Africa

Dalla Libia in fuga decine di migliaia di lavoratori cinesi

Ci sono delle notizie che raccontano più di altre la globalizzazione. E chi la stia cavalcando.

Quando scoppiano rivolte in regimi come quello libico, ogni Paese cerca di fare rientrare i propri connazionali in madrepatria.

In queste ore (ma anche nelle prossime, se gli aggiornamenti sull’omicidio di Sarah Scazzi non distrarranno l’attenzione) vedremo nei telegiornali, centinaia di italiani che fanno ritorno a casa. Quanti sono i nostri connazionali nel Paese di Gheddafi? 1.500. Pochi. Ma non dimentichiamo che da lì tanti vennero cacciati, dall’oggi al domani, dopo la rivoluzione verde.

E quanti europei lavoravano in Libia prima che protesta dilagasse e fosse repressa con i bombardamenti?

Per ora, i tedeschi rientrati sono 300. Gli spagnoli 220. I numeri cominciano a diventare consistenti con i turchi che in Libia erano più di duemila. 250 sono rientrati ieri da Alessandria d’Egitto, dopo aver varcato la frontiera libica in pullman.

Nella lontana Corea del Sud torneranno i 1.400 sudcoreani che lavoravano per le aziende di Seoul (presenti in Libia fin dal 1978).

Ma il numero che lasci basito chiunque non abbia capito quanto Pechino si sia immessa nei gangli vitali dell’economia africana, riguarda proprio il numero di cinesi che si sta cercando di far rimpatriare: 30.000. 30mila persone vuole dire più abitanti di quanti e faccia la città di Isernia.

Non a caso, in questi giorni, negli ospedali libici, sono numerosi i cittadini di origine cinese rimasti feriti negli scontri. La Cina, che ha aperto un’unità di crisi, sta mandando in zona aerei, una nave cargo e alcune navi da crociera per cercare di mettere in salvo le decine di migliaia di connazionali.

Gli investimenti cinesi troveranno nuovi sbocchi in altri Paesi del continente nero.

Ad maiora.

Haiti, rompiamolo davvero il silenzio!

Prima di partire per le trasferte, abitualmente, leggo dei libri che mi preparino su ciò che sto andando a seguire. Solitamente, di ritorno, considero il volume superato. Non è stato così per il libricino della collega Lucia Capuzzi “Haiti, il silenzio infranto” (Marietti).

Gli spunti che mi ha fornito sono stati importanti prima di arrivare. Ma le suggestioni che mi ha lasciato sono valide anche ora che sono tornato.

Il libro parte dall’analisi del terremoto spiegando che ci sono stati 25.000 mila molti per ogni milione di abitanti: il tutto – a differenza dello tsunami asiatico che ha colpito diverse nazioni – concentrato in un solo Stato. E i danni provocati dal sisma sono difficilmente paragonabili a quel che accade nel resto del mondo: gli 8.8 gradi Richter del terremoto che il 27 febbraio ha colpito il Cile ha provocato 500 vittime; i 7 gradi Richter del sisma che devasta Haiti uccide almeno 220/250 mila persone.

Ma quel terremoto (definito dalle Nazioni Unite “una delle peggiori catastrofi mai accadute”) «ha polverizzato un Paese già da tempo vicino al crollo». Degrado sociale: «Già prima del sisma, la nazione aveva una percentuale di violenze sessuali drammaticamente alta: oltre il 30%, tre donne su dieci. La metà era minorenne». Condizioni igieniche pietose: «I rifiuti che intasano gli scoli fognari con i disperati che raccolgono il liquido lurido per bere o lavarsi: molto prima del terremoto, l’acqua corrente era un lusso per pochi ricchi, il 5% della popolazione». Al resto della popolazione pensano le organizzazioni internazionali. Anche se – unica pecca – nel libro si scrive, imprudentemente, che «per fortuna l’epidemia di colera tanto temuta non c’è stata».

Situazione economica disastrosa: 7 milioni di disoccupati su una popolazione di 10 milioni di persone. Eppure, scrive la Capuzzi, «non è che non esistono ricchi ad Haiti. C’è un 5% della popolazione che vive nel lusso. In ville con piscina e campi da tennis. Ma nemmeno loro, una volta varcato il recinto elettrificato, sfuggono al degrado che opprime l’isola».

Lucia Capuzzi descrive dettagliatamente del lavoro delle ong più attive come Avsi che stanno lavorando da un lato contro la deforestazione (è rimasto integro solo l’1,5% del patrimonio boschivo) e dall’altro per dare un futuro all’isola, rilanciando l’agricoltura (l’isola al momento non è autosufficiente e deve importare prodotti agricoli); o della mitica suor Marcella di cui ho parlato a più riprese (e che Lucia dice: «Se il mondo saprà muoversi bene, il terremoto sarà un’occasione di rinascita per Haiti, altrimenti sarà una catastrofe perché il poco che c’era è stato spazzato via”»).

Le parti che mi sono rimaste più impresse sono quelle legate all’isola degli spiriti, ossia ai riti vudù, che hanno largo seguito ad Haiti. Scrive Lucia: «Per i vuduisti, Dio ha creato il mondo per poi disinteressarsene. La divinità è lontana e inaccessibile. A fare da tramite con l’aldilà sono, invece i loa , ovvero gli spiriti degli antenati, della natura. (…) Secondo la tradizione, la rivolta definitiva contro i coloni francesi iniziò durante un rito vudù nella radura di Bois Cayman, nel nord dell’isola, il 14 agosto 1791. (…) È stato Aristide, ex sacerdote e capo di Stato dall’inizio degli anni Novanta al 2004, a trasformare la “religione oscura” – secondo il pregiudizio dei coloni europei sconfitti dagli schiavisti viduisti – in fede ufficiale di Haiti, insieme al cristianesimo».

E l’essenza nera del Paese ha avuto un suo ruolo anche dopo il terremoto: «Rito e formalismo sono una vera ossessione per i vuduisti. In quest’ottica si spiega la veemente opposizione dell’Autorità Suprema del vudù, Max Beauvoir, alle “sepolture rapide” dei cadaveri organizzate dal governo Preval dopo il terremoto. Le centinaia di migliaia di cadaveri sparsi per le strade, fra le macerie, dovevano essere, in qualche modo “sistemati”. Data l’impossibilità di svolgere funerali di massa, l’esecutivo ha dato ordine che venissero interrati in fosse comuni. Lo “smaltimento” – come è stato definito nei comunicati del governo – è andato avanti per giorni. Tutti i rappresentanti delle principali confessioni non si sono opposti, data l’urgenza. Tranne il “capo” della religione vudù, in cui il rito funebre è uno dei cardini della tradizione. Solo grazie a questo, lo spirito del defunto riesce a staccarsi dal corpo e dalla famiglia, per andare nell’aldilà. In caso contrario, può restare “agganciato” ai suoi cari e trascinarli con sé, prima del tempo, nel mondo dei morti. Il culto prevede che il funerale duri nove giorni. Nemmeno la legittima energenza – secondo Beauvoir – avrebbe autorizzato i fedeli a contravvenire alla regola».

Mi hanno anche raccontato che nei giorni successivi al sisma qualcuno sia andato nei cimiteri a disseppellire gli ultimi cadaveri inumati, temendo che le scosse telluriche fossero una sorta di vendetta per una sepoltura anticipata.

Insomma, una serie di informazioni in grado di far pensare. Come le parole che la Capuzzi usa nelle ultime pagine del suo bel libro: «Haiti è un frammento d’Africa intrappolato nei Caraibi. Un insegnante haitiano mi ha detto, una volta, che il fascino dell’isola risiede proprio nella sua essenza primordiale : “Si viene ad Haiti per vedere come era la terra alle origini, prima che la civiltà la addomesticasse”. La “perla nera” – o meglio quel che ne resta – è molto più che selvaggia. È primitiva. Questo suo incanto è la sua maledizione. Ogni cosa è estrema, intensa, quasi violenta: dai colori del mare e dei fiori agli impulsi degli uomini. Non c’è via di mezzo ad Haiti. Baraccopoli o ville extra lusso. Schiavitù o licenza sconfinata. Dittatura o anarchia. E ogni estremo non è che “la metà segreta” di quello opposto. Viaggiare nell’isola è una vertigine continua. La pendenza qui, non è solo un tratto del paesaggio. È la dimensione stessa del Paese».

Lucia Capuzzi, Haiti, il silenzio infranto, Marietti, Genova/Milano, 2010 Euro 13.00 (con diritti d’autore devoluti a varie ong).

Ad maiora

Ps. Mi rendo conto, dal flusso di contatti sul sito, che gli argomenti che tratto in questi giorni interessano meno del bunga bunga o dello sconsciuto deputato dell’Idv fiducioso. Ma il mondo va avanti a prescindere dai voti del Parlamento italiano. O forse va indietro. “La situazione sull’isola peggiora sempre piu’, siamo gia’ arrivati a 2100 morti e si parla di 400 mila contagi e 200 mila morti se l’epidemia continuerà senza che si riesca a fermarla”. Dice padre Antonio Menego’n, Camilliano, Responsabile della Missione Camilliana ad Haiti.

Infrangiamolo davvero quel silenzio di cui parla Lucia Capuzzi.

Haiti in emergenza continua, ma c’è chi non si ferma

Partiamo dalla fine del nostro viaggio, della nostra trasferta ad Haiti, organizzata per realizzare uno speciale Tg1, per un Tv7 (dovrebbe andare in onda venerdì 8 novembre, ma siamo ancora in fase di montaggio).

La prima delle tappe del nostro – lungo – rientro in Italia è l’isola di Guadalupa. Lasciamo l’aeroporto un po’ terremotato e vecchiotto di Port-au-Prince (dedicato a Louverture, leader della lotta di indipendenza) e atterriamo in quello luminoso e nuovo di Point-à-Pitre, capoluogo di quest’isola caraibica che e’ territorio d’oltremare della Francia.
Anche qui tanti neri, figli di quelle centinaia di migliaia di schiavi che gli imperi coloniali rapirono in Africa e deportarono qui, per coltivare canna da zucchero e cacao.
Ma qui a differenza di Haiti le strade sono belle, ci sono i turisti e si percepisce una certa ricchezza. Qui non ci fu la rivolta degli schiavi e gli abitanti divennero cittadini francesi già nel 1816.
Chi si ribellò agli imperialisti francesi, come gli haitiani (indipendenti dal lontanissimo 1804) vive ora nella miseria, schiantato prima da dittatori doc e flagellato poi da cicloni, terremoto e ora persino dal colera.
Coloro che duecento e passa anni fa accettarono la vita da schiavi e non buttarono i coloni a mare oggi invece viaggiano con un passaporto Schengen in tasca (anche se pure lì non mancano i problemi economici, visti i massicci scioperi che hanno scosso l’isola un anno fa). Sono cittadini di uno dei paesi del G8.
Lo schiavo silente rappresenta dunque il modello vincente? Non credo.

Nei dieci giorni nei quali abbiamo seguito i cooperanti di Avsi in giro per Haiti, abbiamo percepito un’isola sfortunata ma orgogliosa, caotica ma viva, ribelle ma educata. È un posto complicato dove vivere. Ma lasciarlo non è facile. La mente anche a 5000 chilometri di distanza continua ad andare là.

Il perché non è facile spiegarlo. Ma racconto un episodio forse secondario, ma a mio avviso indicativo. Da queste parti c’è miseria (quasi ovunque: ci sono i ricconi anche qui, ma vivono sulle colline che dominano la capitale, circondate da guardie del corpo armate e pronte a sparare a ogni rumore), si cammina  spesso tra i rifiuti e – sempre – su strade dissestate, si fa lo slalom tra cani e maiali. Eppure sono tutti vestiti in modo elegante: chi ha i soldi per comprarsi un abito, ha cura di quel che indossa. Si cercano di mantenere scarpe e automobili pulite, anche se l’avversario fango è difficile da sconfiggere.


Nelle scuole che Avsi costruisce sull’isola, i bambini indossano divise pulite e stirate. E le mamme passano le ore a sistemare i fiocchetti coloratissimi sulle teste delle loro figlie. Sia di quelle che godono del sostengono a distanza della generosità italiana sia di quante hanno i genitori che devono uccidere il maiale per pagare la retta scolastica. E non è un modo di dire, non è un’espressione figurata.

Da questa enorme dignità bisogna partire, se si vuole vedere al di là dello sfracello che ti si presenta dietro ogni angolo della caotica Port-au-Prince, che ti fa stringere il cuore davanti a bambini nudi che fanno la cacca all’aperto, in mezzo ai rifiuti.

E bisogna prima di tutto fare affidamento sui giovani, sulle prossime generazioni per immaginare il futuro di Haiti.

L’isola caraibica (in realtà è solo metà dell’isola di Hispaniola: dall’altra parte del confine c’è la più fortunata Repubblica Dominicana) passa da una disgrazia all’altra, da un’emergenza all’altra, da un codice rosso a un codice giallo e viceversa senza soluzione di continuità.

Nel 2008 furono quattro cicloni, uno dietro l’altro, a devastare Haiti. Poi nel gennaio di quest’anno il terremoto che ha raso al suolo moltissimi palazzi (presidenza, ministeri e cattedrale su tutti) e ha fatto strage di 250 mila persone. Da qualche settimana, come se non fosse bastato questo uno-due, è arrivato anche il vibrione del colera che, sull’isola, mancava da decine di anni.

Per questo, chi lavora per sostenere Haiti deve continuamente parametrare il proprio intervento in base all’ultima emergenza.

In questo periodo, ad esempio, per spiegare come evitare il contagio, il local staff di Avsi sta insegnando ai bambini in che modo lavarsi le mani correttamente.
Una volta educati loro, saranno poi i primi a rimproverare mamma e papà se non si puliscono a dovere. Anche se le condizioni igieniche non aiutano. Baracche con lamiere arrugginite, senza acqua potabile, senza energia elettrica. E se il terremoto ha abbattuto anche questi umili giacigli, non rimangono che le tende, ormai consunte da dieci mesi di sole caraibico.
Uscendo da una delle tendopoli più degradate, fuori dal terribile quartiere di Cité Soleil (comune della capitale haitiana che sorge tra l’aeroporto e il mare, invaso da quintali di rifiuti e milioni di topi, base delle bande armate haitiane più pericolose, dove Avsi ha numerosi centri costruiti e in costruzione) ho chiesto a Fiammetta Cappellini: come fai a sopportare tutto questo ogni giorno? Come riesci a lasciare questi bambini nel fango senza piangere tutte le lacrime del mondo. E la responsabile della Fondazione Avsi ad Haiti mi ha risposto: basta non pensarci, basta continuare a lavorare.
Mentiva.
Fiammetta ci pensa ogni giorno a quei disperati, ogni ora, ogni momento.
Abbraccia suo figlio Alessandro e suo marito Fritz, ma il cellulare vibra sul tavolo in continuazione. E lei ha una parola per tutti, risolve qualunque problema si ponga (e vi assicuro che se ne pongono più di quanti si possa immaginare, perché spesso alla furia della natura si aggiunge la stupidità umana, creando un mix davvero micidiale).
Senza di lei, senza quel che fanno i cooperanti e quanti lavorano per l’Avsi (come per Msf o la Croce rossa e tutte le organizzazioni che operano da queste parti), senza il sostegno dei tanti che li aiutano da lontano – dall’Italia e non solo – Haiti sarebbe sicuramente un posto peggiore.
L’isola degli schiavi ribelli ha ancora bisogno di aiuto. Quei bimbi eleganti, dopo terremoti e tragedie varie, saranno il futuro di questo Paese. Un futuro che passerà per l’istruzione e per l’agricoltura. Per rendere, almeno da questo punto di vista, Haiti indipendente non solo a livello politico, ma anche materiale. Per tornare a trovare prodotti haitiani e non soltanto stranieri nei supermercati dell’isola. Per evitare che ogni pioggia porti, sulle dissestate strade di Haiti, un fiume di sassi e fango.
Anche questo e’ un progetto su cui sta lavorando Avsi. Nel sud dell’isola a Les Cayes, dove la povertà è resa più sopportabile dall’avere campi e non pattume intorno alle (povere) case.

A differenza della Guadalupa, Haiti non è un posto dove passare le vacanze. Ma se avete del tempo libero e qualche competenza tecnica, andate laggiù a dare una mano. E se la cosa risulta impossibile, aiutateli da qui.

Perché come dice il premio Nobel per la Pace Desmon Tutu: «L’apatia di fronte ai sistematici abusi dei diritti umani è immorale. Delle due una: o sostieni la giustizia e la libertà oppure l’ingiustizia e la schiavitù».

Ad maiora.

Vita ad Haiti: restare senza valigia

Mesi addietro avevo scritto del film di Clooney, della valigia del viaggiatore. Dei pesi che ci portiamo inutilmente e che ci rallentano il cammino.

Forse per farmi provare di prima persona come vivere in assenza di pesi, quasi come in assenza di gravità, il fato ha deciso di mettermi alla prova qui ad Haiti.

Il posto è già dei meno semplici. Mi ricorda – lo dicevo ieri sera a Fiammetta Cappellini, responsabile di Avsi qui sull’isola caraibica – un po’ il sud dell’Eritrea durante la guerra con l’Etiopia. Ma là appunto c’era la guerra. Qui la crisi sembra quasi endemica. E il colera potrebbe ulteriormente aggravare una situazione che definire complicata non rende ancora l’idea.

La mia vecchia valigia verde, morbida, con le sue maniglie d’ordinanza e una cinghia per portarla a tracolla era stata con me anche in Africa, a quei tempi (mi pare 1999 o 2000).

In questi giorni ha visto l’aeroporto della capitale francese, quello di un pezzo di terra francese nei caraibi (Guadalupe) per essere lanciata su un carrello trasportatore nell’aeroporto di Port au Prince (dedicato a Toussaint Louverture, eroe dell’indipendenza haitiana: qui quasi tutte le cose importanti sono dedicate a lui).

Da lì è stata lanciata su un cassone telonato di un pick-up. Ma non è arrivata con me alla meta.

Sarà scivolata via in aeroporto o magari lungo il tragitto l’avrà afferrata qualche mano. Ora sarà a casa di qualcuno. O magari i vestiti sono finiti in qualche mercatino.

Sicuramente dove sono servono più che a me che ho una casa in muratura, non guadagno un dollaro al giorno, non ho avuto il terremoto e posso lavarmi i denti nel lavandino senza temere di prendermi il colera.

In qualche modo ci si veste (gli amici qui ti aiutano) e alla fine ci si rende conto che si può viaggiare anche senza portarsi troppa roba. Soprattutto in posti come questi dove il caldo è soffocante, sia di giorno che di notte.

Il computer si è salvato e ora è qui con me. Non basta per vestirsi, ma grazie alla tecnologia ti permette di rimanere in contatto con parenti e amici.

E non è poco.

Ad maiora.

Gli harraga, che partono ad ogni costo

Emiliano Bos, giovane collega che collabora con varie testate, racconta nel suo “In fuga dalla mia terra”, storie di immigrazione che tutti farebbero bene a conoscere. Siamo abituati infatti a vedere la crisi con i nostri occhi, mentre questo piccolo volume edito da Altreconomia ce la mostra vista dai migranti. Scrive Bros: «Se il XXI è già il secolo dei movimenti, la tempesta iniziata il 15 ottobre 2008 col crollo di Lehman Brothers ha spinto molti a rimettersi in cammino, ma questa volta verso casa».

Il senso lo spiega don Virginio Colmegna, nell’introduzione: «Alla casa della Carità, a Milano, abbiamo le “badanti di ritorno”: se muore la persona accudita per tanti anni, loro restano senza lavoro. Questa è la mentalità dell’utilizzo delle persone. Tra i nostri ospiti si è abbassato molto il tetto d’età. I minori stranieri non accompagnati, una volta maggiorenni, diventano illegali con un grande sperpero di investimenti in cura e ospitalità. Non solo, ma questo crea fantasmi senza dignità, fasce di invisibili di fronte ai quali la criminalità organizzata non sta ferma. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che dall’altra parte c’è una grande vitalità sociale che rischia di passare sotto silenzio ed essere risucchiata da un approccio assistenzialista».

Nel libro si racconta di migranti arrivati qui in Occidente dai quattro angoli del mondo. Ma anche di quelli che non sono riusciti a superare il tetto di cristallo, come gli iracheni, fuggiti in Giordania durante la guerra, e che ora non riescono né ad andare ad Ovest, né a tornare indietro: «Qui soffriamo – dice un giovane iracheno – perché costa tanto sopravvivere. Siamo come sospesi tra la vita e la morte». Per loro, scrive Bos, «la Giordania assomiglia a un’immensa sala d’attesa, prima dell’agognata quanto improbabile approdo in Canada, Australia o Stati Uniti».

Mete lontane anche perché la vicina Europa ha eretto un muro che respinge anche quanti avrebbero i requisiti per chiedere l’asilo politico: «”La verità è che i Paesi industrializzati, nel loro insieme, tendono a costituirsi in fortezze contro i flussi migratori incontrollati scatenati dai disastri del secolo”, scriveva pochi anni fa il filosofo Paul Ricoeue. Meccanismi come l’agenzia europea “Frontex” per la protezione delle frontiere esterne sembrano richiamare quelli che l’architetto americano Steven Flutsy, in tutt’altro contesto, definisce interdictory spaces. Spazi di interdizione nelle grandi città, creati con l’obiettivo di “escludere l’alterità”. L’intento di questi spazi, chiosa Zygmunt Bauman, è chiaramente quello di “dividere, segregare, escludere”. Una città-fortino, che al posto del fossato medievale innalza l’equivalente tecnologico delle recinzioni tele-controllate. Un’Europa-fortezza, quasi un “ghetto volontario” che prova a chiudersi, a difendersi dal diverso. E ci sta riuscendo sulle direttrici marittime, dove la politica delle barriere e dei pattugliamenti congiunti ha ridotto drasticamente gli sbarchi a Lampedusa e alle Isole Canarie. Ma su altri fronti, quelli di terra, il limes della roccaforte-Schengen resta un colabrodo».

A leggere altre pagine di Bros viene in mente anche quanto sta succedendo in questi giorni con i frontalieri italiani che qualche partito svizzero dipinge come i topi che rubano il formaggio: «La difesa ideologica di un locus, il simulacro della sicurezza brandito in modo mistificato, l’identità manipolata che diventa esclusione del diverso portano a fenomeni di esasperazione. Come a Rosarno. Eppure, da anni, i migranti, indipendentemente dal loro status legale, si prendono carico di mansioni con le “4D”: dirty, difficult, demaining, dangerous. Lavori sporchi, difficili, umilianti e pericolosi che gli italiani in Calabria (ma anche in provincia di Treviso) o gli spagnoli in Andalusia hanno abbandonato ormai da tempo».

Ora il lavoro manca per tutti e gli italiani si sono rimessi pure a fare la vendemmia, con ricadute molto forti anche sui paesi poveri: «Il crollo delle rimesse dei migranti – ovviamente legato alla crisi economica – ha infatti provocato immediati contraccolpi nei Paesi d’origine. Sia in quelli come la Moldavia, dove il denaro inviato dai migranti, costituisce l’architrave del Pil e nel 2009 è diminuito circa del 10% sia in quelli dell’Africa sub-sahariana, dove i tre quarti delle rimesse provengono da Stati Uniti ed Europa. E così la recessione globale si è subito riverberata su coloro che inviano quote di stipendio ai propri famigliari per puntellare gli equilibri di economie fragili».

Eppure, malgrado la crisi, i respingimenti, i ritorni a casa, molti provano comunque a imbarcarsi in questa rischiosa avventura. Perché si ostinano a partire, si chiede l’autore? «Si chiamano “mixed migrations”, migrazioni miste, proprio per il cocktail di risposte a questa domanda. Forse perché – un motivo su tutti – la differenza tra la speranza di vita nei Paesi considerati “ricchi” è mediamente di 23 anni superiore rispetto ai Paesi poveri o in via di sviluppo. Anzi, guardando all’abisso di squilibri tra i due emisferi e in particolare tra alcune periferie del mondo e il “centro città planetario”, ci si dovrebbe chiedere perché siano così pochi quelli che lasciano i loro Paesi». E prosegue: «Il folle volo di questi moderni eroi omerici verso l’Europa – in direzione opposta a quella di Ulisse – “non è solo questione economica ma dipende anche da una forte volontà di cambiamento”, afferma il sociologo Abdullaye Niang di Sant-Louis. Malgrado l’alto numero di rimpatri forzati, sostiene, “molti sono recidivi”. Cioè riprova e sarai più fortunato. Nuova colletta famigliare e nuovo azzardo sull’Oceano, cercando un’altra vita nel Vecchio continente.».

In Algeria i ragazzi che non si arrendono, che partono anche se vengono rimbalzati o rimpatriati, hanno un nome: harraga, coloro che fuggono o che partono a qualsiasi costo.

Ad maiora

Emiliano Bros

In fuga dalla mia terra

Altreconomia

Milano, 2010

13 euro