Molti più pezzi di quanti prevedessi intorno all’Italia sui siti mondiali.
Partiamo dalla Frankfurter Allgemeine che in home page ha una foto del corteo di sabato della Fiom e un titolo che parla di “milioni di italiani in difficoltà”, aggiungendo che, causa crisi, un italiano su cinque non può riscaldare l’appartamento. Se almeno arrivasse ‘sta maledetta primavera!
Sky News ha invece in bella evidenza il rinvio a giudizio per Capitan Schettino. Il processo inizia il 9 luglio.
Un tema prettamente culturale campeggia sul Pais: l’amore di Pasolini per Roma. Il tutto perché Barcellona dedica al tema una mostra al Centro de Cultura Contemporánea.
Si parla di Cannes sulla Zeit, raccontando – in maniera critica – il nuovo film di Valeria Bruni Tedeschi.
Vari quotidiani approfondiscono invece l’argomento (a me caro) social network. Al Aabiya racconta delle misure di sicurezza adottate da Twitter dopo gli attacchi degli hacker vicini al regime siriano. L’Indipendent spiega invece che i giovani stanno abbandonando Facebook per approdare a Twitter. Era ora.
Per lo sport, El Mundo raccoglie le bellicose dichiarazioni di Alonso prima del GP di Montecarlo, mentre il Guardian celebra la vittoria di tappa di Visconti al Giro d’Italia.
Ad maiora
Come Twitter sta cambiando la fruizione della tv (tesi)
Ecco una tesi che mi interessa direttamente dato che mi diletto su entrambi i mezzo di comunicazione: la tv e i social network.
Quando con Davide Della Bella che in queste ore sta discutendo la tesi, si è concordato il tema si era partiti dai social, ma nel corso del lavoro si è focalizzato sullo strumento davvero rivoluzionario per il sistema comunicativo: il cinguettio.
Twitter sta davvero rivoluzionando il modo di fare informazione. E sta cambiando anche il modo di stare davanti alla TV. Ormai è possibile una doppia fruizione: una tradizionale, l’altra digitale, twittando commenti sul programma che si sta vedendo.
Della Bella analizza casi simbolo di questa interazione tra tv e le TL di Twitter: da Sanremo alle Primarie del centro sinistra. In questo ultimo caso risultò vincente Renzi che poi perse le primarie. Chissà se il mondo della Rete aveva visto più lungo dei tanti che andarono poi materialmente ai seggi (quelli che riuscirono, in base agli ostacoli burocratici posti).
Comunque Grillò ha ragione: è in corso una rivoluzione. E noi ci siamo dentro.
Ad maiora
Come Facebook cementa l’opposizione russa
Alla Marcia dei milioni non mi sono stupito di vedere (e fotografare) bandiere che inneggiavano al social network.
Gran parte del successo delle manifestazioni delle opposizioni russe, da dicembre in poi, è iniziato proprio grazie a Twitter e a Facebook. Ma soprattutto per quest’ultimo.
Nel chiedere l’autorizzazione per le manifestazioni, i leader dell’opposizione hanno iniziato a portare alle autorità l’elenco di quanti, sul social network ora quotato in borsa, avevano preannunciato la propria presenza alla manifestazione. Mettendoci il nome e cognome e la faccia.
La piazza per i cortei era quindi parametrata al numero dei “parteciperò”. A differenza da quel che avviene in Italia, lì chi clicca poi partecipa.
Per quello, come scrive Radio Free Europe, in Russia Facebook ora “mi piace”:
http://www.rferl.org/content/russian-opposition-likes-facebook/24585388.html
Ad maiora
L’ambasciatore Usa in Russia, assediato dai giornalisti, perde le staffe
L’ambasciatore americano a Mosca, Michael McFaul, ha denunciato di sentirsi osservato e controllato. Sopratutto dai giornalisti vicini al regime:
Un’intervista un po’ insistente gli ha fatto perdere le staffe e definire la Russia “paese di selvaggi”: Salvo poi (come un Monti qualsiasi) accusare la cativa traduzione (anzi, la sua cattiva conoscenza della lingua russa):
http://blog.quotidiano.net/baldini/2012/03/30/russia-paese-di-selvaggi-ambasciatore-usa/
Insomma, il clima da guerra fredda (“riferirò a Vladimir”) prosegue.
Se volete seguire l’ambasciator fumantino su twitter lo trovate qui: @McFaul
Ad maiora.
Giornalisti, astronauti e inchieste via internet
E’ difficile che chi fa il mestiere del giornalista si fermi a riflettere su come stia cambiando la professione. Spesso questi dibattiti sono appannaggio dei sindacalisti di categoria.
Oggi invece all’Università statale di Milano (Scienze politiche, per la precisione, corso di Storia del giornalismo della professoressa Ada Gigli Marchetti) il confronto è stato fra colleghi che materialmente realizzano pezzi, inchieste e reportage.
Ha iniziato Giannino della Frattina del Giornale che ha spiegato che i giornalisti in questi anni sono come astronauti poco preparati. I mutamenti sono così veloci che si fa fatica a governarli. Della Frattina (che è anche membro del Cdr) ha inserito in queste veloci novità anche l’inaspettato successo del Fatto quotidiano, ricordando come ormai siano passati i tempi in cui la foliazione del Corriere (non a caso chiamato Corrierone) arrivava anche a 80 pagine.
Tra le cause del cambiamento nella professione va annoverato l’aumento del prezzo della carta e la contrazione della pubblicità. Ma resta il fatto che sono sempre meno i lettori che acquistano un quotidiano (mancato il mitico tetto delle 7 milioni di copie, malgrado la free press).
Della Frattina ha ricordato come, in base alla Costituzione, c’è il diritto a informare ma anche e soprattutto a essere informati. Di qui la necessità di incrementare il numero di inchieste.
Già proprio la “scomparsa delle inchieste” era il tema intorno al quale abbiamo voluto chiamare i colleghi a riflettere. Nell’era twitter c’è ancora spazio per questa forma di giornalismo?
Per Gianni Barbacetto del Fatto quotidiano la risposta è affermativa anche se l’inchiesta non gode di buona salute. Politica ed economia non vedono di buon occhio chi vuole andare a vedere se le cose che ci vengono raccontate siano vere.
Per questo, a giudizio di Barbacetto, la rivoluzione internet può aiutare – e molto – questa forma di indagine giornalistica. Occorre però guardarsi dalle bufale che girano sulla rete e, come un gioco di specchi, vivono di rimandi.
L’inchiesta è comunque complessa anche per i costi. Sono sempre di meno i quotidiani che mandano all’estero gli inviati. Per evitare la cosiddetta deskizzazione la soluzione potrebbe essere quella di alcuni siti informativi americani. Che chiedono ai loro lettori quali inchieste vorrebbero leggere e se sono disposti a investire qualche soldo per finanziarle. E’ un modo con cui, chi esce dalle scuole di giornalismo, può iniziare a lavorare.
Andrea Nicastro, inviato del Corriere della sera, ha invece mostrato agli studenti universitari come sia cambiando il lavoro (multimediale) dei giornalisti. Alla prima Guerra del Golfo (a parte chi era dietro il tavolo, gli altri erano troppo giovani per ricordare), Peter Arnett rivoluzionò la scena televisiva con dirette dall’Iraq. Il macchinario con cui trasmetteva pesava due tonnellate.
Nicastro ha mostrato le immagini che lui stesso ha realizzato nel buco dove di nascondeva Saddam. Girate con una piccola telecamera e inviate con un piccolo satellitare al corriere.it. Prime immagini dato che le telecamere dei broadcast non erano in grado di riprendere al buio, nel tugurio iracheno.
Sempre con tecnologia super-leggera Nicastro ha mandato “in onda” le immagini delle cariche di poliziotti in moto contro gli studenti iraniani (che salvarono poi dal linciaggio gli stessi agenti catturati dalla folla). Sequenze che, dal sito del Corriere, girarono per tutto il mondo, spacciate – dagli utenti – più come riprese di un passante che di un collega. Come se questo elemento potesse accreditare maggiormente la testimonianza.
E infine pochi mesi fa, l’inviato del Corriere è stato mandato nel Caucaso per fare un reportage che era sia per il cartaceo che per il sito. In questo ultimo contesto, si sta cercando di far capire come realizzare il quotidiano del futuro.
Quello che ragionevolmente soglieremo sull’ipad, iphone o pc.
Ad maiora.
