Il Mulino

Stasera a Champoluc la presentazione delle “Regole dei giornalisti”

le-regole-dei-giornalistiStasera alle 21 presento insieme all’avvocato Caterina Malavenda il suo libro “Le regole dei giornalisti”.
Nella tensostruttura di Ayas Cultura, a Champoluc, in Valle d’Aosta. Modera Roberto Mancini.
Questa che segue è la recensione del libro che ho scritto qualche settimana fa.

Se siete in zona, vi aspetto.

Ad maiora

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Il sottotitolo è: “Istruzioni per un mestiere pericoloso”. E il mestiere è quello del giornalista di cui questo libro cerca di spiegare le regole. Per sopravvivere non tanto in zone di guerra (di Domenico Quirico si parla troppo poco, a proposito) ma sopratutto nelle aule di giustizia italiane.
“Le regole dei giornalisti” (Mulino) è un interessante volume di Caterina Malavenda (tra gli avvocati più noti per difendere e salvare i giornalisti dalla massa di querele che ricevono) Carlo Melzi d’Eril (anch’egli legale, esperto di diritto dell’informazione e internet, la frontiera sulla quale camminano ormai molti cronisti) e Giulio Enea Vigevani (docente di Diritto Costituzionale e Diritto dell’Informazione alla Bicocca).
Il libro racconta di come la legislazione fascista abbia lasciato pesanti detriti nelle normative che regolano la professione giornalistica, normata (in senso restrittivo) dalla Costituente che attenuò in quel modo l’ottimo articolo 21 (salvo l’indeterminato riferimento al Buon Costume, tema che ognuno può declinare a suo piacimento).
Una legge quella sulla stampa superata dapprima dalla TV e ora da internet e dai Social network (che qualcuno ha pure querelato, ma che sono un fiume in piena). Così come è vecchia la normativa che riguarda la professione giornalistica con garanzie che riguardano solo i “professionisti”, escludendo quel mondo sempre più rilevante di chi fa il giornalista anche senza il tesserino rosso (o è granata?). Per non dire della “privacy” utilizzata come un manganello dai potenti di turno (persino da Preziosi mentre passeggia per Genova, aggredendo giornalisti del Secolo XIX, armati non di penna, ma di telecamera, segno dei tempi).
La politica italiana (caso strano) non riesce a stare al passo con quel che accade e spetta dunque alla giurisprudenza (anche europea) ridurre le possibilità di mettere a tacere i giornalisti. Che subiscono denunce e gigantesche richieste di risarcimento danni, spesso intimidatorie. Chi le avanza sa perfettamente che, in caso, di rigetto non avrà che da pagare le spese legali.
I giudici stessi comunque a volte estendono come fionde alcuni reati cercando di applicarli per colpire i giornalisti: come l’idea assurda di incriminarli per ricettazione per la divulgazione di “segreti” investigativi o giudiziari.
Il libro (che ha un’interessante post-fazione di Francesco Merlo, collega super-querelato – curiosamente non pubblicizzata in copertina) spiega come i colleghi più a rischio siano proprio quelli che si occupano di giudiziaria, che spesso ricevono querele per diffamazione, rischiando pesanti condanne: “Spesso – scrivono gli autori – il processo penale diventa una vera e propria incognita, il cui esito dipende da variabili non facilmente prevedibili, non ultima la formazione culturale, sociale e, perché no, politica del giudice”.
Un libro da leggere da giornalisti e “utenti”.

Le (troppe) regole dei giornalisti

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Il sottotitolo è: “Istruzioni per un mestiere pericoloso”. E il mestiere è quello del giornalista di cui questo libro cerca di spiegare le regole. Per sopravvivere non tanto in zone di guerra (di Domenico Quirico si parla troppo poco, a proposito) ma sopratutto nelle aule di giustizia italiane.
“Le regole dei giornalisti” (Mulino) è un interessante volume di Caterina Malavenda (tra gli avvocati più noti per difendere e salvare i giornalisti dalla massa di querele che ricevono) Carlo Melzi d’Eril (anch’egli legale, esperto di diritto dell’informazione e internet, la frontiera sulla quale camminano ormai molti cronisti) e Giulio Enea Vigevani (docente di Diritto Costituzionale e Diritto dell’Informazione alla Bicocca).
Il libro racconta di come la legislazione fascista abbia lasciato pesanti detriti nelle normative che regolano la professione giornalistica, normata (in senso restrittivo) dalla Costituente che attenuò in quel modo l’ottimo articolo 21 (salvo l’indeterminato riferimento al Buon Costume, tema che ognuno può declinare a suo piacimento).
Una legge quella sulla stampa superata dapprima dalla TV e ora da internet e dai Social network (che qualcuno ha pure querelato, ma che sono un fiume in piena). Così come è vecchia la normativa che riguarda la professione giornalistica con garanzie che riguardano solo i “professionisti”, escludendo quel mondo sempre più rilevante di chi fa il giornalista anche senza il tesserino rosso (o è granata?). Per non dire della “privacy” utilizzata come un manganello dai potenti di turno (persino da Preziosi mentre passeggia per Genova, aggredendo giornalisti del Secolo XIX, armati non di penna, ma di telecamera, segno dei tempi).
La politica italiana (caso strano) non riesce a stare al passo con quel che accade e spetta dunque alla giurisprudenza (anche europea) ridurre le possibilità di mettere a tacere i giornalisti. Che subiscono denunce e gigantesche richieste di risarcimento danni, spesso intimidatorie. Chi le avanza sa perfettamente che, in caso, di rigetto non avrà che da pagare le spese legali.
I giudici stessi comunque a volte estendono come fionde alcuni reati cercando di applicarli per colpire i giornalisti: come l’idea assurda di incriminarli per ricettazione per la divulgazione di “segreti” investigativi o giudiziari.
Il libro (che ha un’interessante post-fazione di Francesco Merlo, collega super-querelato – curiosamente non pubblicizzata in copertina) spiega come i colleghi più a rischio siano proprio quelli che si occupano di giudiziaria, che spesso ricevono querele per diffamazione, rischiando pesanti condanne: “Spesso – scrivono gli autori – il processo penale diventa una vera e propria incognita, il cui esito dipende da variabili non facilmente prevedibili, non ultima la formazione culturale, sociale e, perché no, politica del giudice”.
Un libro da leggere da giornalisti e “utenti”.

Se volete saperne di più e siete dalle parti di Champoluc la sera di venerdì 23 agosto presenterò questo volume insieme a Caterina Malavenda (modera Roberto Mancini). Alle 21 nella tensostruttura di Ayas Cultura.
Ad maiora

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Caterina Malavenda,Carlo Melzi d’Eril, Giulio Enea Vigevani
Le regole dei giornalisti
Il Mulino
Bologna, 2012
Pag. 178
Euro 15

La transizione autoritaria (e senza sindacati) dell’economia russa

«Sebbene il regime sovietico si crollato pacificamente sotto il peso dello spreco, dell’inefficienza e delle sue contraddizioni interne, la forza della sua eredità istituzionale e strutturale – dovuta alla lunga durata, alla compattezza istituzionale e al radicamento strutturale e psicologico nella società – ha esercitato una rilevante influenza ben oltre il suo crollo». Parte da queste basi l’analisi di Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky, contenuta nel volume “La Russia da Gorbaciov a Putin”, edito dal Mulino. È un’analisi sociologica della Russia moderna scritta a quattro mani ma finita a due dato che Zaslavsky, costretto ad emigrare in Usa nel 1975 è morto nel 2009. Gudkov che ha concluso il volume è il responsabile del Centro Levada, uno dei pochi istituti sociologici russi indipendenti.

L’interesse del volume sta più nelle analisi politiche, in quelle che raccontano il passaggio dall’Urss alla Federazione russa visto dal punto di vista della classe lavoratrice, della classe operaia. Scrivono i due sociologi: «La transizione russa, diversamente da quelle di Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria, è stata caratterizzata da una crescita poco lenta del tasso di disoccupazione e da una peculiare sostituzione dei licenziamenti con la riduzione dei salari (…) Da un lato, la pratica di mantenere lavoratori in eccesso ha ostacolato il cambiamento e la razionalizzazione dell’economia russa, contribuendo nel lungo periodo ad accrescere la delusione delle masse verso le riforme e la democrazia. Dall’altro, essa ha allentato la tensione sociale che si era accumulata, neutralizzando in parte il pericolo che la Russia subisse un’esplosione sociale con sviluppi simili a quelli della Germania di Weimar (…) Il modello russo di mercato del lavoro è riuscito a svolgere una funzione di ammortizzatore, mitigando le conseguenze negative che hanno accompagnato il passaggio all’economia di mercato».

Un modello differente da qualunque altro Paese, anche sul fronte dell’assenza di attività sindacali. Ma questa per Mosca e dintorni non è una novità: «Una volta uscito di scena il Partito comunista, si credeva che solo i sindacati avrebbero potuto dare voce alle proteste degli operai su licenziamenti ritenuti ingiustificati, retrocessioni, mancati pagamenti dei salari e altri abusi da parte dei proprietari e dei manager. Eppure queste fondate aspettative non si sono realizzate. Il mancato rilancio dei sindacati dimostra la forza degli atteggiamenti psicologici e culturali ereditati dal passato. I sindacati sovietici ufficiali non hanno mai avuto il ruolo di canali istituzionalizzati per l’articolazione e l’aggregazione degli interessi e delle richieste dei lavoratori. Sono sempre stati un organo settoriale dello Stato-partito, un’agenzia governativa incaricata di amministrare i fondi della previdenza sociale e di mobilitare i lavoratori per la realizzazione dei piani di produzione».

Un discorso che mi ha fatto venire in mente un quadro dipinto da Luigi Barzini nel suo “I comunisti non hanno vinto” (Mondadori, 1955): «Un generale sovietico visitava gli stabilimenti di Alexander Korda, a Londra, durante la guerra, quando il lavoro fu interrotto da uno sciopero a singhiozzo di dipendenti elettrici. Il generale sbuffò e disse: “Li lasciate scioperare? Anche da noi, una volta, scioperavano. Ma li abbiamo subito messi a posto”».

Chiosano Gudkov e Zaslavsky: «Almeno quattro generazioni di operai sovietici hanno vissuto senza diritto di sciopero e, di fatto, con il divieto di organizzare veri sindacati».

Nel libro si analizza anche la privatizzazione radicale (ma inevitabile secondo gli autori e chi scrive), che è passata però attraverso i voucher, un sistema forse efficace in presenza di una classe media, ma che ha finito per ingrassare i soliti noti: «Di fatto, tutti i vantaggi della privatizzazione sono andati alla burocrazia sovietica, e questo ha suscitato nella popolazione un rancore diffuso, l’impressione di aver subito un enorme inganno, un sentimento di forte disillusione nei confronti delle riforme: di qui la tendenza a considerare dubbia la legittimità della proprietà in quanto tale e della grande proprietà in particolare. (…) La stragrande maggioranza della popolazione russa è convinta che ogni grande ricchezza viene acquisita illegalmente». Nel 2005, è bene ricordarlo la lista di Forbes sugli uomini più ricchi del mondo comprendeva 25 miliardari russi (e il direttore di Forbes Russia, Klebnikov pagò con la vita l’inchiesta sulle quelle ricchezze accumulate: uo dei tanti delitti senza colpevoli nella Russia di Putin).

Eppure, come scrivono i due analisti, «Putin è una incarnazione dello spirito russo-sovietico, da lui condiviso con la maggioranza dei russi». Per questo regge, malgrado la crisi economica, malgrado quella che gli autori definiscono “autoritarismo senza transizione” e malgrado gli attentati terroristici che si susseguono a Mosca.

Ad maiora.

Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky

La Russia da Gorbaciov a Putin

Il Mulino

Bologna, 2010

Pagg. 208

Euro: 15