Haiti

Piccole cronache haitiane: l’ospedale cubano

Nel sud dell’isola c’è un ospedale costruito dal ministero della salute cubana.
Il medico cubano (che non vuole le telecamere) ci mostra l’astanteria e le sale degenza per uomini e donne. Ci presenta anche l’infermiera – cubana anche lei – che presto sparisce dietro una porta. Non va a curare pazienti. Qui non ci sono pazienti. Il medico e l’infermiera sono qui da un mese pronti a lavorare. Hanno medicinali e buona volontà. Manca pero’ ancora l’autorizzazione ad aprire, dal ministero della salute haitiana. Occorre l’inaugurazione. Speriamo che nell’ambio delle dispendiosa campagna elettorale, qualche politico trovi il tempo di passare di qui, di tagliare il nastro e vedere entrare i primi pazienti. Se davvero l’epidemia di colera si espandesse a macchia d’olio, avere ospedali, pronti ma chiusi, sarebbe un delitto.
Ad maiora

Vita ad Haiti: e le infrastrutture?

Ieri diluvio sulla strada (l’unica) che congiunge il sud dell’isola alla capitale, al resto del Paese.
Ricordo che in Bosnia il primo intervento che venne fatto dalle Nazioni Unite fu quello sulle infrastrutture. Non c’era ponte, abbattuto dagli eserciti, che non fosse presto sostituito da un ponte militare. Magari posto un po’ più in la’.
Qui ad Haiti invece a livello di infrastrutture siamo a “carissimo zio”.
Le strade sono fatiscenti e l’arteria che abbiamo percorso ieri, da sud a nord, ti obbliga a 7 ore di macchina per fare meno di 200 chilometri: i due ponti crollati sono “sostituiti” solo da altrettanti guadi nei fiume.
L’ingresso nella capitale può portarti via anche due ore. E qualunque spostamento in citta’ dura non meno di un’ora. Questo significa non avere alcuna certezza di appuntamento.
Per due giornalisti in trasferta qui, un disagio temporaneo. Ma per tutti coloro che a livello umanitario operano sull’isola, le strade distrutte rendono complesso anche portare gli aiuti. Per non dire di quanti qui ci abitano e cercano di viverci.
E l’Onu che ci sta a fare qui? La missione Minustah (acronimo francese di Missione per la stabilizzazione di Haiti) e’ qui nel 2004 con una funzione di peacekeeping. Non e’ stato riformulato l’incarico nemmeno dopo il devastante terremoto che ha distrutto l’isola.
Ora le stesse Nazioni Unite pensano addirittura possano esser stati i soldati di Minustah a portare il colera sull’isola. Soldati dal Nepal, dove la malattia e’ endemica a differenza che ad Haiti.
La missione e’ costata ad oggi 500 milioni di dollari e la morte di 25 soldati.
Ad maiora.

Vita ad Haiti: restare senza valigia

Mesi addietro avevo scritto del film di Clooney, della valigia del viaggiatore. Dei pesi che ci portiamo inutilmente e che ci rallentano il cammino.

Forse per farmi provare di prima persona come vivere in assenza di pesi, quasi come in assenza di gravità, il fato ha deciso di mettermi alla prova qui ad Haiti.

Il posto è già dei meno semplici. Mi ricorda – lo dicevo ieri sera a Fiammetta Cappellini, responsabile di Avsi qui sull’isola caraibica – un po’ il sud dell’Eritrea durante la guerra con l’Etiopia. Ma là appunto c’era la guerra. Qui la crisi sembra quasi endemica. E il colera potrebbe ulteriormente aggravare una situazione che definire complicata non rende ancora l’idea.

La mia vecchia valigia verde, morbida, con le sue maniglie d’ordinanza e una cinghia per portarla a tracolla era stata con me anche in Africa, a quei tempi (mi pare 1999 o 2000).

In questi giorni ha visto l’aeroporto della capitale francese, quello di un pezzo di terra francese nei caraibi (Guadalupe) per essere lanciata su un carrello trasportatore nell’aeroporto di Port au Prince (dedicato a Toussaint Louverture, eroe dell’indipendenza haitiana: qui quasi tutte le cose importanti sono dedicate a lui).

Da lì è stata lanciata su un cassone telonato di un pick-up. Ma non è arrivata con me alla meta.

Sarà scivolata via in aeroporto o magari lungo il tragitto l’avrà afferrata qualche mano. Ora sarà a casa di qualcuno. O magari i vestiti sono finiti in qualche mercatino.

Sicuramente dove sono servono più che a me che ho una casa in muratura, non guadagno un dollaro al giorno, non ho avuto il terremoto e posso lavarmi i denti nel lavandino senza temere di prendermi il colera.

In qualche modo ci si veste (gli amici qui ti aiutano) e alla fine ci si rende conto che si può viaggiare anche senza portarsi troppa roba. Soprattutto in posti come questi dove il caldo è soffocante, sia di giorno che di notte.

Il computer si è salvato e ora è qui con me. Non basta per vestirsi, ma grazie alla tecnologia ti permette di rimanere in contatto con parenti e amici.

E non è poco.

Ad maiora.

Vita ad Haiti: l’acqua di Les Cayes

Lasciamo per qualche ora Port-au-Prince e ci dirigiamo a sud, verso Les Cayes. L’emergenza colera è distante da qui, ma ci sono riunioni su riunioni per prepararsi all’impatto. Obiettivo: individuare un’area, pianeggiante e asciutta dove organizzare la quarantena. Compito non semplice in un’area umida come questa.

Non sarà facile comunque fermare l’epidemia. In assenza di acqua corrente nelle case, la vita si concentra su rigagnoli e fiumi. Che spesso fanno sia da discarica che da bagno pubblico.

Avsi e tutte le ong che sono presenti qui ad Haiti stanno provando a spiegare a tutti quali le precauzioni da prendere per evitare il contagio, Ma al momento sembrano rimanere inascoltate. Qui d’altronde il colera manca da un centinaio d’anni e quindi non c’è abitudine a “trattarlo”.

Bisognerebbe anche capire come è arrivato su quest’isola bella e sfortunata. Per nove mesi, dal terremoto in avanti, c’erano state altre malattie, ma mai il colera. Ora che c’è nelle tendopoli rischia di fare una strage.

Ora guardate questa immagine. Spiaggia lunghissima, mare caldo, palme a fare da sfondo. Haiti è anche questo e un tempo qui arrivavano i turisti. Ora tutto ciò è inimmaginabile. O meglio è pensabile solo oltre frontiera, nella repubblica domenicana.

Qui tra colera, terremoto e guerre civili, difficile che qualcuno venga presto a fare il bagno in queste acque.

Il rilancio qui potrà passare dall’agricoltura. Ma di questo magari parliamo domani.

Ad maiora.

Vita ad Haiti: l’arrivo a Port-Au-Prince

Il volo che collega Parigi ad Haiti (via Guadalupe) e’ pieno come un uovo. A parte qualche giornalista sono tutti cooperanti. Si fanno incessantemente la stessa domanda: sei qui per il colera? E la risposta e’ sempre affermativa.

L’allarme oggi sembra meno grave di ieri, ma un funzionario dell’Undp catapultato qui da non so dove mi ha detto che fermare un’epidemia di colera in un luogo come Haiti non sara’ facile.

Oltre ai palazzi crollati e le macerie ovunque, cio’ che salta all’occhio e’ infatti l’incredibile promisciuta’. Sembra di entrare in un formicaio e le macchine procedono a fatica, sia perche’ le strade sono messe malissimo, sia perche’ c’e’ gente ovunque. E pure rigagnoli d’acqua. E rifiuti.

E anche le tende sono ovunque.

Il traffico caotico di Port-au-Prince viene rallentato anche dai camion che fanno pubblicita’ ai candidati delle prossime elezioni presidenziali. Sono previste a fine novembre, ma la radio ha detto che potrebbero essere fatte slittare di un mese, causa colera.

Staremo a vedere.

Ad maiora.