Stati Uniti

Casalinga e prostituta: anche così si sopravvive alla crisi

catherine_deneuve_belle_de_jourRicevo e volentieri pubblico questo nuovo articolo dell’amico e collega Sergio Calabrese.

Ad maiora

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Casalinga e prostituta: anche così si sopravvive alla crisi.

Venezia, settembre 1967. Quasi mezzo secolo fa alla 28esima Mostra internazionale d’arte cinematografica fece scandalo il film del regista spagnolo Luis Bunũel “Belle de Jour”. La pellicola, nonostante le proteste dei parrucconi si aggiudicò, contro ogni previsione, il Leone d’Oro. In seguito il film del regista aragonese divenne uno dei film culto per i cinefili di mezzo mondo. Nelle sale italiane la pellicola arrivò priva di alcune scene, l’onnivora e potente censura nostrana tolse parecchie inquadrature perché diseducative: potevano turbare i sonni ai giovani spettatori.  Buñuel nel film racconta la storia di Séverine- interpretata da una sensuale  Catherine Deneuve- una bellissima donna moglie di un medico dell’alta borghesia parigina, verso il quale non ha nessun tipo di attrazione fisica. Fredda e distaccata con il marito, la stupenda e altezzosa Séverine tutti i pomeriggi cerca conforto e rifugio in una casa d’appuntamenti situata in un’ovattata e discreta residenza parigina degli anni Sessanta dove, attraverso la prostituzione, cerca di affrancarsi da “l’ennui de vivre”, la noia di vivere. Insomma, la borghesissima, raffinata e annoiata madame Séverine, pratica la prostituzione come una sorta di psicanalisi atta a condurla fuori dalle sue fobie e dalla sua frigidità.

Italia, 2012.

In un anonimo appartamentino di una cittadina dell’Italia centrale una giovane donna è sorpresa dalle forze dell’ordine in atteggiamenti che non lasciano dubbi: sarà accusata di sfruttamento della prostituzione. In seguito racconterà di essere stata costretta a vendere il proprio corpo perché disperata e sommersa dai debiti dovuti alla perdita del lavoro. Tutti i suoi familiari, marito disoccupato compreso, erano all’oscuro della sua “attività”. Una storia, quella della casalinga-prostituta, di quotidiana miseria. In questa disgraziata Italia pre-elettorale le cronache ci raccontano che sono molte le donne che si prostituiscono non certo per la noia di vivere come Séverine, la donna del film di Luis Bûnuel, ma per bisogno. Esercitano il mestiere più antico del mondo per sopravvivere. E’ l’altra faccia della crisi che in tutta la sua drammaticità si manifesta anche con questi “eventi” sino a qualche anno fa inimmaginabili. Storie di disperazione estrema che si consumano spesso in silenzio e solitudine. Si prostituiscono operaie, casalinghe, impiegate, laureate. Lo fanno perché hanno perso il lavoro e non sanno più come tirare avanti. Sono donne- molte del ceto medio, anche con figli da crescere- che affondano sempre più nel mare della crisi economica. Negli Stati Uniti si dice che quando il ceto medio soffre tutta la nazione affonda. La middle class, si sa, rappresenta la spina dorsale dell’economia in qualsiasi paese.

Alcune di queste “belle di giorno” raccontano che prima di prostituirsi avevano un tenore di vita decoroso. “Poi, improvvisamente si perde il lavoro e ti crolla il mondo in testa. Certo e non è facile la scelta di mercificare il proprio corpo. Mio marito è convinto che i soldi che guadagno siano il frutto delle mie consulenze”. “Poi ci sono i figli che spesso ti fanno richieste che non puoi soddisfare”, racconta una casalinga/prostituta. “La soluzione estrema è vendere il tuo corpo, anche se si vive nella menzogna. I sensi di colpa sono i nostri compagni quotidiani. Molte ricorrono allo psicanalista perché non riescono ad accettare quello che fanno”. Anche se tutto ciò, per ora, è l’unico modo per mantenere la mia famiglia”. “A volte i clienti ci vedono piangere racconta ancora Francesca (nome fittizio). Una volta uno mi disse: “Preferiresti fare la badante e pulire il sedere ai vecchietti. Magari a seicento euro al mese in nero?”. “Quando i debiti ti annegano e le spese diventano insostenibili, la miseria ti porta a sfruttare le perversioni degli uomini, più che fare la badante, anche se sarebbe più dignitoso. Certo è la via più facile, ma soltanto in apparenza. Non cerco giustificazioni, né alibi morali ma seicento euro il mese non risolvono certo i miei problemi”, racconta ancora la prostituta (per caso) Francesca.

Ecco, dunque, l’altra faccia della depressione economica che non dà scampo. Il fenomemo, dicono le forze dell’ordine, si sta allargando. Da qualche tempo sono parecchie le donne single e maritate che s’improvvisano prostitute. Basta un anonimo appartamentino subaffittato in periferia o in centro, un annuncio sul giornale, arredare ad hoc il luogo di “lavoro” con frustini, unguenti, stimolanti di colore blu, vibratori e il gioco è fatto. Per i clienti non c’è problema. Il lavoro non manca. Sono tanti e insospettabili i “maschietti” che frequentano queste improvvisate case d’appuntamento nell’era della depressione economica. Sono politici, impiegati, imprenditori, funzionari. I clienti si trovano anche attraverso Internet. Basta mettere in rete una foto della “sexy casalinga” in atteggiamenti osé e farsi chiamare a un numero di cellulare che la famiglia della donna non conosce. Di norma lavorano nella pausa pranzo per non destare sospetti. Di giorno si sa, c’è l’alibi del lavoro e i frequentatori non si devono giustificare con le proprie mogli.

Con una montagna d’inconfessabili sensi di colpa, verso sera, la “bella di giorno” torna a casa. Dopo un rosario di bugie, che recita anche a se stessa, la casalinga, prostituta par time, cerca di riappropriarsi del suo ruolo di madre e di moglie. Tenta (ma senza mai riuscirci) di dimenticare tutto ciò che ha vissuto in quei pomeriggi di “lavoro” in quella “casa”. Soprattutto si domanda per quanto tempo ancora sarà costretta a vendere il proprio corpo?

Piaccia o no, caro Bersani, dear professor Monti e Cavalier Berlusconi, questa è l’altra faccia nascosta di una crisi che pare non avere fine, ma voi, indaffarati a occupare in maniera maniacale i salotti televisivi, fate finta di non vedere. Attenzione! Il popolo sovrano, come dite voi, ne ha piene la testa e anche “the balls” delle vostre vuote chiacchiere da Bagaglino.

Datevi una mossa, altrimenti il “popolo” (quello sovrano) vi getterà dentro la pattumiera della storia.

Alé!   

Sergio Calabrese

Le guerre democratiche di Massimo Fini

Non sempre ci si trova d’accordo con quel che scrive Massimo Fini, ma non ci annoia lungo le 289 pagine del volume “La guerra democratica”. Il giornalista, edito da Chiarelettere, ha condensato in unico volume tutti gli articoli che in questi anni ha dedicato all’interventismo militare umanitario degli ultimi anni. Dalla Somalia all’Afghanistan (dove ieri Monti ha annunciato che rimarremo oltre il 2014: bella idea in un periodo di tagli!), passando per l’ex Jugoslavia e Iraq e arrivando fino alla Libia che fu di Gheddafi.

Fini può permettersi di ripubblicare pezzi datati 1991 perché è innegabile in lui una coerenza, non sempre riscontrabile in altri giornalisti (alla incoerenza della politica dedico solo questa parentesi, chi mi legge ci arriva da solo).

Massimo Fini se la prende con l’uso peloso e ipocrita della terminologia umanitaria per contestare le tante troppe guerre che, dalla caduta del Muro, si sono susseguite in Asia e Africa: “Fin dai tempi più antichi la guerra è stata sottoposta a delle formalità e a dei riti precisi di demarcazione, proprio per staccare, senza possibilità di equivoci, il tempo di guerra da quello di pace. E questo perché in guerra diventa legittimo ciò che in pace è invece assolutamente proibito: uccidere. (…) Oggi la guerra la si fa, come sempre, ma non si osa più dichiararla e si preferisce mascherarla ipocritamente, da parte occidentale, sotto nomi diversi: operazione di peacekeeping, interento umanitario eccetera. Oggi noi pretendiamo di fare la guerra, ma chiamandola in altro modo, per il bene di chi bombardiamo”

Una delle lezioni che a volte tengo a Storia in Statale o ai corsi di Geopolitica delle Acli si intitola “Dopo la fine dell’Onu”. Infatti, purtroppo, il carrozzone delle Nazioni Unite è stato sotituito dalla Nato (che avrebbe invece dovuto essere sciolta come il Patto di Varsavia) e dai vari G8, G20, G30, club autoconvocati che decidono le sorti di tutte le nazioni.

Fini è sprezzante verso le azioni militari del mondo occidentale, passato dal peace-keeping al peace-making, addirittura al peace-enforcing.

Ma se la prende anche con le iniziative umanitarie che seguono a ruota quelle militari: “In un certo senso era molto meglio il colonialismo classico perché mantenendo il distacco degli indigeni perlomento consentiva loro di conservare i propri costumi, la propria cultura, la propria anima. Mentre il colonialismo attuale, con la pretesa totalizzante di omologazione a sé, ritenendosi il migliore dei mondi possibili, l’intero esistente e di fare della terra un unico, immenso, mercato, distrugge i popoli con cui viene in contatto, sia in senso economico, perché fingendo di portar loro risorse in realtà gliele rapina, sia in quello, più profondoo, esistenziale, emotivo, psicologico e culturale”.

Nel mirino de “La guerra democratica” ci sono quasi sempre gli Usa e la loro politica estera: “Di un alleato come gli Stati Uniti non so se si può fare a meno, ma si deve fare a meno. Perché non sono degli alleati, ma dei padroni. Perché se è vero che la libertà dell’Europa di ieri è passata – anche – attraverso gli americani, è altrettanto vero che che la libertà dell’Europa oggi si può realizzare solo contro gli americani”.

Fini (come ai suoi tempi Clementina Forleo, in una sentenza che scatenò assurde polemiche) ha sempre differenziato le azioni di terrorismo da quelle di guerriglia, anche quando a esserne vittima sono stati italiani: “L’attacco di Nassiriya non è un atto terroristico, vile e ignobile come ha detto il capo dello Stato e come ripetono tutti i media (terrorismo si ha quando vengono colpiti dei civili inermi), ma di guerriglia che ha preso di mira un obiettivo militare”.

Nel volume si ritrovano anche alcune imprecisioni dettate dalla quotidianità (la produzione afghana di oppio – azzerata dai talebani – sotto Karzai-Usa è l’80% del fabbisogno mondiale in un pagina e il 93% nella pagina successiva; i morti per la strage di Lockerbie furono 270 e non 700 ).
Ho fatto invece un salto sul divano, per un passo su una strage cui ho dedicato molta attenzione professionale (e affettiva): quella di Srebrenica.

Massimo Fini parla delle 650.000 vittime civili dell’intervento “umanitario” in Iraq e traccia un paragone: “Cento volte supriore a quelle dell’assedio di Sarajevo della famosa strage al mercato e di quella di Srebrenica (dove peraltro a essere liquidati fino solo maschi adulti)”.

I maschi adulti furono 8372. Erano adulti nel senso che furono assassinati tutti i maschi tra i 14 e i 65 anni rimasti nell’enclave creata dall’Onu per salvare i civili. Di quegli 8372 civili ogni 11 luglio si celebrano i funerali. Le milizie serbe hanno sparpagliato i loro resti in tante fosse comuni. Di quegli 8000 mila musulmani hanno trovato sepolutra solo 6000 mila. Quelli per cui decine di anatomi patologi sono riusciti, grazie al Dna, a rimettere insieme tutte le ossa, dal cranio ai piedi. Liquidarliin una parentesi è davvero riduttivo.

Ad maiora

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In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla

HAITI, RIPARTIRE DOPO “L’INNOCENZA VIOLATA”

Un libro interessante per chi voglia approfondire quel che è accaduto negli ultimi anni ad Hati (l’isola caraibica è, ahinoi, scomparsa da tutti i media). “Haiti, l’innocenza violata” di Marco Bello e Alessandro Demarchi (Infinito edizioni) si concentra più che sugli aspetti politici sui movimenti sociali presenti sull’isola, movimenti che hanno faticato a diventare centrali nella storia di questo sfortunato Paese.

Sfortunato perché come spiegano i due esperti, questo Stato coraggioso che si è staccato prima di tutti dal giogo colonialista ha pagato cara questa scelta: «Haiti sembra essere povera da sempre. Almeno dalla conquista spagnola del 1492, considerando il concetto occidentale di “povertà” applicabile da quella data. Solo un anno prima, Haiti si era indebitata con banche private francesi per 24 milioni di franchi, rivalutati in 21 miliardi di dollari attuali: tanto la Francia reclamava come indennità per aver perso la sua colonia più redditizia. È l’inizio del suo impoverimento cronico, non solo finanziario. Il debito comprende anche un pagamento in natura, a base di legno pregiato: si continua così il disboscamento dell’isola, già devastata per far posto a piantagioni coloniali. La storia economica di Haiti è subito in salita».

Il volume affronta il ruolo della chiesa nella società haitiana che «a causa dell’assenza endemica dello Stato per quanto riguarda i servizi per la popolazione, la chiesa e i religiosi gestivano (e gestiscono ancora oggi) la maggior parte delle scuole e delle strutture sanitarie». Ma anche e soprattutto degli Stati Uniti che, dal1915 inavanti, mettono il becco (e spesso anche gli scarponi militari) negli affari interni di questo Stato indipendente. Nel 1994 con Clinton che manda i marines: «Non si tratta più di una democrazia popolare, risultato di una lotta di massa, bensì di una democrazia calata dall’alto, ristretta o “sotto tutela”, in quanto controllata da vicino attraverso le Nazioni Unite». E nei mesi post-terremoto con gli aiuti umanitari: «Gli Stati Uniti hanno utilizzato Usaid e l’ong Care come braccio operativo per invadere, attraverso programmi di sviluppo, il mercato haitiano di “american rice”, affossando così la produzione locale».

Proprio sul pessimo servizio degli economisti liberisti sulle finanze haitiane si concentrano molte delle pagine che spiegano (insieme a “corruzione, clientelismo, lotta per le poltrone”, frutto della politica interna che – ad esempio – ai tempi di Duvalier ha contratto l’80% degli attuali debiti) come Haiti sia e resti uno dei Paesi più povero del mondo: «Alla fine del suo regime nel 1986, Baby Doc fugge svuotando le casse dello Stato.  Prontamente interviene in soccorso di Haiti il Fmi, con un prestito di 24,6 milioni di dollari, con la condizione che Haiti riduca le tasse di protezione sul riso (allora al 24 per cento), su altri prodotti agricoli e su alcune industrie. Questa impostazione mirava ad aprire i mercati del Paese alla concorrenza di altre nazioni. Da allora gli agricoltori haitiani non possono competere con i produttori di riso statunitensi, sovvenzionati dal loro governo (il riso, alimento base degli haitiani, è uno dei prodotti più sovvenzionati negli usa). Riso gratuito o a buon mercato continua anche ad arrivare sotto forma di aiuti alimentari. La produzione locale del cereale crolla e decine di migliaia di contadini sono costretti a trasferirsi in città o nella confinante Repubblica Dominicana a cercare lavoro. (…) Molto più recenti, anche gli Accordi di partenariato economico (Ape), sottoscritto con l’Europa nel 2010, prevedono l’apertura dei mercati ai prodotti europei sovvenzionati. Il sisma non ha migliorato la situazione: a causa egli aiuti c’è stata un’invasione straordinaria di riso nordamericano».

Il sisma è chiamato ad Haiti il “momento zero” da cui ricominciare. Ma ripartire con le forze interne perché è inimmaginabile un Paese che viva solo grazie alle sovvenzioni provenienti dall’estero. Anche questa sarà la sfida del nuovo presidente Michel Martelly (insediatosi il 15 maggio). Dopo tante delusioni dalla classe politica, non sarà un caso che gli haitiani abbiano scelto per guidarli un cantante senza alcuna  esperienza politica.

Ad maiora.

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Marco Bello e Alessandro Demarchi

Haiti, l’innocenza violata

Infinito edizioni

Castel Gandolfo (Roma)

Gennaio 2011

Pagg. 171

Euro: 13.

Khodorkovskij condannato. Come chiesto da Putin

La condanna giudiziaria è arrivata solo questa mattina, ma di fatto era stata preceduta da quella politica. E in un Paese dove la separazione dei poteri tarda ancora ad arrivare, il segnale era stato inequivoco: “Io credo che un ladro debba stare in prigione” aveva detto Putin  nella conferenza stampa di fine anno.

L’ex oligarca Mikhail Khodorkovskij e il suo socio Platoon Lebedev sono stati così riconosciuti colpevoli di furto di petrolio, di appropriazione indebita. Di 218 milioni di tonnellate di petrolio. Che avrebbero sottratto tramite la società petrolifera che guidavano, la Yukos.

L’accusa ha chiesto di condannarli a 14 anni di campo di lavoro. I due erano già in cella dal 2003 e sarebbero usciti dal carcere il prossimo anno. Il nuovo processo e la nuova condanna escludono, per il momento, questa ipotesi.

I giornali hanno parlato di un possibile scambio tra Usa e Russia nelle prossime settimane. Da una parte della bilancia ci sarebbe appunto Khodorkovskij. Dall’altra il trafficante d’armi russo Viktor Bout (ex capo del Kgb, estradato negli Stati Uniti malgrado l’opposizione di Mosca che evidentemente teme racconti segreti inconfessabili). Per ora si tratta di voci.

Khodorkovskij passerà anche il Natale ortodosso in cella. La difesa ha annunciato appello alla sentenza (in aula sono stati ammessi solo pochi giornalisti, gli altri sono stati allontanati).

Il magnate è uno dei tanti ex giovani del Komsomol che si è arricchito durante le privatizzazioni selvagge dell’era putiniana. Non è l’unico ad essersi opposto al potere di Putin. Berezovskij, un tempo sodale del presidente Eltsin e grande elettore di Putin, è riparato a Londra da anni e vive circondato dai gorilla. Altri sono fuggiti in Israele o Canada.

Khodorkovskij ha però deciso invece di non abbandonare il Paese, di sfidare Putin, appoggiando l’opposizione. Forse anche di diventare una vittima del sistema. Che lo sta accontentando.

La sua azienda (comprata per pochi soldi, ma trasformata in una società moderna con bilancio trasparente), dopo l’arresto è stata, de facto, nazionalizzata. I suoi asset principali sono stati messi all’asta. Non potendo passarli subito alla superpotenza Gazprom è stata bandita una gara internazionale. Vinta da Eni ed Enel (ai tempi del governo Prodi). Le due aziende statali italiane hanno poi rivenduto (ai tempi dell’attuale governo Berlusconi) quegli asset ai russi.

Ad maiora.

Gli harraga, che partono ad ogni costo

Emiliano Bos, giovane collega che collabora con varie testate, racconta nel suo “In fuga dalla mia terra”, storie di immigrazione che tutti farebbero bene a conoscere. Siamo abituati infatti a vedere la crisi con i nostri occhi, mentre questo piccolo volume edito da Altreconomia ce la mostra vista dai migranti. Scrive Bros: «Se il XXI è già il secolo dei movimenti, la tempesta iniziata il 15 ottobre 2008 col crollo di Lehman Brothers ha spinto molti a rimettersi in cammino, ma questa volta verso casa».

Il senso lo spiega don Virginio Colmegna, nell’introduzione: «Alla casa della Carità, a Milano, abbiamo le “badanti di ritorno”: se muore la persona accudita per tanti anni, loro restano senza lavoro. Questa è la mentalità dell’utilizzo delle persone. Tra i nostri ospiti si è abbassato molto il tetto d’età. I minori stranieri non accompagnati, una volta maggiorenni, diventano illegali con un grande sperpero di investimenti in cura e ospitalità. Non solo, ma questo crea fantasmi senza dignità, fasce di invisibili di fronte ai quali la criminalità organizzata non sta ferma. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che dall’altra parte c’è una grande vitalità sociale che rischia di passare sotto silenzio ed essere risucchiata da un approccio assistenzialista».

Nel libro si racconta di migranti arrivati qui in Occidente dai quattro angoli del mondo. Ma anche di quelli che non sono riusciti a superare il tetto di cristallo, come gli iracheni, fuggiti in Giordania durante la guerra, e che ora non riescono né ad andare ad Ovest, né a tornare indietro: «Qui soffriamo – dice un giovane iracheno – perché costa tanto sopravvivere. Siamo come sospesi tra la vita e la morte». Per loro, scrive Bos, «la Giordania assomiglia a un’immensa sala d’attesa, prima dell’agognata quanto improbabile approdo in Canada, Australia o Stati Uniti».

Mete lontane anche perché la vicina Europa ha eretto un muro che respinge anche quanti avrebbero i requisiti per chiedere l’asilo politico: «”La verità è che i Paesi industrializzati, nel loro insieme, tendono a costituirsi in fortezze contro i flussi migratori incontrollati scatenati dai disastri del secolo”, scriveva pochi anni fa il filosofo Paul Ricoeue. Meccanismi come l’agenzia europea “Frontex” per la protezione delle frontiere esterne sembrano richiamare quelli che l’architetto americano Steven Flutsy, in tutt’altro contesto, definisce interdictory spaces. Spazi di interdizione nelle grandi città, creati con l’obiettivo di “escludere l’alterità”. L’intento di questi spazi, chiosa Zygmunt Bauman, è chiaramente quello di “dividere, segregare, escludere”. Una città-fortino, che al posto del fossato medievale innalza l’equivalente tecnologico delle recinzioni tele-controllate. Un’Europa-fortezza, quasi un “ghetto volontario” che prova a chiudersi, a difendersi dal diverso. E ci sta riuscendo sulle direttrici marittime, dove la politica delle barriere e dei pattugliamenti congiunti ha ridotto drasticamente gli sbarchi a Lampedusa e alle Isole Canarie. Ma su altri fronti, quelli di terra, il limes della roccaforte-Schengen resta un colabrodo».

A leggere altre pagine di Bros viene in mente anche quanto sta succedendo in questi giorni con i frontalieri italiani che qualche partito svizzero dipinge come i topi che rubano il formaggio: «La difesa ideologica di un locus, il simulacro della sicurezza brandito in modo mistificato, l’identità manipolata che diventa esclusione del diverso portano a fenomeni di esasperazione. Come a Rosarno. Eppure, da anni, i migranti, indipendentemente dal loro status legale, si prendono carico di mansioni con le “4D”: dirty, difficult, demaining, dangerous. Lavori sporchi, difficili, umilianti e pericolosi che gli italiani in Calabria (ma anche in provincia di Treviso) o gli spagnoli in Andalusia hanno abbandonato ormai da tempo».

Ora il lavoro manca per tutti e gli italiani si sono rimessi pure a fare la vendemmia, con ricadute molto forti anche sui paesi poveri: «Il crollo delle rimesse dei migranti – ovviamente legato alla crisi economica – ha infatti provocato immediati contraccolpi nei Paesi d’origine. Sia in quelli come la Moldavia, dove il denaro inviato dai migranti, costituisce l’architrave del Pil e nel 2009 è diminuito circa del 10% sia in quelli dell’Africa sub-sahariana, dove i tre quarti delle rimesse provengono da Stati Uniti ed Europa. E così la recessione globale si è subito riverberata su coloro che inviano quote di stipendio ai propri famigliari per puntellare gli equilibri di economie fragili».

Eppure, malgrado la crisi, i respingimenti, i ritorni a casa, molti provano comunque a imbarcarsi in questa rischiosa avventura. Perché si ostinano a partire, si chiede l’autore? «Si chiamano “mixed migrations”, migrazioni miste, proprio per il cocktail di risposte a questa domanda. Forse perché – un motivo su tutti – la differenza tra la speranza di vita nei Paesi considerati “ricchi” è mediamente di 23 anni superiore rispetto ai Paesi poveri o in via di sviluppo. Anzi, guardando all’abisso di squilibri tra i due emisferi e in particolare tra alcune periferie del mondo e il “centro città planetario”, ci si dovrebbe chiedere perché siano così pochi quelli che lasciano i loro Paesi». E prosegue: «Il folle volo di questi moderni eroi omerici verso l’Europa – in direzione opposta a quella di Ulisse – “non è solo questione economica ma dipende anche da una forte volontà di cambiamento”, afferma il sociologo Abdullaye Niang di Sant-Louis. Malgrado l’alto numero di rimpatri forzati, sostiene, “molti sono recidivi”. Cioè riprova e sarai più fortunato. Nuova colletta famigliare e nuovo azzardo sull’Oceano, cercando un’altra vita nel Vecchio continente.».

In Algeria i ragazzi che non si arrendono, che partono anche se vengono rimbalzati o rimpatriati, hanno un nome: harraga, coloro che fuggono o che partono a qualsiasi costo.

Ad maiora

Emiliano Bros

In fuga dalla mia terra

Altreconomia

Milano, 2010

13 euro