Chiarelettere

Da Montale a Occupy Wall Street

Un racconto giornalistico su un movimento che sembra scomparso ma le cui onde telluriche si percepiscono ancora. “Occupy Wall Street” (Chiarelettere) di Riccardo Staglianò è una divertente e irrituale analisi sulla protesta che occupò Zuccotti Park ma che, ignorata inizialmente dai mass media, riuscì a imporsi all’attenzione mondiale.
L’ispirazione venne da piazza Tahir, tutt’ora punto di raccolta e di protesta dell’irrisolta crisi egiziana.
Staglianò segue Ows partendo da due quesiti: “Dove può arrivare un’armata Brancaleone del genere?”; e ancora: “Sono loro, con la convinzione che tutto si possa ancora cambiare, o piuttosto noi, imbolsiti da tonnellate di ragionevolezza, a vivere una pericola illusione?”.
Risposte che non arriveranno nemmeno alla fine del libro. Nel quale si cita il Montale di Ossi di seppia (indimenticabili Edizioni Gobetti): “Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.
È la crisi ad aver mosso la piazza a New York come a Toronto e Oakland. La stessa che spinge uno studente di Ows a dire al giornalista di Repubblica: “Sono qui perché il sogno americano è diventato proprio quello: un sogno, non più una possibilità”.
“Sii gentile con tutti quelli che incontri, perché non sai cosa possano avere passato”. Era il consiglio della nonna di Bob Dylan. Diventa legge durante le assemblee di Ows, dove ognuno può dir la sua e tutti devono avere la pazienza di ascoltarlo. Un metodo assembleare faticoso, orizzontale, ben descritto nel volume.
A tutti quelli che continuano a chiedere gli obiettivi del movimento, vale la risposta che tanti danno a Staglianò: “Le nostre richieste siamo noi stessi”.
Chiusa una tenda, se ne farà un’altra.
Ad maiora
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Riccardo Staglianò
Occupy Wall Street
Chiarelettere
Milano, 2012
Euro 9

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Le guerre democratiche di Massimo Fini

Non sempre ci si trova d’accordo con quel che scrive Massimo Fini, ma non ci annoia lungo le 289 pagine del volume “La guerra democratica”. Il giornalista, edito da Chiarelettere, ha condensato in unico volume tutti gli articoli che in questi anni ha dedicato all’interventismo militare umanitario degli ultimi anni. Dalla Somalia all’Afghanistan (dove ieri Monti ha annunciato che rimarremo oltre il 2014: bella idea in un periodo di tagli!), passando per l’ex Jugoslavia e Iraq e arrivando fino alla Libia che fu di Gheddafi.

Fini può permettersi di ripubblicare pezzi datati 1991 perché è innegabile in lui una coerenza, non sempre riscontrabile in altri giornalisti (alla incoerenza della politica dedico solo questa parentesi, chi mi legge ci arriva da solo).

Massimo Fini se la prende con l’uso peloso e ipocrita della terminologia umanitaria per contestare le tante troppe guerre che, dalla caduta del Muro, si sono susseguite in Asia e Africa: “Fin dai tempi più antichi la guerra è stata sottoposta a delle formalità e a dei riti precisi di demarcazione, proprio per staccare, senza possibilità di equivoci, il tempo di guerra da quello di pace. E questo perché in guerra diventa legittimo ciò che in pace è invece assolutamente proibito: uccidere. (…) Oggi la guerra la si fa, come sempre, ma non si osa più dichiararla e si preferisce mascherarla ipocritamente, da parte occidentale, sotto nomi diversi: operazione di peacekeeping, interento umanitario eccetera. Oggi noi pretendiamo di fare la guerra, ma chiamandola in altro modo, per il bene di chi bombardiamo”

Una delle lezioni che a volte tengo a Storia in Statale o ai corsi di Geopolitica delle Acli si intitola “Dopo la fine dell’Onu”. Infatti, purtroppo, il carrozzone delle Nazioni Unite è stato sotituito dalla Nato (che avrebbe invece dovuto essere sciolta come il Patto di Varsavia) e dai vari G8, G20, G30, club autoconvocati che decidono le sorti di tutte le nazioni.

Fini è sprezzante verso le azioni militari del mondo occidentale, passato dal peace-keeping al peace-making, addirittura al peace-enforcing.

Ma se la prende anche con le iniziative umanitarie che seguono a ruota quelle militari: “In un certo senso era molto meglio il colonialismo classico perché mantenendo il distacco degli indigeni perlomento consentiva loro di conservare i propri costumi, la propria cultura, la propria anima. Mentre il colonialismo attuale, con la pretesa totalizzante di omologazione a sé, ritenendosi il migliore dei mondi possibili, l’intero esistente e di fare della terra un unico, immenso, mercato, distrugge i popoli con cui viene in contatto, sia in senso economico, perché fingendo di portar loro risorse in realtà gliele rapina, sia in quello, più profondoo, esistenziale, emotivo, psicologico e culturale”.

Nel mirino de “La guerra democratica” ci sono quasi sempre gli Usa e la loro politica estera: “Di un alleato come gli Stati Uniti non so se si può fare a meno, ma si deve fare a meno. Perché non sono degli alleati, ma dei padroni. Perché se è vero che la libertà dell’Europa di ieri è passata – anche – attraverso gli americani, è altrettanto vero che che la libertà dell’Europa oggi si può realizzare solo contro gli americani”.

Fini (come ai suoi tempi Clementina Forleo, in una sentenza che scatenò assurde polemiche) ha sempre differenziato le azioni di terrorismo da quelle di guerriglia, anche quando a esserne vittima sono stati italiani: “L’attacco di Nassiriya non è un atto terroristico, vile e ignobile come ha detto il capo dello Stato e come ripetono tutti i media (terrorismo si ha quando vengono colpiti dei civili inermi), ma di guerriglia che ha preso di mira un obiettivo militare”.

Nel volume si ritrovano anche alcune imprecisioni dettate dalla quotidianità (la produzione afghana di oppio – azzerata dai talebani – sotto Karzai-Usa è l’80% del fabbisogno mondiale in un pagina e il 93% nella pagina successiva; i morti per la strage di Lockerbie furono 270 e non 700 ).
Ho fatto invece un salto sul divano, per un passo su una strage cui ho dedicato molta attenzione professionale (e affettiva): quella di Srebrenica.

Massimo Fini parla delle 650.000 vittime civili dell’intervento “umanitario” in Iraq e traccia un paragone: “Cento volte supriore a quelle dell’assedio di Sarajevo della famosa strage al mercato e di quella di Srebrenica (dove peraltro a essere liquidati fino solo maschi adulti)”.

I maschi adulti furono 8372. Erano adulti nel senso che furono assassinati tutti i maschi tra i 14 e i 65 anni rimasti nell’enclave creata dall’Onu per salvare i civili. Di quegli 8372 civili ogni 11 luglio si celebrano i funerali. Le milizie serbe hanno sparpagliato i loro resti in tante fosse comuni. Di quegli 8000 mila musulmani hanno trovato sepolutra solo 6000 mila. Quelli per cui decine di anatomi patologi sono riusciti, grazie al Dna, a rimettere insieme tutte le ossa, dal cranio ai piedi. Liquidarliin una parentesi è davvero riduttivo.

Ad maiora

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In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla

IL PAESE FRANA. A BARLETTA E NON SOLO. E’ IL MOMENTO DI OCCUPARSI DI INTERCETTAZIONI…

Mentre governo e maggioranza parlamentare che hanno a cuore i destini del paese si occupavano di mettere il bavaglio alla stampa e alla rete, a Milano veniva presentato “Senza pensioni” (Chiarelettere). Nel libro di Walter Passerini e Ignazio Marino si spiega quali impatti le continue revisioni del sistema pensionistico abbiano avuto sulle future pensioni. Ci sono alcune professioni che ai giovani conviene non intraprendere se un lontano giorno non vorranno vivere, anziché con una pensione, con un assegno sociale (oggi di 300 euro). Alla Feltrinelli anche Massimo Fracaro del Corriere ha spiegato come la “bomba previdenziale” rischi davvero di scoppiare, soprattutto con una crescita economica pari a zero.

Mentre in parlamento, anziché dello sviluppo, si pensava alle intercettazioni del presidente, nella sala della presentazione del libro parlava la gente comune, quella che sembra lontana anni luce dal parlamento (ma un tunnel gelminiano spero presto li possa mettere in contatto con i loro eletti). Ragazzi di 23 anni che chiedevano se non era meglio cercare fortuna all’estero. Uomini di 55-60 anni trovatisi senza lavoro e ancora senza pensione, che rinunciano alla macchina e alla televisione nella speranza di riuscire a tirare la fine del mese. Pensionati che non capiscono perché debbano sentirsi in colpa se dopo 35-40 anni di lavoro sono riusciti ad avere l’agognata pensione.

Basta un libro, un dibattito in una libreria, per incontrare il paese vero. A quei lavoratori, pensionati e disoccupati, delle intercettazioni non frega una beata mazza. Quelli vogliono certezze sul futuro di un paese industrializzato.

Un paese assurdo dove delle operaie perdono la vita per quattro euro l’ora. In nero naturalmente.

Oggi il loro addio a Barletta sarà politico-sindacale-simbolico.

Col cuore, saremo tutti lì.

Ad maiora.

MEGLIO L’UOVO OGGI O LA PENSIONE DOMANI?

«Abbiamo salvato le pensioni», ha continuato e continua a ripetere orgoglioso il Cerchio magico leghista. Non è stato e – soprattutto – non sarà un grande affare. Il perché lo potete scoprire nel libro “Senza pensioni” (Chiarelettere) dei colleghi Walter Passerini e Ignazio Marino che domani – 5 ottobre alle 18 – verrà presentato alla Libreria Feltrinelli Duomo di Milano.

Nel volume sono analizzate tutte le riforme pensionistiche che si sono succedute in questi anni. Soprattutto quelle che una pavida classe politica non ha affrontato per impedire la “bomba previdenziale” che scoppierà in faccia alle giovani generazioni. Le ultime pagine del libro sono infatti tabelle dove viene calcolato a quanto ammonteranno le pensioni di chi sta iniziando a lavorare in questi anni o ha iniziato da pochi. Molti di loro faranno la fame, rischiando pensioni al di sotto dell’assegno sociale (oggi di 300 euro). L’invito dei due colleghi è di iniziare a mettere da parte dei soldi per una integrazione privata. Invece di fare mutui per la macchina, forse meglio pensare alla pensione anche se mancano tanti anni.

Anche perché il nostro sistema (che è il 14,1% del Pil, il doppio del resto d’Europa) è sempre a rischio collasso. Ogni crisi aziendale (frequenti in questi anni malgrado lo sciocco ottimismo berlusconiano) fa scattare pre-pensionamenti. Scrive Tito Boeri nell’introduzione al libro: «La ragione per cui  la spesa pensionistica è così alta in Italia è legata al fatto che non abbiamo mai voluto costruire un sistema di protezione sociale con coperture sufficienti contro i rischi che avvengono nel corso della vita lavorativa, usando invece le pensioni come ammortizzatore sociale».

Un ammortizzatore ormai arrugginito a leggere Passerini e Marino: «I paradossi sono molti: oggi sono i giovani atipici e gli immigrati a sostenere l’attivo delle casse previdenziali dell’Inps e a pagare le pensioni degli altri, mentre quando questi stessi andranno in pensione il mondo sarà cambiato e rischieranno l’assegno sociale”. D’altronde siamo un paese guidato da gerontocrati incapaci di pensare al medio periodo: “Né dall’Inps né dagli altri fondi o enti è mai arrivato in questi anni l’allarme che nessun sistema pensionistico, a eccezione di quello contributivo, avrebbe potuto reggere nel tempo senza caricare sulle future generazioni il prezzo di debiti incommensurabili». Il tutto mentre gli under 25 senza lavoro sono quasi il 30%.

A pagare sono sempre i più deboli, come spiegano Passerini e Marino parlando del recente “scippo sulle pensioni delle donne”: «I 4 miliardi risparmiati da qui ai prossimi 10 anni, in seguito all’innalzamento dell’età pensionabile delle dipendenti pubbliche a 65 anni, così come richiesto dall’Europa, avrebbe dovuto finanziare politiche a favore del lavoro delle donne, della conciliazione, degli asili nido, della maternità. Ma così non è stato, perché le voraci vestali della spesa hanno dirottato queste risorse verso altre voci contabili, che per far quadrare i conti con le donne non hanno nulla a che fare».

Che fare allora? Un paese con un minimo di credibilità manderebbe annualmente, come in Svezia, a tutti i cittadini una “busta arancione” nella quale comunicare il probabile calcolo della futura pensione. Il tutto sarebbe dovuto partire anche in Italia, ma come spiega Sergio Luciano il rischio è di «un esercizio tanto deprimente, soprattutto per i lavoratori più giovani, da risultare politicamente indigesto, controproducente, sconsigliabile».

Leggete il libro, fatevi i vostri calcoli da soli. E ricordatevi di tutta questa classe politica alle prossime elezioni.

Ad maiora.

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Walter Passerini e Ignazio Marino

Senza Pensioni

Chiarelettere

Milano, 2011

Pagg.192

Euro: 13,90

VIA LE MANACCE MAFIOSE DALLA CITTA’

Affollata presentazione a Milano del libro di Gianni Barbacetto e Davide Milosa “Le mani sulla città” (Chiarelettere). Del volume abbiamo parlato qualche giorno fa:

IL PROBLEMA DI MILANO NON E’ IL TRAFFICO

L’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘Ndrangheta in cttà è molto approfondita. Andrebbe letta soprattutto da tutti quelle anime belle (o quei furbacchioni) che sostengono che “a Milano non c’è la mafia”.

Milosa, ha ricordato come è stato querelato qualche anno fa quando sosteneva la presenza della ‘Ndrangheta a Buccinasco (poi sono stati tutti arrestati). Mentre Barbacetto ha ammonito la nuova giunta milanese Pisapia sulla prova che non potrà fallire: evitare che le mafie mettano mano alla costruzione (quando e se inizierà) dell’Expo.

Interessanti e istruttivi sono stati gli interventi di due “colonne milanesi” Armando Spataro e Dario Fo.

Inutile che riassuma. Guardate e ascoltare.

Ad maiora.

http://youtu.be/aIDRlXWGEQI

http://youtu.be/xnaF9KJHV2o

http://youtu.be/LapqKYWHerE

http://youtu.be/28CFqGd_T7I