Chiarelettere

Domani alle 18 la presentazione de “La guerra democratica”

In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

 Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla

 Questa la mia recensione:

https://andreariscassi.wordpress.com/2012/04/28/le-guerre-democratiche-di-massimo-fini/

Ad maiora

 

Mercoledì alle 18 la presentazione del libro di Massimo Fini

In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

 Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla

 Questa la mia recensione: https://andreariscassi.wordpress.com/2012/04/28/le-guerre-democratiche-di-massimo-fini/

Ad maiora

 

Mercoledì la presentazione de “La guerra democratica”

In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

 Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla

 

Questa la mia recensione:

https://andreariscassi.wordpress.com/2012/04/28/le-guerre-democratiche-di-massimo-fini/

Ad maiora

 

Le guerre democratiche di Massimo Fini

Non sempre ci si trova d’accordo con quel che scrive Massimo Fini, ma non ci annoia lungo le 289 pagine del volume “La guerra democratica”. Il giornalista, edito da Chiarelettere, ha condensato in unico volume tutti gli articoli che in questi anni ha dedicato all’interventismo militare umanitario degli ultimi anni. Dalla Somalia all’Afghanistan (dove ieri Monti ha annunciato che rimarremo oltre il 2014: bella idea in un periodo di tagli!), passando per l’ex Jugoslavia e Iraq e arrivando fino alla Libia che fu di Gheddafi.

Fini può permettersi di ripubblicare pezzi datati 1991 perché è innegabile in lui una coerenza, non sempre riscontrabile in altri giornalisti (alla incoerenza della politica dedico solo questa parentesi, chi mi legge ci arriva da solo).

Massimo Fini se la prende con l’uso peloso e ipocrita della terminologia umanitaria per contestare le tante troppe guerre che, dalla caduta del Muro, si sono susseguite in Asia e Africa: “Fin dai tempi più antichi la guerra è stata sottoposta a delle formalità e a dei riti precisi di demarcazione, proprio per staccare, senza possibilità di equivoci, il tempo di guerra da quello di pace. E questo perché in guerra diventa legittimo ciò che in pace è invece assolutamente proibito: uccidere. (…) Oggi la guerra la si fa, come sempre, ma non si osa più dichiararla e si preferisce mascherarla ipocritamente, da parte occidentale, sotto nomi diversi: operazione di peacekeeping, interento umanitario eccetera. Oggi noi pretendiamo di fare la guerra, ma chiamandola in altro modo, per il bene di chi bombardiamo”

Una delle lezioni che a volte tengo a Storia in Statale o ai corsi di Geopolitica delle Acli si intitola “Dopo la fine dell’Onu”. Infatti, purtroppo, il carrozzone delle Nazioni Unite è stato sotituito dalla Nato (che avrebbe invece dovuto essere sciolta come il Patto di Varsavia) e dai vari G8, G20, G30, club autoconvocati che decidono le sorti di tutte le nazioni.

Fini è sprezzante verso le azioni militari del mondo occidentale, passato dal peace-keeping al peace-making, addirittura al peace-enforcing.

Ma se la prende anche con le iniziative umanitarie che seguono a ruota quelle militari: “In un certo senso era molto meglio il colonialismo classico perché mantenendo il distacco degli indigeni perlomento consentiva loro di conservare i propri costumi, la propria cultura, la propria anima. Mentre il colonialismo attuale, con la pretesa totalizzante di omologazione a sé, ritenendosi il migliore dei mondi possibili, l’intero esistente e di fare della terra un unico, immenso, mercato, distrugge i popoli con cui viene in contatto, sia in senso economico, perché fingendo di portar loro risorse in realtà gliele rapina, sia in quello, più profondoo, esistenziale, emotivo, psicologico e culturale”.

Nel mirino de “La guerra democratica” ci sono quasi sempre gli Usa e la loro politica estera: “Di un alleato come gli Stati Uniti non so se si può fare a meno, ma si deve fare a meno. Perché non sono degli alleati, ma dei padroni. Perché se è vero che la libertà dell’Europa di ieri è passata – anche – attraverso gli americani, è altrettanto vero che che la libertà dell’Europa oggi si può realizzare solo contro gli americani”.

Fini (come ai suoi tempi Clementina Forleo, in una sentenza che scatenò assurde polemiche) ha sempre differenziato le azioni di terrorismo da quelle di guerriglia, anche quando a esserne vittima sono stati italiani: “L’attacco di Nassiriya non è un atto terroristico, vile e ignobile come ha detto il capo dello Stato e come ripetono tutti i media (terrorismo si ha quando vengono colpiti dei civili inermi), ma di guerriglia che ha preso di mira un obiettivo militare”.

Nel volume si ritrovano anche alcune imprecisioni dettate dalla quotidianità (la produzione afghana di oppio – azzerata dai talebani – sotto Karzai-Usa è l’80% del fabbisogno mondiale in un pagina e il 93% nella pagina successiva; i morti per la strage di Lockerbie furono 270 e non 700 ).
Ho fatto invece un salto sul divano, per un passo su una strage cui ho dedicato molta attenzione professionale (e affettiva): quella di Srebrenica.

Massimo Fini parla delle 650.000 vittime civili dell’intervento “umanitario” in Iraq e traccia un paragone: “Cento volte supriore a quelle dell’assedio di Sarajevo della famosa strage al mercato e di quella di Srebrenica (dove peraltro a essere liquidati fino solo maschi adulti)”.

I maschi adulti furono 8372. Erano adulti nel senso che furono assassinati tutti i maschi tra i 14 e i 65 anni rimasti nell’enclave creata dall’Onu per salvare i civili. Di quegli 8372 civili ogni 11 luglio si celebrano i funerali. Le milizie serbe hanno sparpagliato i loro resti in tante fosse comuni. Di quegli 8000 mila musulmani hanno trovato sepolutra solo 6000 mila. Quelli per cui decine di anatomi patologi sono riusciti, grazie al Dna, a rimettere insieme tutte le ossa, dal cranio ai piedi. Liquidarliin una parentesi è davvero riduttivo.

Ad maiora

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In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla

Miracoli e celibato di Gesù visti da GB Shaw

“Sia che accettiamo ciecamente la sua convinzione di avere una natura divina, come fece Simon Pietro, sia che la rifiutiamo considerandola una mania di grandezza che lo portò a farsi torturare e a sacrificare la vita senza opporre resistenza, convinto che sarebbe risorto nella gloria, nell’uno e nell’altro caso siamo costretti a riconoscere che Gesù non fu affatto un codardo”.
Basterebbero queste poche righe per capire il saggio “Sia fatta la sua volontà” di George Bernard Shaw, stampato per la prima volta nel 1915 e ripubblicato ora da Chiarelettere.
Un pamphlet nel quale l’intellettuale analizza, a metà tra il bibliofilo e l’antropologo, i Vangeli (“presi sul serio”, come tiene a sottolineare).
Shaw analizza la vita di Gesù senza filtri religiosi e traccia un ritratto tranchant: “In poche parole, potremmo dire che Gesù avesse uno stile di vita da artista bohémien”. E cerca di analizzarne la figura prescindendo dai miracoli: “Rousseau dimostra, esattamente come aveva previsto Gesù, che i miracoli rappresentano l’ostacolo principale all’accettazione del cristianesimo, perché la loro non credibilità (se fossero credibili, non sarebbero più miracoli) ci rende scettici verso le Scritture – per quanto credibili nel loro insieme – nonché sospettosi della dottrina alla quale finiscono per essere associati”. E spiega: “Anche se oggi riuscissimo a dimostrare che Gesù non compì alcun miracolo, questa prova non scalfirebbe nessuno dei suoi insegnamenti”.
Sempre sul miracolo (finale) che avrebbe potuto salvargli la vita, Shaw chiosa: “Doveva morire come un dio, non salvarsi come ‘uno dei potenti’. L’accordo su questo punto è molto importante, perché prova che, quando affermava di essere un dio, Gesù era assolutamente sincero. Nessun impostore avrebbe accettato quelle torture terribili senza almeno un tentativo per salvarsi; nessun impostore avrebbe avuto la forza di sopportarle nella convinzione che dopo tre giorni sarebbe risorto dalla tomba, di nuovo vivo”.
Shaw analizza anche il celibato di Gesù (“il sacrificio più grande nel matrimonio – scrive un po’ Fornero, un po’ Monti – è proprio la rinuncia allo spirito avventuriero verso la vita: sistemarsi”) e lo mette in testa a un elenco che comprende: “celibe Beethoven, nubili Giovanna d’Arco, Chiara, Teresa, Florence Nightingale”.
Allo scrittore irlandese non piacciono le gerarchie ecclesiastiche (“la spiazzante contraddizione tra insegnamenti di Gesù e la loro applicazione da parte di governi e chiese è ormai evidente a tutti”), anche quelle della prima ora: “Gesù era appena stato sepolto, o appena entrato nel Regno dei cieli (come preferite), e già gli apostoli avevano affossato la sua eredità al livello a cui è rimasta fino ai giorni nostri”. E spiega così la sua avversione a La versione di Paolo: “Ancora oggi il cristianesimo paolino è un’associazione e contro il peccato, ed è proprio a questo che deve il suo enorme successo”.
Insomma, un’analisi spietata. Che non ha perso la sua forza neanche a un secolo di distanza. In una fase secolarizzata, in cui tutti si professano cristiani. A modo loro.
Ad maiora
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George Bernard Shaw
Sia fatta la sua volontà
Milano, 2011
Chiarelettere
Pagg. 152
Euro: 7

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