Cremlino

Se internet è un dono di Dio

Ha la grafica ordinata e innovativa di Wired (ne sono un appassionato dal primo numero italiano e ho stupito il direttore Riccardo Luna alla notizia che sono abbonato – si sa infatti che i giornalisti italiani leggono spesso a sbafo). Ma non voglio qui parlarvi del mensile che si occupa di tecnologia e futuro.

“Internet è un dono di Dio” è il provocatorio titolo che Wired ha voluto dare a questo libro nel quale si traccia un bilancio del tentativo (meritorio ma per ora fallito) di far dare il premio Nobel per la pace proprio a questa rivoluzione che, nata 33 anni fa, ci sta cambiando la vita, ogni giorno: Internet.

E la frase sul “dono di Dio” che compare nel titolo di questo volume (e che piacerebbe molto a suor Marcella, la missionaria francescana attiva ad Haiti di cui ho parlato più volte su queste pagine che scorrono sotto i vostri occhi) è tratta dalle parole del vincitore di quel Nobel, il prigioniero politico del regime cinese Liu Xiaobo che scrive: “Internet è il regalo di Dio alla Cina. È lo strumento migliore per consentire al popolo cinese di sconfiggere la schiavitù e lottare per la libertà”. Speriamo sia davvero così.

Ma nel volume troverete tante storie legate alla rivoluzione di Internet: dalla rivolta iraniana al blogger georgiano che dava tanto fastidio al Cremlino da aver provocato quell’ondata di spam che impallò twitter e facebook per un giorno nell’estate del 2009; dai microprestiti favorititi dalla rete a chi cerca di far uscire dall’isolamento il Darfur. La tecnologia corre più in fretta della carta e così Riccardo Luna, che cura il volume, non ha potuto parlare delle recenti rivoluzioni che stanno scuotendo le fondamenta di molti regimi che si affacciano sul Mediterraneo, immobili da anni.

Nella parte finale del libro ci sono gli interventi dei padri della rete o di personaggi pubblici che parlano del futuro del mondo, globalizzato dalla rete.

Rania di Giordania si chiede ad esempio se “l’attivismo online potesse cambiare il mondo offline”. Sembra di sì. Sta accadendo al Cairo. E magari succederà anche ad Amman. Dove poche ore fa, proprio per le proteste reale partite dalla rete, il re ha licenziato il governo.

Ad maiora.

 

Internet è un dono di Dio

(a cura di Riccardo Luna)

Skira editore

Milano, 2010

Pag. 224

Euro 29 (23,20 se lo acquistate sul sito skira.it)

(I proventi vanno all’Associazione One Laptop per Child)

Ennesima aggressione a un giornalista in Russia

Partiamo dal fondo, dalle roboanti dichiarazioni del presidente Medvedev che, dopo l’ennesima aggressione a un giornalista a Mosca, ha invitato il procuratore generale Juri Chaika “di seguire in maniera speciale l’inchiesta sul crimine commesso ai danni del giornalista del Kommersant Oleg Kashin”.

Se non ci fosse da piangere per quel che succede ai colleghi russi, bisognerebbe ridere.
Sia perche’ Chaika (ex ministro putiniano della giustizia) e’ lo stesso che ha indagato sull’uccisione di Anna Politkovskaja, i cui assassini e mandanti se la godono da qualche parte nel mondo.
Sia perche’ alla fine, Medvedev ha semplicemente un ufficio stampa più efficiente e più occidentale di quello dell’attuale presidente del consiglio russo Putin e quindi se la cava con toccanti dichiarazioni, che diventeranno titoli sui giornali moscoviti e occhielli in quelli del resto del mondo.
Ma dietro il fumo di queste parole, poi non resta niente.
Siamo ancora in fiduciosa attesa che il presidente Medvedev faccia una conferenza stampa con le foto degli assassini di Natasha Estemirova. A luglio, a un anno esatto dall’impunito omicidio della collega in Daghestan, aveva annunciato: individuati i killer!
Puntualmente divenne un titolo di tutti i giornali, in Russia e non solo.
Sono passati 4 mesi e si sta ancora aspettando che si passi dall’individuazione all’arresto. Ma forse si chiede troppo.
Quando venne assassinata la Politkovskaja inorridii per il prungato silenzio di Putin: parlo’ solo tre giorni dopo, a Dresda – nella citta’ dove aveva fatto la spia del Kgb fino alla caduta del muro – ma forse avrebbe fatto più bella figura a mantenere il riserbo.
Alla fine, alla luce del tempo che passa, finisco per preferire il velenoso silenzio putiniano a queste ipocrite parole del suo ex delfino, dette tra un viaggio in Ossezia del Sud e uno alle Kurili.
Resta il fatto che Oleg, giornalista trentenne critico verso il partito unico che guida Cremlino, governo e tutte le 89 realtà locali russe, e’ stato pestato a morte.
Non gli hanno rubato portafoglio o cellulare. Gli hanno dato una scarica di botte, spezzandogli ossa e ledendogli organi interni. Ora e’ in coma farmacologico.
In Russia, paese tra i più pericolosi per chi fa il nostro mestiere, anziché le querele si usano i pestaggi, il veleno, il polonio. E a volte anche i proiettili.
Veloci quasi quante le dichiarazioni dei politici.

Ad maiora

In Cecenia torna la guerra

George Bush passerà agli annali per aver festeggiato (su una portaerei a stelle e strisce) la vittoria di una guerra – quella irakena – che non è ancora finita. Mission Accomplished, diceva l’assurdo striscione.

Qualche mese fa il Cremlino ha dichiarato conclusa l’operazione antiterrorimo, ossia la seconda guerra cecena, scatenata anche per favorire la maggiore visibilità possibile per l’allora sconosciuto candidato Vladimir Putin.

Da quando anche la missione russa è stata compiuta, in Cecenia (ma anche in Daghestan  e in Inguscezia) è successo di tutto.

Fino ad arrivare oggi a un assalto al parlamento ceceno, a Grozny, nella capitale, con morti e momentanea presa ostaggi. 13 persone sono rimaste ferite, mentre 4 agenti di sicurezza sono stati uccisi nell’attacco.

L’escalation di violenza d’altronde era nell’aria. Qualche settimana fa i ribelli ceceno avevano attaccato il villaggio natale del presidente Kadyrov, l’ex comandante dei gruppi paramilitari scelto da Putin per gestire il paese col pugno di ferro e il guanto di velluto, finanziato dai soldi russi.

Proprio Ramzan Kadyrov ha imbracciato il kalashnikov e ha guidando l’assalto contro i ribelli. Ribelli che devono venire da chissà dove, visto che alle ultime elezioni, Russia Unita, il partito di Putin e Medvedev, in questa repubblica “indipendente” ha raccolto il 99,9% dei voti.

I miliziani, che erano 4 o 5, sono stati uccisi, anzi “liquidati” come sono soliti dire le forze di sicurezza russe.

Li staneremo fin dentro i cessi, prometteva Putin. Ma nella pentola a pressione caucasica, di terroristi ne nascono – purtroppo – ogni giorno.

Ad maiora.

Khodorkovskij si appella ai Tories inglesi

Mentre sta per essere condannato ad altri 20 anni di carcere, Mikhail Khodorkovskij si appella al premier inglese David Cameron perché il Regno Unito continui a basare i suoi rapporti con il Cremlino sui diritti umani e non sugli idrocarburi.

Dubito che i Tories, malgrado l’alleanza coi liberali, lo staranno ad ascoltare. Con Blair prima e Gordon Brown dopo, ai tempi dei laburisti al potere, le relazioni anglo-russe sono scese ai minimi storici. Londra (che su questo è avanti mille anni luce dal Bel Paese) ha offerto asilo politico a oligarchi finiti nel mirino di Putin e a leader ceceni. Ma anche ad ex agenti del Kgb, come Litvinenko. Divenuto cittadino britannico venne liquidato col Polonio. Per Scotland Yard avvelenato da Lugovoi che siede, impunito, alla Duma, la Camera bassa della Federazione Russa.

Ma il tempo lenisce le ferite e soprattutto Londra non vuole perdere la corsa ai petrorubli e vuole mettersi sulla scia di Roma, Berlino e Parigi.

Mikhail Khodorkovskij, ex padrone della Yukos (sulle cui spoglie banchettarono anche Eni ed Enel), già uomo più ricco della Russia, finito in cella dal 2003 per reati fiscali dopo aver deciso di finanziare l’opposizione liberale antiputiniana, ha scritto sull’Observer un appello a Cameron: ricordati dei diritti umani prima di stringere nuove alleanze pragmatiche con Mosca, poni delle “condizioni di principio” su democrazia, le libertà civili e i diritti civili.

Scrive Khodorkovskij: “Io, come un prigioniero politico russo, sarei felice se la Gran Bretagna capisse il destino di 150 milioni di persone forti, capaci e di talento, che sono alla ricerca di una via d’uscita dal buio del totalitarismo, verso la luce della libertà. Voglio credere e sperare che nel processo di ri-stabilimento delle relazioni con la Russia, David Cameron e il popolo britannico restino fermamente dalla parte della democrazia, e offrano ai russi non solo vantaggi economici reciproci, ma un’interazione basata su chiare norme trasparenti”.
Chissà se il ministro degli esteri inglese, il conservatore Willian Hague, ascolterà queste parole nel suo viaggio a Mosca. Il fatto che scelga quella meta come prima tappa della sua missione fuori dai confini patrii (peggio di un leader ucraino filo-russo) mi fa pensare il contrario.
Ad maiora.

 

 

Putin manganella, Kadyrov liquida i terroristi

“Bisogna ottenere l’autorizzazione delle autorità locali. L’avete? Allora, manifestate. Non l’avete? Allora non ne avete il diritto. Se comunque ci andare, ricevete colpi di manganello sulla testa”. Così stamane Vladimir Putin sulle colonne del quotidiano Kommersant (a firma di uno dei suoi biografi Andrei Koleshnikov, il cui fratello è portavoce del Cremlino).

Un’intervista con la quale l’uomo forte della Russia dice di essere molto interessato a candidarsi alle presidenziali (che Medvedev voglia o meno) e de facto minaccia le opposizioni che domani (31 agosto) manifesteranno a Mosca e San Pietroburgo per ricordare che l’articolo 31 della Costituzione russa prevede la libertà di manifestazione. La Libia (che non è una repubblica ma un “regime delle masse”), Paese del quale l’Italia è ufficialmente “amico”, ha fatto di più: sono vietati i partiti politici e i sindacati ed è stato abolito il diritto di sciopero. Il diritto applicato è quello coranico.

Nelle zone più islamiche della Federazione russa continuano intanto gli scontri. Ieri vi avevamo raccontato dell’attacco dei guerriglieri ceceni al villaggio natale del presidente Kadyrov, Centoroj. Ebbene la reazione delle milizie del giovane leader ceceno e putiniano non si sono fatte attendere: 14 combattenti uccisi e cinque poliziotti rimasti a terra nello scontro (17 gli agenti feriti). Kadyrov, un tempo leader dei gruppi paramilitari, ha guidato personalmente la caccia ai terroristi.