Haiti

Piccole cronache haitiane: l’ospedale cubano

Nel sud dell’isola c’è un ospedale costruito dal ministero della salute cubana.
Il medico cubano (che non vuole le telecamere) ci mostra l’astanteria e le sale degenza per uomini e donne. Ci presenta anche l’infermiera – cubana anche lei – che presto sparisce dietro una porta. Non va a curare pazienti. Qui non ci sono pazienti. Il medico e l’infermiera sono qui da un mese pronti a lavorare. Hanno medicinali e buona volontà. Manca pero’ ancora l’autorizzazione ad aprire, dal ministero della salute haitiana. Occorre l’inaugurazione. Speriamo che nell’ambio delle dispendiosa campagna elettorale, qualche politico trovi il tempo di passare di qui, di tagliare il nastro e vedere entrare i primi pazienti. Se davvero l’epidemia di colera si espandesse a macchia d’olio, avere ospedali, pronti ma chiusi, sarebbe un delitto.
Ad maiora

Vita ad Haiti: l’acqua di Les Cayes

Lasciamo per qualche ora Port-au-Prince e ci dirigiamo a sud, verso Les Cayes. L’emergenza colera è distante da qui, ma ci sono riunioni su riunioni per prepararsi all’impatto. Obiettivo: individuare un’area, pianeggiante e asciutta dove organizzare la quarantena. Compito non semplice in un’area umida come questa.

Non sarà facile comunque fermare l’epidemia. In assenza di acqua corrente nelle case, la vita si concentra su rigagnoli e fiumi. Che spesso fanno sia da discarica che da bagno pubblico.

Avsi e tutte le ong che sono presenti qui ad Haiti stanno provando a spiegare a tutti quali le precauzioni da prendere per evitare il contagio, Ma al momento sembrano rimanere inascoltate. Qui d’altronde il colera manca da un centinaio d’anni e quindi non c’è abitudine a “trattarlo”.

Bisognerebbe anche capire come è arrivato su quest’isola bella e sfortunata. Per nove mesi, dal terremoto in avanti, c’erano state altre malattie, ma mai il colera. Ora che c’è nelle tendopoli rischia di fare una strage.

Ora guardate questa immagine. Spiaggia lunghissima, mare caldo, palme a fare da sfondo. Haiti è anche questo e un tempo qui arrivavano i turisti. Ora tutto ciò è inimmaginabile. O meglio è pensabile solo oltre frontiera, nella repubblica domenicana.

Qui tra colera, terremoto e guerre civili, difficile che qualcuno venga presto a fare il bagno in queste acque.

Il rilancio qui potrà passare dall’agricoltura. Ma di questo magari parliamo domani.

Ad maiora.

Bagni di folla per non far dimenticare Haiti

“Ci sono tantissime persone che hanno fatto ben più di me”. Quando dice queste parole, Fiammetta Cappellini, responsabile dell’ong Avsi ad Haiti, e’ sincera. Nelle prime ore dopo il devastante terremoto che ha provocato 230 mila morti e quasi un milione di senza casa, l’avevo intervistata via Skype: aveva quella sana ritrosia bergamasca verso noi giornalisti. Poi arrivo’ a Port au Prince il Tg1 e mando’ in onda le immagini di Fiammetta che, in lacrime, rimandava – via aereo – in Italia il suo piccolo bambino. Aveva scelto di continuare ad aiutare i più bisognosi. Una scelta che la mise al centro della scena, che fece percepire a milioni di persone il ruolo complesso dei cooperanti. La tv, per una volta utile, facendo vedere la tragedia haitiana con gli occhi di questa giovane donna italiana, permise a tutti di immedesimarsi con la tragedia. Non e’ successo ad esempio con il Pakistan, che pure e’ lontano quanto Haiti (ma il regime di Islamabad “paga” anche il suo essere islamico e non anti-talebano).
Oggi davanti a una platea sterminata qui al Meeting di Rimini, Fiammetta ha spiegato quanti hanno criticato la sua scelta di separarsi dal figlio per aiutare i figli degli altri. Ricordando che per lei, che si professa cristiana, tutti i bambini sono suoi figli e facendo presente che il suo Alessandro aveva una possibilità di scelta, una via di fuga. I bambini haitiani, purtroppo, no.
Ora Fiammetta ha riportato ad Haiti il figlio perché crede che l’isola si risolleverà, perché e’ convinta che la tragedia possa essere un’opportunità per uno Stato orgoglioso, già poverissimo prima del terremoto. Ma gli aiuti dovranno continuare ad arrivare, non potranno cessare solo perché si sono spente le telecamere dei tg e gli articoli sui giornali.
Per questo la Cappellini, vincendo la timidezza, fa questi bagni di folla e si sottopone a una serie di interviste tutte uguali. Ma sono certo che non vede l’ora di tornare a lavorare ad Haiti.

Il (temporaneo) ritorno di Fiammetta

La faccia sorridente, l’imbarazzo di fronte alle domande dei giornalisti e ai numerosi flash. L’abbraccio col figlio e con i genitori. È stato questo il primo ritorno a casa di Fiammetta Cappellini dopo il terremoto di Haiti. La responsabile dell’ong Avsi a Port au Prince a gennaio, quando il sisma ha raso al suolo la metà haitiana dell’isola, aveva dovuto rimpatriare il figlio, affidato alle cure dei nonni materni (bergamaschi).

L’immagine di lei che piange all’aeroporto mentre si separa dal piccolo Alessandro ha fatto il giro di tutte le televisioni italiane. Il classico bivio che deve affrontare chi fa del volontariato il proprio lavoro: doversi occupare degli altri, prima che della propria famiglia. Per Fiammetta, come ha ripetuto ieri, la scelta è stata inevitabile, ma ora ha annunciato la volontà di riportare Alessandro “a casa”, dove per casa si intende Haiti.

Dopo un can-can mediatico durato due settimane, l’informazione italiana ha dimenticato Haiti. Non così hanno fatto le organizzazioni non governative che, fortunatamente, continuano a lavorare per il prossimo anche lontano da politici e telecamere.

Avsi, giusto per fornire un esempio ha ad Haiti 9 espatriati (cooperanti, professionisti, aggiungiamo noi), e 125 persone di staff locale. Fiammetta Cappellini, rientrata per queste feste pasquali ha detto: «Sono impressionata dall’ordine che si vede qui. Contrasta moltissimo con la distruzione e il caos che ci sono ancora a A Port au Prince dopo il terremoto del 12 gennaio. Ringrazio tutti coloro che ci hanno sostenuto e ci stanno sostenendo per questa emergenza. Purtroppo non è ancora finita. Non ancora tutte le persone hanno un riparo dignitoso, e la vita della gente, specie la più povera, deve ancora riprendere».

Pensateci mentre siete in giro per queste vacanze pasquali.

Ad maiora