Urss

Libero il dissidente cubano Farinas: “Volevo far scattare le forze della repressione”

È durata solo due giorni la detenzione di Guillermo Farinas nelle carceri cubane. Il dissidente era stato arrestato mentre dal suo balcone di casa gridava slogan contro il governo e in ricordo di Orlando Zapata, il detenuto morto proprio un anno fa dopo 85 giorni di sciopero della fame.

Farinas è d’altronde un esperto di scioperi della fame: dal 2006 quando fece il primo (per protestare contro la censura su internet) ne ha portati a termine ben 23.

Lo psicologo, classe 1962, ha una storia particolare: ferito in Angola mentre serviva l’esercito cubano (con tanto di medaglia al merito) ha finito la sua “preparazione politica” in Unione sovietica. Nel 1995 è stato arrestato con l’accusa di corruzione.

Poi la dissidenza, come giornalista indipendente, al soldo degli Usa, secondo il giornale del partito comunista cubano Gramma.

Qualche mese fa, Farinas ha vinto il Premio Sakharov per i diritti umani assegnato dal Parlamento europeo. Le autorità cubane non gli hanno concesso il visto per andare a ritirare il riconoscimento.

“Sono stato liberato alle 18 di ieri (ora di Cuba, Ndr)” ha detto Farinas all’agenzia France Presse rispondendo, rispondendo al telefono dalla sua casa di Santa Clara. “Penso che il miglior tributo per onorare Zapata a un anno dalla sua morte fosse quello di far scattare le forze di repressione”.

Ad maiora.

La transizione autoritaria (e senza sindacati) dell’economia russa

«Sebbene il regime sovietico si crollato pacificamente sotto il peso dello spreco, dell’inefficienza e delle sue contraddizioni interne, la forza della sua eredità istituzionale e strutturale – dovuta alla lunga durata, alla compattezza istituzionale e al radicamento strutturale e psicologico nella società – ha esercitato una rilevante influenza ben oltre il suo crollo». Parte da queste basi l’analisi di Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky, contenuta nel volume “La Russia da Gorbaciov a Putin”, edito dal Mulino. È un’analisi sociologica della Russia moderna scritta a quattro mani ma finita a due dato che Zaslavsky, costretto ad emigrare in Usa nel 1975 è morto nel 2009. Gudkov che ha concluso il volume è il responsabile del Centro Levada, uno dei pochi istituti sociologici russi indipendenti.

L’interesse del volume sta più nelle analisi politiche, in quelle che raccontano il passaggio dall’Urss alla Federazione russa visto dal punto di vista della classe lavoratrice, della classe operaia. Scrivono i due sociologi: «La transizione russa, diversamente da quelle di Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria, è stata caratterizzata da una crescita poco lenta del tasso di disoccupazione e da una peculiare sostituzione dei licenziamenti con la riduzione dei salari (…) Da un lato, la pratica di mantenere lavoratori in eccesso ha ostacolato il cambiamento e la razionalizzazione dell’economia russa, contribuendo nel lungo periodo ad accrescere la delusione delle masse verso le riforme e la democrazia. Dall’altro, essa ha allentato la tensione sociale che si era accumulata, neutralizzando in parte il pericolo che la Russia subisse un’esplosione sociale con sviluppi simili a quelli della Germania di Weimar (…) Il modello russo di mercato del lavoro è riuscito a svolgere una funzione di ammortizzatore, mitigando le conseguenze negative che hanno accompagnato il passaggio all’economia di mercato».

Un modello differente da qualunque altro Paese, anche sul fronte dell’assenza di attività sindacali. Ma questa per Mosca e dintorni non è una novità: «Una volta uscito di scena il Partito comunista, si credeva che solo i sindacati avrebbero potuto dare voce alle proteste degli operai su licenziamenti ritenuti ingiustificati, retrocessioni, mancati pagamenti dei salari e altri abusi da parte dei proprietari e dei manager. Eppure queste fondate aspettative non si sono realizzate. Il mancato rilancio dei sindacati dimostra la forza degli atteggiamenti psicologici e culturali ereditati dal passato. I sindacati sovietici ufficiali non hanno mai avuto il ruolo di canali istituzionalizzati per l’articolazione e l’aggregazione degli interessi e delle richieste dei lavoratori. Sono sempre stati un organo settoriale dello Stato-partito, un’agenzia governativa incaricata di amministrare i fondi della previdenza sociale e di mobilitare i lavoratori per la realizzazione dei piani di produzione».

Un discorso che mi ha fatto venire in mente un quadro dipinto da Luigi Barzini nel suo “I comunisti non hanno vinto” (Mondadori, 1955): «Un generale sovietico visitava gli stabilimenti di Alexander Korda, a Londra, durante la guerra, quando il lavoro fu interrotto da uno sciopero a singhiozzo di dipendenti elettrici. Il generale sbuffò e disse: “Li lasciate scioperare? Anche da noi, una volta, scioperavano. Ma li abbiamo subito messi a posto”».

Chiosano Gudkov e Zaslavsky: «Almeno quattro generazioni di operai sovietici hanno vissuto senza diritto di sciopero e, di fatto, con il divieto di organizzare veri sindacati».

Nel libro si analizza anche la privatizzazione radicale (ma inevitabile secondo gli autori e chi scrive), che è passata però attraverso i voucher, un sistema forse efficace in presenza di una classe media, ma che ha finito per ingrassare i soliti noti: «Di fatto, tutti i vantaggi della privatizzazione sono andati alla burocrazia sovietica, e questo ha suscitato nella popolazione un rancore diffuso, l’impressione di aver subito un enorme inganno, un sentimento di forte disillusione nei confronti delle riforme: di qui la tendenza a considerare dubbia la legittimità della proprietà in quanto tale e della grande proprietà in particolare. (…) La stragrande maggioranza della popolazione russa è convinta che ogni grande ricchezza viene acquisita illegalmente». Nel 2005, è bene ricordarlo la lista di Forbes sugli uomini più ricchi del mondo comprendeva 25 miliardari russi (e il direttore di Forbes Russia, Klebnikov pagò con la vita l’inchiesta sulle quelle ricchezze accumulate: uo dei tanti delitti senza colpevoli nella Russia di Putin).

Eppure, come scrivono i due analisti, «Putin è una incarnazione dello spirito russo-sovietico, da lui condiviso con la maggioranza dei russi». Per questo regge, malgrado la crisi economica, malgrado quella che gli autori definiscono “autoritarismo senza transizione” e malgrado gli attentati terroristici che si susseguono a Mosca.

Ad maiora.

Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky

La Russia da Gorbaciov a Putin

Il Mulino

Bologna, 2010

Pagg. 208

Euro: 15

L’Europeo e lo stalinismo imperante

È in edicola un imperdibile numero dell’Europeo dedicato all’impero sovietico e intitolato “Stalin, il filo rosso dalla rivoluzione d’ottobre a Vladimir Putin”. E in copertina (in puro stile pop sovietico) ci sono le icone del baffone e dell’ex Kgb ora alla Casa bianca moscovita che guardano verso un luminoso futuro.

È il primo di due volumi speciali dell’Europeo dedicati alla Mosca di ieri e di oggi.

Si parla del passato ma spesso l’occhio è rivolto al presente. Gli articoli delle migliori firme Rizzoli (Enzo Biagi, Tiziano Terzani, Ettore Mo, Ruggero Orlando, Massimo Fini) raccontano infatti il mondo sovietico dallo stalinismo in avanti.

E didascalie a – magnifiche  – foto offrono gli aggiornamenti su quel che è successo fino a iermattina, nell’ex mondo sovietico.

Ma anche gli articoli che raccontano il passato sembrano parlare dell’oggi. E non solo di quello dell’Europa orientale.

«Il mondo non ha mai conosciuto elezioni così realmente libere, così democratiche. Mai. La storia non conosce altri esempi del genere», così Stalin commentava le prime elezioni per il Soviet Supremo dell’Unione sovietica. Parole che fanno sorridere. Come quel titolo che compariva sulla prima de l’Unità alla scomparsa del Baffone, il 6 marzo 1953: «Gloria eterna a colui che più di tutto ha fatto per la liberazione e il progresso dell’umanità».

Nel volume ci sono molte foto in bianco e nero dei leader del Pci nei loro frequenti viaggi in Urss. Si racconta anche della contrapposizione tra il comunismo berlingueriano e quello moscovita.

Vengono narrati singoli episodi di quel periodo pur con la convinzione espressa dall’ex corrispondente da Mosca dell’ News Chronicle, Paul Winterton: «Sull’Unione sovietica non ci sono specialisti, ma solo diversi gradi di ignoranza».

Ignoranti dall’occhio attento, come quello di Walter Bedell Smith, che parla di Stalin anche se vengono in mente anche politici di questi giorni: «Il leader è presente in ogni villaggio o borgo sovietico. È letteralmente deificato. Impossibile per un occidentale immaginare o capire le adulazioni pubbliche da cui è sommerso. Per milioni di cittadini sovietici Stalin è quel miscuglio di semidio e padre tenero che la psicologia nazionale russa sembra esigere».

E ci sono scritti che sembrano profetici, anche se non nel senso che Lenin ragionevolmente intendeva: «Ci adatteremo a tutti i trucchi, cavilli, bugie, spergiuri, travestimenti: finché esistono un comunismo e un capitalismo non sarà possibile la pace. Uno dei due dovrà soccombere». Così è stato.

E si trovano articoli che spiegano il livello di indottrinamento che c’era e c’è tuttora. Così, ad esempio, nel 1951, a stalinismo non ancora morto, l’Enciclopedia dell’Unione sovietica descrive il termine arresto: «Nei Paesi capitalisti gli arresti compiuti dalla polizia sono uno dei sistemi per combattere i sistemi democratici. Gli arresti in massa sono assai frequenti e vengono operati allo scopo di porre termine agli scioperi, alle dimostrazioni ed altre forme di lotta della classe lavoratrice. Gli arresti sono seguiti da bastonature selvagge e da torture, e gli arrestati vengono tenuti sotto le condizioni più inumane. Ripetutamente essi vengono tenuti in stato di arresto senza che alcuna imputazione precisa venga sollevata a loro carico. Nell’Unione sovietica, la Costituzione garantisce che nessuno possa venire arrestato altro che in seguito a un mandato emesso da un tribunale o dalla pubblica accusa».

Bugie cui non molti dovevano credere se, come scrive Edmund Stevens «persino nella Germania ridotta a un mucchio di macerie, le truppe russe che avanzavano scoprirono i segni di un livello di vita molto superiore a quello che avevano conosciuto a casa loro: tanto che già nel dicembre del 1946 la Commissione militare di occupazione della Germania denunciò l’effetto demoralizzante che “l’atmosfera capitalistica” del Paese occupato aveva sulle forze occupanti. Nel 1948 il pericolo per il morale delle truppe era diventato preoccupante, tanto che si giunse a vietare ogni contatto con la popolazione, sotto pene severissime».

Lo stesso Stevens affronta un problema di stretta attualità: «L’esperienza storica non ha ancora fruttato una formula che permetta alle dittature di regolare la loro successione. La ragione principale è questa: le dittature si fondano sulla sola forza, non presentano cioè quell’elemento di legittimità che è essenziale per la continuità del regime».

Il volume dell’Europeo si apre con un bell’editoriale di Daniele Protti che lanciando il successivo numero (uscirà in dicembre) annuncia che parlerà di «quel Putin che il premier italiano Silvio Berlusconi si ostina a chiamare “l’amico Putin”. Suo, forse, della democrazia certamente no».

Ad maiora

Europeo n.11 2010

Stalin

Euro 7,90

Gian Piero Piretto

Gli occhi di Piretto

Due premesse sentimentali a una recensione che precede di qualche ora la presentazione di questo volume alla libreria popolare di via Tadino (18, Milano: giovedì 11 febbraio alle 21).

Voglio molto bene a Gian Piero Piretto autore di un interessantissimo “Gli occhi di Stalin: la cultura visuale sovietica nell’era staliniana” (Cortina). È grazie a lui che la superficialità con cui mi sono avvicinato al mondo ex sovietico si è parzialmente scalfita. Lui è un cultore della materia (la cultura russa) capace di appassionare oltre che centinaia di studenti, anche giornalisti rimasti, grazie ai suoi stimoli, invischiati in questa che rimane una palude solo se la si guarda dall’esterno.

La seconda premessa è che la mia scarsa cultura di base non mi permetterà di fare una recensione degna di questo libro. Uscirà quindi il giornalista che è in me. Vent’anni a fare il pennivendolo mi rendono capace (come i vecchi terzini che affrontano attaccanti molto più bravi di loro) di sfruttare tutto il mestiere che ho accumulato sulle punte delle dita per cavarmi dall’impaccio. Alla serata organizzata da Annaviva farò quel che fanno migliaia di giornalisti che fingono di aver letto libri dei quali non hanno nemmeno accarezzato la copertina: domande banali, pronto ad abbeverarmi delle risposte. Fare da spalla è più facile che fare il “critico” (figura che, ho appreso nel libro, aveva un ruolo centrale nel sistema repressivo staliniano: una sorta di esecutore o esponente del canone in prima persona, cui spettavano determinanti interventi valutativi).

Ora indosso la cravatta (rossa) della serietà. Di cosa parla dunque il libro del prof. Piretto? Della propaganda staliniana ma non solo. Di come un regime utilizzi tutti i media in suo possesso per portare avanti la sua idea di “uomo nuovo”. «La propaganda proclamava, e l’arte era tenuta a “performare”, continui modelli comportamentali, dimostrando, attraverso immagini concrete, una rassicurante realtà: che l’uomo nuovo, con le sue qualità eccezionali, era già nato». Insomma non lo si vedeva in giro ma questo nuovo uomo frutto del comunismo (atteso invano per settantanni) era da qualche parte.

Per Piretto lo studio storico su una cultura visuale del passato può «contribuire a un’alfabetizzazione visiva da proiettare sul presente, dove l’equazione “vedere-credere” torna prepotentemente a dominare la “videosfera”, ossia la nostra cultura visuale contemporanea, in cui quelle che un tempo erano le immagini si sono trasformate nel “visivo”». È il cuore stesso di un libro che parla del passato ma fa venire in mente il presente. Perché le immagini, oggi come allora, procurano esperienze (e sensazioni) semiotiche. Ieri come oggi, la cultura visuale ci spinge ad applicare la «categoria filosofica della credenza: credo a ciò che vedo. Ma ciò che vedo raffigurato, riprodotto, illustrato». 80 anni fa come questa mattina, la massa «fa proprie anche inconsapevolmente le modalità comportamentali suggerite dalla propaganda e dalla cultura visuale».

E così che in questo gioco di specchi deformanti, «ciò che vedo rappresentato è il vero, più autentico di quanto si offre al mio sguardo nella vita di ogni giorno». Si ribadisce la potenza del simulacro e dei simboli sulla realtà. In Urss fu una scelta imposta. Ormai è accettata come dato di fatto. Perché credere in ciò che si vede significa avere fiducia in un’ideale. Nel terribile regime staliniano (capace di mixare come spiega mirabilmente Piretto «euforia e terrore in un solo paese») tale fiducia spinge persino a credere nella bellezza, che (Dostoevskij insegna) è la chiave di volta per illudere che la vita socialista sia la migliore che si possa immaginare. Per indurre a bersi questa assurdità il regime riempie strade e piazza di slogan, «una sorta di ripasso costante, di memento, una ripresa in forma riduttiva e talora degenerata della poetica dell’icona». D’altronde l’assurda frase-slogan di Stalin del 1935 recita: «Vivere è diventato più bello, compagni, vivere è diventato più allegro». «La bellezza è la nostra vita, avrebbe predicato il compagno Stalin – scrive Piretto – e schiere di folla entusiasta avrebbero sfilato in ogni occasione per dargli ragione, a dispetto della virtualità di questa situazione, dell’assoluta mancanza di riscontri concreti.»

L’importante infatti non è più la verità, ma la veridicità. «L’etica era ovviamente sospesa, la retorica non si poneva il problema della verità o della menzogna, ma quello del “funzionamento”. La falsità dell’immagine (dell’operazione) veniva accettata in nome della sua idealità (in nome dell’ideologia): falsità effettuale come verità ideale. Lo spazio era regolato da immaginario, desiderio, fantasia. All’interno di quello spazio agiva l’eroe, figura indispensabile per mirare al massimo effetto». Di qui l’iconografia staliniana col Padre della Patria eretto come una statua (e a volte raffigurato da vere statue, in piazza Rossa, malgrado la sua contemporanea presenza in carne e ossa) di fianco al Mausoleo di Lenin (vera icona del passato traslata anche nella nuova Russia dedita agli affari). Statue disseminate in tutto l’impero a testimoniare che «il potere non è più solo un apparato punitivo che si manifesta in modo episodico per colpire chi infrange la legge, ma diventa un fenomeno onnipresente».

In Urss (ma non solo…) le parole descrivono una realtà che è opposta a quella reale, una verità non vera. Come la descrizione di Stalin quale “il miglior amico dei bambini” («Grazie al compagno Stalin per la nostra infanzia felice», recitava uno dei più diffusi slogan). Una famosa immagine mostra il dittatore con un braccio la piccola Gelja, figlia di un dirigente del partito poi epurato e ucciso. L’icona (ripulita dalla sconveniente immagine del vero padre) rimarrà intoccabile. Anzi questa immagine impermeabile alla storia sarà addirittura usata nelle campagne per l’adozione degli orfani: «Esempio massimo – come spiega Piretto – di spettacolarizzazione del terrore e di investimento nel rapporto mitologico tra il padre dei popoli e la madre patria». La storia emergerà nella sua “vera” drammaticità solo nel 1995. D’altronde, come spiegava il compagno Lenin, «per essere credibili bisogna essere terribili».

L’eroe sovietico-staliniano è anche il soldato ritratto tre volte (bellissimi manifesti riprodotti nel’ultimo capitolo de “Gli occhi di Stalin) mentre va a Berlino, dopo averla conquistata e, qualche anno più tardi, dopo essere diventato vero bolscevico grazie alla stacanovismo (un sequel cui fece seguito in epoca post-socialista un quarto, irridente, manifesto nel quale lo stesso uomo chiede la carità).

Il marketing sovietico non fu propaganda di prodotti, ma di un’idea. A livello di marketing era la stessa Urss che si metteva in mostra, che si offriva al “mercato” (almeno degli occhi). Un’arte che si concretizzava non in un’opera ma una sua riproduzione, una sua moltiplicazione. Il fruitore non era il singolo ma la massa che doveva trasformare le icone in pratica di vita.

Da queste premesse nasce il “realismo socialista” nel quale gli artisti cercano di tematizzare tutto ciò che è sovietico e non occidentale. Nel quale si spinge a “parlare bolscevico”, che non significa solo chiamare i grattacieli – nome troppo americano – “edifici alti”: «Voleva dire essere nella schiera di coloro che “capivano”, che condividevano, che partecipavano. Gli altri, i capitalisti, i fascisti, gli stranieri, tutte le infinite categorie che progressivamente sarebbero sfilate nelle molteplici morfologie dei nemici del popolo, confluivano automaticamente nel regno del nulla, del male, ed erano escluse da ogni fruizione, visione magica, privilegio». Piretto spiega come nel periodo del Terrore, «dal “nemico di classe”, categoria che rendeva razionalmente e logicamente chiara la definizione di opposizione, si passò al “nemico del popolo”, caratterizzazione assai più generalizzata e vaga, che “segnalava” come chiunque potesse essere o diventare nemico del regime».

Anche per questo l’arte si rivolge al popolo per spiegare come occorre comportarsi per evitare di cadere nelle “tentazioni borghesi”. Si abbassa e semplifica il linguaggio, si fa ricorso al kitsch, fino a produrre immagini in serie che parevano uscite dallo stesso pennello. Come strumenti di comunicazione si utilizzano anche manifesti, fotografie, film francobolli, carte di caramelle o scatole di fiammiferi (sulla cui superiorità rispetto a quelli americani ricordo un gustosissimo e amaro affresco di Sergej Dovlatov), anticipando di decenni i pubblicitari occidentali.

Uno dei meriti principali del libro è a mio avviso la capacità (frutto della conoscenza diretta della cultura tedesca) con cui Piretto paragona la propaganda sovietica con quella nazista. Nel libro c’è una citazione-icona di Hannah Arendt a me particolarmente cara: «L’efficacia della propaganda basata sulle affermazioni profetiche mette in luce una delle particolari caratteristiche delle masse moderne. Esse non credono nella realtà del mondo visibile, della propria esperienza; non si fidano dei loro occhi e orecchi, ma soltanto della loro immaginazione, che può essere colpita da ciò che è apparentemente universale e in sé coerente. Si lasciano convincere dalla compattezza del sistema che promette di abbracciarli come una sua parte. Quel che le masse si rifiutano di riconoscere è la casualità che pervade tutta la realtà. Esse sono predisposte a tutte le ideologie, perché spiegano i fatti come semplici esempi di determinate leggi. La propaganda totalitaria prospera su questa fuga dalla realtà nella finzione, dalla coincidenza nella coerenza».

Piretto – che si intende di architettura – analizza anche le differenze strutturali tra i due regimi: «Se il severo monumentalismo nazionalsocialista, pensato per durare nei secoli, esprimeva l’idea di dominazione mondiale e ispirava rispetto e timore, l’elegante stile monumentale sovietico doveva testimoniare la superiorità del socialismo, rispecchiarne la ricchezza collettiva, la fertilità, il calore e la gioia di vivere».

È partendo da queste differenze che arriviamo nel cuore della matrioska del regime sovietico, nell’iconografica piazza Rossa: «La cultura della propaganda sovietica a differenza di quella nazista era centripeta: non immense aree trasformate in spazio consacrato attorno a monumenti significativi disseminati per il paese ad accogliere le adunate di massa in occorrenza delle feste nazionali. Non il Volk tedesco che indiscriminatamente vi confluiva sempre più numeroso e il Führer che vi si trasferiva per l’occasione, ma una tendenza vettoriale mirata al cuore del paese e all’unico territorio simbolicamente ed eccezionalmente ritenuto sacrale, la piazza Rossa, con Stalin che da là non si spostava, riservata, e per questo maggiormente ambita dai pochi che avessero meritato il diritto a quell’iniziatico passaggio di soglia». Da quella piazza-icona, Stalin non si spostò nemmeno per andare a festeggiare la vittoria a Berlino. Fatto di cui si pentì ma cui rimediò la propaganda filmica di regime.

In quella piazza nelle feste di regime sfila l’élite staliniana, in marcia davanti agli occhi del sovrano: per mirare ed essere mirata. Il body politic di Stalin si materializza nella sua staticità messianica (a differenza dell’iconografia “movimentista” di Lenin) e soprattutto nel suo sguardo, vero centro del potere sovietico, come spiega Piretto.

Un proverbio russo recita “idti kuda glaza glijadjat” (andare dove guardano gli occhi). «La Russia gioca la propria erranza essenzialmente sulla potenza e sulla direzione dello sguardo». Il dittatore è l’unico che ha il privilegio dello sguardo attivo. Noi, grazie a questo libro di Piretto, abbiamo l’opportunità di vedere negli occhi dei dittatore. E accorgerci che sono di cartapesta. Dietro non c’è niente. E niente (di buono) infatti ha lasciato a quel meraviglioso paese.

Ad maiora

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Gian Piero Piretto,

Gli occhi di Stalin: La cultura visuale sovietica nell’era staliniana,

Raffaello Cortina Editore,

Milano, 2010,

Euro 22