Bulgaria

Bulgaria, cortei contro il governo

A Sofia il periodo natalizio non ferma le proteste contro l’esecutivo del socialista Plamen Oresharski, primo ministro da maggio.

Ad maiora

Corsi e ricorsi

Il 7 settembre 1978 lo scrittore Georgij Markov, un rifugiato bulgaro che lavorava per la BBC a Londra, aspettava l’autobus non lontano dagli uffici della radio, sul ponte di Waterloo. Un passante lo sfiorò con un ombrello, si scusò cortesemente in buon inglese, appena velato da un accento straniero, e si allontanò tra la folla. Qualcuno lo vide salire su un taxi. Alla sera Markov si sentì male, e scoprì di avere una minuscola puntura con una goccia di sangue coagulato nella parte alta dell’anca destra. Il giorno dopo, nello stesso punto, apparve una macchia giallastra di un centimetro di diametro. Gli salì la febbre e , ben presto, non fu più in grado di parlare. Venne trasportato all’ospedale Saint-James, dove il suo stato si aggravò di ora in ora. Gli si gonfiò il viso e poi tutta la testa. Morì l’11 settembre fra atroci sofferenze. (…) I reportage di Markov erano di elevato livello professionale. Fu in grado di svelare le menzogne, l’ipocrisia, la crudeltà e la corruzione delle autorità bulgare, il loro modo di vivere, i loro usi e i loro comportamenti, che conosceva nel dettaglio per averli constatati personalmente e non per sentito dire. Per il padrone della Bulgaria, quelle rivelazioni che lo riguardavano direttamente, erano un affronto imperdonabile. Una volta scattata l’operazione, gli agenti incaricati si impegnarono al meglio, decidendo di trasformarla in un regato speciale per il loro sovrano. Avevano, infatti, da scegliere tra due date: il 7 settembre giorno del compleanno di Todor Živkov e il 9 settembre, la festa nazionale che celebrava la cosiddetta “rivoluzione popolare socialista” bulgara. Da bravi lacchè sognavano di offrire a Živkov non il solito mazzo di fiori, ma la testa del suo peggior nemico. Si decisero per il 7 settembre e tutto si svolse secondo i piani. Quel giorno Živkov ebbe più di un motivo per brindare. Per portare a termine la missione, dovettero escogitare il metodo appropriato. Živkov aveva scartato l’idea di un volgare omicidio (con un arma da fuoco o un coltello o simili), perché teneva alla propria reputazione a livello internazionale e voleva evitare scandali nocivi.
Arkadi Vaksberg, I veleni del Cremlino

Anna Politkovskaja è stata uccisa il 7 ottobre 2006, compleanno di Vladimir Putin

Ad maiora

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#FreePussyRiot. La repressione (a Est) qualche anno fa

La repressione Oltrecortina, qualche anno fa.
Bulgaria, 1959-1962.
“A quell’epoca non c’erano più “fascisti’, ma c’era sempre bisogno di nemici interni: su dava quindi la caccia ai ragazzi e alle ragazze non conformisti. In particolare a quelli che ballavano e si vestivano “come in Occidente”, vale a dire, per i maschi, con i pantaloni stretti. La polizia faceva irruzione nelle feste danzanti e chiedeva ai maschi di togliersi i pantaloni senza toccare le scarpe. Quelli che non ci riuscivano venivano portati via e selvaggiamente picchiati nei commissariati. Alla seconda “infrazione”, per misura di sicurezza venivano mandati in un campo di concentramento, senza mai essere citati a giudizio. Il campo di concentramento, a Lovetech, era una cava di pietra: la metà dei detenuti c’è morta grazie alle premure dei guardiani.”
Tzevan Todorov, Di fronte all’estremo (Garzanti)

Ad maiora

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La transizione autoritaria (e senza sindacati) dell’economia russa

«Sebbene il regime sovietico si crollato pacificamente sotto il peso dello spreco, dell’inefficienza e delle sue contraddizioni interne, la forza della sua eredità istituzionale e strutturale – dovuta alla lunga durata, alla compattezza istituzionale e al radicamento strutturale e psicologico nella società – ha esercitato una rilevante influenza ben oltre il suo crollo». Parte da queste basi l’analisi di Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky, contenuta nel volume “La Russia da Gorbaciov a Putin”, edito dal Mulino. È un’analisi sociologica della Russia moderna scritta a quattro mani ma finita a due dato che Zaslavsky, costretto ad emigrare in Usa nel 1975 è morto nel 2009. Gudkov che ha concluso il volume è il responsabile del Centro Levada, uno dei pochi istituti sociologici russi indipendenti.

L’interesse del volume sta più nelle analisi politiche, in quelle che raccontano il passaggio dall’Urss alla Federazione russa visto dal punto di vista della classe lavoratrice, della classe operaia. Scrivono i due sociologi: «La transizione russa, diversamente da quelle di Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria, è stata caratterizzata da una crescita poco lenta del tasso di disoccupazione e da una peculiare sostituzione dei licenziamenti con la riduzione dei salari (…) Da un lato, la pratica di mantenere lavoratori in eccesso ha ostacolato il cambiamento e la razionalizzazione dell’economia russa, contribuendo nel lungo periodo ad accrescere la delusione delle masse verso le riforme e la democrazia. Dall’altro, essa ha allentato la tensione sociale che si era accumulata, neutralizzando in parte il pericolo che la Russia subisse un’esplosione sociale con sviluppi simili a quelli della Germania di Weimar (…) Il modello russo di mercato del lavoro è riuscito a svolgere una funzione di ammortizzatore, mitigando le conseguenze negative che hanno accompagnato il passaggio all’economia di mercato».

Un modello differente da qualunque altro Paese, anche sul fronte dell’assenza di attività sindacali. Ma questa per Mosca e dintorni non è una novità: «Una volta uscito di scena il Partito comunista, si credeva che solo i sindacati avrebbero potuto dare voce alle proteste degli operai su licenziamenti ritenuti ingiustificati, retrocessioni, mancati pagamenti dei salari e altri abusi da parte dei proprietari e dei manager. Eppure queste fondate aspettative non si sono realizzate. Il mancato rilancio dei sindacati dimostra la forza degli atteggiamenti psicologici e culturali ereditati dal passato. I sindacati sovietici ufficiali non hanno mai avuto il ruolo di canali istituzionalizzati per l’articolazione e l’aggregazione degli interessi e delle richieste dei lavoratori. Sono sempre stati un organo settoriale dello Stato-partito, un’agenzia governativa incaricata di amministrare i fondi della previdenza sociale e di mobilitare i lavoratori per la realizzazione dei piani di produzione».

Un discorso che mi ha fatto venire in mente un quadro dipinto da Luigi Barzini nel suo “I comunisti non hanno vinto” (Mondadori, 1955): «Un generale sovietico visitava gli stabilimenti di Alexander Korda, a Londra, durante la guerra, quando il lavoro fu interrotto da uno sciopero a singhiozzo di dipendenti elettrici. Il generale sbuffò e disse: “Li lasciate scioperare? Anche da noi, una volta, scioperavano. Ma li abbiamo subito messi a posto”».

Chiosano Gudkov e Zaslavsky: «Almeno quattro generazioni di operai sovietici hanno vissuto senza diritto di sciopero e, di fatto, con il divieto di organizzare veri sindacati».

Nel libro si analizza anche la privatizzazione radicale (ma inevitabile secondo gli autori e chi scrive), che è passata però attraverso i voucher, un sistema forse efficace in presenza di una classe media, ma che ha finito per ingrassare i soliti noti: «Di fatto, tutti i vantaggi della privatizzazione sono andati alla burocrazia sovietica, e questo ha suscitato nella popolazione un rancore diffuso, l’impressione di aver subito un enorme inganno, un sentimento di forte disillusione nei confronti delle riforme: di qui la tendenza a considerare dubbia la legittimità della proprietà in quanto tale e della grande proprietà in particolare. (…) La stragrande maggioranza della popolazione russa è convinta che ogni grande ricchezza viene acquisita illegalmente». Nel 2005, è bene ricordarlo la lista di Forbes sugli uomini più ricchi del mondo comprendeva 25 miliardari russi (e il direttore di Forbes Russia, Klebnikov pagò con la vita l’inchiesta sulle quelle ricchezze accumulate: uo dei tanti delitti senza colpevoli nella Russia di Putin).

Eppure, come scrivono i due analisti, «Putin è una incarnazione dello spirito russo-sovietico, da lui condiviso con la maggioranza dei russi». Per questo regge, malgrado la crisi economica, malgrado quella che gli autori definiscono “autoritarismo senza transizione” e malgrado gli attentati terroristici che si susseguono a Mosca.

Ad maiora.

Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky

La Russia da Gorbaciov a Putin

Il Mulino

Bologna, 2010

Pagg. 208

Euro: 15