Cremlino

Putin si sceglie gli avversari: sì Prokhorov, no Javlinskij

La commissione elettorale russa (la cui indipendenza la si è potuta plasticamente osservare alle ultime, contestate, elezioni parlamentari di dicembre) ha deciso chi potrà sfidare il piccolo zar Vladimir Putin alle presidenziali del 3 marzo.

Grigorij Javlinskij, vecchio leader dell’opposizione liberale (ormai in disarmo) non ha avuto nemmeno l’onore delle armi e non potrà candidarsi.

Per la commissione avrebbe presentato firme invalide. Difficile, in questo caso, sperare in un decreto del Colle (pardon, del Cremlino) che sani la situazione.

Javlinskij guida quel che resta del partito della mela (Jabloko), bandiera liberale, ammainata da anni.  

Il 4 marzo sulle schede i russi potranno trovare, oltre a Putin, altri quattro candidati. Il leader dei social democratici Sergei Mironov, il nazionalista Vladimir Zhirinovsky e il leader comunista Gennadij Zyuganov. Quest’ultimo è l’unico che possa ambire al ballottaggio, semmai Putin non dovesse raggiungere la maggioranza assoluta.

A sorpresa – ma non troppo – la commissione elettorale ha accettato come candidato anche il milionario Mikhail Prokhorov.

Le sue firme sono state giudicate perfette.

Proprietario della squadra Nba dei New Jersey Nets, Prokhorov è il terzo uomo più ricco della Russia. Chiede limitate riforme di mercato e finora si è astenuto dal criticare direttamente l’operato del primo ministro e candidato presidenziale Vladimir Putin.

Forse anche per questo le sue firme sono piaciute così tanto.

Ad maiora.

Surkov, l’ideologo putiniano che ha voltato le spalle a Khodorkovskij

Vladislav Surkov, da poco nominato vice primo ministro della Federazione russa è l’eminenza grigia del putinismo. Da quando Putin è diventato l’uomo forte della Russia, Surkov ne è stata l’ombra, il consigliere più ascoltato. E’ ovviamente ora nel mirino dell’opposizione. Gli esperti in Russia stanno cercando di valutare questo nuovo incarico di Surkov:

http://italian.ruvr.ru/2011/12/27/63011435.html

Surkov, 47 anni, sbarca al governo dopo essere stato per dieci anni vice capo dell’amministrazione del Cremlino. E’ lui l’inventore delle formule della “verticale del potere” o “democrazia guidata” (termini che stanno alla democrazia come la sedia alla sedia elettrica) e delle organizzazioni contro-rivoluzionarie (come i giovani Balilla dei Nashi) che hanno paralizzato la politica russa per tre lustri. Una formula – degna di Machiavelli –  che mixa nazionalismo con richiami sovietici, liberismo e statalismo.
Vladislav Surkov è da sempre un fan di Putin, che descrive come l’unto del Signore: “Penso che Putin sia l’uomo che Dio e il destino hanno inviato in Russia per questi tempi difficili”.
Il politico è arrivato al Cremlino negli ultimi mesi della presidenza Eltsin, nel 1999, quando Vladimir Putin allora capo del Fsb (Servizio di Sicurezza Federale che ha preso il posto del Kgb), è stato nominato primo ministro. Surkov è diventato ancor più potente dal 2000 quando Putin è stato eletto presidente della Federazione, venendo nominato capo dell’amministrazione presidenziale (carica che non lasciò nemmeno nel 2008, quando Putin andò alla Casa Bianca russa). Incarico che però ha perso il 15 dicembre, sotto la spinta delle manifestazioni delle opposizioni contro i brogli elettorali. 
Surkov sarebbe l’ideatore non solo di Russia Unita (il partito putiniano) ma anche del tandem Putin-Medvedev che – ora – sembra aver nauseato la maggioranza degli elettori russi.

La storia di Surkov diventa paradossale se si pensa ai suoi esordi. Da imprenditore collaborò (dal 1991 al 1996) con Mikhail Khodorkovskij. L’oligarca antiputiniano – accusato di ogni malversazione – è uno dei principali prigionieri politici della Russia di Putin.

Se il regime putiniano crollerà e Khodorkovskij uscirà di cella, è probabile che la parabola politica di Surkov (che ha sposato la sorella di Anatolij Chubais) volga al termine.

Potrà, nel caso, proseguire la sua carriera musicale, scrivendo altri testi per il gruppo Agati Kristi: http://agata.ru/

Ad maiora

Se internet è un dono di Dio

Ha la grafica ordinata e innovativa di Wired (ne sono un appassionato dal primo numero italiano e ho stupito il direttore Riccardo Luna alla notizia che sono abbonato – si sa infatti che i giornalisti italiani leggono spesso a sbafo). Ma non voglio qui parlarvi del mensile che si occupa di tecnologia e futuro.

“Internet è un dono di Dio” è il provocatorio titolo che Wired ha voluto dare a questo libro nel quale si traccia un bilancio del tentativo (meritorio ma per ora fallito) di far dare il premio Nobel per la pace proprio a questa rivoluzione che, nata 33 anni fa, ci sta cambiando la vita, ogni giorno: Internet.

E la frase sul “dono di Dio” che compare nel titolo di questo volume (e che piacerebbe molto a suor Marcella, la missionaria francescana attiva ad Haiti di cui ho parlato più volte su queste pagine che scorrono sotto i vostri occhi) è tratta dalle parole del vincitore di quel Nobel, il prigioniero politico del regime cinese Liu Xiaobo che scrive: “Internet è il regalo di Dio alla Cina. È lo strumento migliore per consentire al popolo cinese di sconfiggere la schiavitù e lottare per la libertà”. Speriamo sia davvero così.

Ma nel volume troverete tante storie legate alla rivoluzione di Internet: dalla rivolta iraniana al blogger georgiano che dava tanto fastidio al Cremlino da aver provocato quell’ondata di spam che impallò twitter e facebook per un giorno nell’estate del 2009; dai microprestiti favorititi dalla rete a chi cerca di far uscire dall’isolamento il Darfur. La tecnologia corre più in fretta della carta e così Riccardo Luna, che cura il volume, non ha potuto parlare delle recenti rivoluzioni che stanno scuotendo le fondamenta di molti regimi che si affacciano sul Mediterraneo, immobili da anni.

Nella parte finale del libro ci sono gli interventi dei padri della rete o di personaggi pubblici che parlano del futuro del mondo, globalizzato dalla rete.

Rania di Giordania si chiede ad esempio se “l’attivismo online potesse cambiare il mondo offline”. Sembra di sì. Sta accadendo al Cairo. E magari succederà anche ad Amman. Dove poche ore fa, proprio per le proteste reale partite dalla rete, il re ha licenziato il governo.

Ad maiora.

 

Internet è un dono di Dio

(a cura di Riccardo Luna)

Skira editore

Milano, 2010

Pag. 224

Euro 29 (23,20 se lo acquistate sul sito skira.it)

(I proventi vanno all’Associazione One Laptop per Child)

Ennesima aggressione a un giornalista in Russia

Partiamo dal fondo, dalle roboanti dichiarazioni del presidente Medvedev che, dopo l’ennesima aggressione a un giornalista a Mosca, ha invitato il procuratore generale Juri Chaika “di seguire in maniera speciale l’inchiesta sul crimine commesso ai danni del giornalista del Kommersant Oleg Kashin”.

Se non ci fosse da piangere per quel che succede ai colleghi russi, bisognerebbe ridere.
Sia perche’ Chaika (ex ministro putiniano della giustizia) e’ lo stesso che ha indagato sull’uccisione di Anna Politkovskaja, i cui assassini e mandanti se la godono da qualche parte nel mondo.
Sia perche’ alla fine, Medvedev ha semplicemente un ufficio stampa più efficiente e più occidentale di quello dell’attuale presidente del consiglio russo Putin e quindi se la cava con toccanti dichiarazioni, che diventeranno titoli sui giornali moscoviti e occhielli in quelli del resto del mondo.
Ma dietro il fumo di queste parole, poi non resta niente.
Siamo ancora in fiduciosa attesa che il presidente Medvedev faccia una conferenza stampa con le foto degli assassini di Natasha Estemirova. A luglio, a un anno esatto dall’impunito omicidio della collega in Daghestan, aveva annunciato: individuati i killer!
Puntualmente divenne un titolo di tutti i giornali, in Russia e non solo.
Sono passati 4 mesi e si sta ancora aspettando che si passi dall’individuazione all’arresto. Ma forse si chiede troppo.
Quando venne assassinata la Politkovskaja inorridii per il prungato silenzio di Putin: parlo’ solo tre giorni dopo, a Dresda – nella citta’ dove aveva fatto la spia del Kgb fino alla caduta del muro – ma forse avrebbe fatto più bella figura a mantenere il riserbo.
Alla fine, alla luce del tempo che passa, finisco per preferire il velenoso silenzio putiniano a queste ipocrite parole del suo ex delfino, dette tra un viaggio in Ossezia del Sud e uno alle Kurili.
Resta il fatto che Oleg, giornalista trentenne critico verso il partito unico che guida Cremlino, governo e tutte le 89 realtà locali russe, e’ stato pestato a morte.
Non gli hanno rubato portafoglio o cellulare. Gli hanno dato una scarica di botte, spezzandogli ossa e ledendogli organi interni. Ora e’ in coma farmacologico.
In Russia, paese tra i più pericolosi per chi fa il nostro mestiere, anziché le querele si usano i pestaggi, il veleno, il polonio. E a volte anche i proiettili.
Veloci quasi quante le dichiarazioni dei politici.

Ad maiora

In Cecenia torna la guerra

George Bush passerà agli annali per aver festeggiato (su una portaerei a stelle e strisce) la vittoria di una guerra – quella irakena – che non è ancora finita. Mission Accomplished, diceva l’assurdo striscione.

Qualche mese fa il Cremlino ha dichiarato conclusa l’operazione antiterrorimo, ossia la seconda guerra cecena, scatenata anche per favorire la maggiore visibilità possibile per l’allora sconosciuto candidato Vladimir Putin.

Da quando anche la missione russa è stata compiuta, in Cecenia (ma anche in Daghestan  e in Inguscezia) è successo di tutto.

Fino ad arrivare oggi a un assalto al parlamento ceceno, a Grozny, nella capitale, con morti e momentanea presa ostaggi. 13 persone sono rimaste ferite, mentre 4 agenti di sicurezza sono stati uccisi nell’attacco.

L’escalation di violenza d’altronde era nell’aria. Qualche settimana fa i ribelli ceceno avevano attaccato il villaggio natale del presidente Kadyrov, l’ex comandante dei gruppi paramilitari scelto da Putin per gestire il paese col pugno di ferro e il guanto di velluto, finanziato dai soldi russi.

Proprio Ramzan Kadyrov ha imbracciato il kalashnikov e ha guidando l’assalto contro i ribelli. Ribelli che devono venire da chissà dove, visto che alle ultime elezioni, Russia Unita, il partito di Putin e Medvedev, in questa repubblica “indipendente” ha raccolto il 99,9% dei voti.

I miliziani, che erano 4 o 5, sono stati uccisi, anzi “liquidati” come sono soliti dire le forze di sicurezza russe.

Li staneremo fin dentro i cessi, prometteva Putin. Ma nella pentola a pressione caucasica, di terroristi ne nascono – purtroppo – ogni giorno.

Ad maiora.