfanotrofio di Nazareth.

I resti di Enzo (che era andato in Iraq per un reportage per il settimanale Diario – ora chiuso) erano arrrivati ad aprile in Italia. La conferma che appartenessero al free-lance era stata data dal Ris dei Carabinieri.

Servizi segreti italiani, insieme al Ros dei Carabinieri e il pool antiterrorismo della procura di Roma hanno definitivamente individuato gli esecutori materiali del sequestro e dell’omicidio di Baldoni, tutti appartenenti al gruppo “Esercito Islamico in Iraq”.

Giusy Bonsignore, moglie di Enzo Baldoni,  così aveva commentato la notizia: “Sapevamo che ad ucciderlo erano stati quelli dell’Esercito islamico in Iraq e siamo contenti che siano stati individuati anche gli esecutori materiali”.

Il gruppo terroristico iracheno che rapì e poi uccise il coraggioso collega operava nella zona di Falluja ed era legato e finanziato dal terrorista Abu Mus’ab al Zarqawi, all’epoca del sequestro responsabile di al Qaeda in Iraq e ucciso il 7 giugno 2006, nel corso di un raid aereo congiunto compiuto da forze militari statunitensi e giordane.

Questo l’ultimo blog di Enzo: http://bloghdad.splinder.com/

“Lasciamo che siano i fatti a parlare. Il resto sono chiacchiere e politica, tutte cose da cui voglio tenermi lontano”, scriveva.

Che la terra ti sia lieve.