Nel corso del viaggio di turismo responsabile per le elezioni politiche in Russia, Annaviva ha avuto la possibilità di vedere la prima proiezione pubblica a Mosca di “A Bitter Taste of Freedom”.
Questo il video che realizzammo al termine della pellicola, con la standing ovation che – a un giorno dal voto – segnava un deciso cambio di passo verso il putinismo:
Quella che segue è invece la recensione scritta da Irene Mossa di questo bel film.
Annaviva tornerà a Mosca per le presidenziali di marzo.
Ad maiora.
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A BITTER TASTE OF FREEDOM
Nel dicembre 2011, in un cinema di Mosca, ho assistito, con le altre persone del gruppo di Annaviva, a un documentario, “A bitter taste of freedom” (“Il gusto amaro della libertà”, 2011, di Marina Goldovskaya) su Anna Politkovskaja. Era in russo, e purtroppo non era sottotitolato. Eppure, nonostante non abbia capito una parola, mi sono accorta che di fronte a quello che comunicavano le immagini, i volti, le espressioni, i sorrisi, e, anche, le lacrime… le parole non erano poi così importanti.
Avevo visto altri documentari su Anna, che avevo apprezzato molto, dove si parlava di lei come giornalista, e si approfondivano le vicende di cui scriveva, dalle sue accuse durissime a Putin e all’esercito russo, alla guerra in Cecenia, all’attacco terroristico al Teatro Dubrovka. Documentari in cui emergeva subito il suo coraggio, la sua integrità e determinazione, la sua compassione, e il ricordo indelebile che aveva lasciato nelle persone, tantissime, che aveva aiutato.
Questo invece era il primo documentario dove si raccontava non solo la giornalista, ma anche la donna. E così c’era, da quel che ho potuto capire, sua madre, che mostrava gli album di foto, con le immagini di Anna bambina; sua sorella, che parlava di lei; e molte foto, di quando era giovane, e appena sposata, nonché riprese, fatte con una telecamera amatoriale, della sua vita familiare negli anni ’90, quando i suoi figli erano piccoli. E poi tante riprese di Anna in momenti quotidiani, con i suoi figli, mentre racconta qualcosa di divertente, sorride, e ride spensieratamente; nella sua casa, in compagnia dei suoi gatti, e di un pappagallo; mentre porta fuori il suo cane, il paurosissimo e affettuosissimo Van Gogh, e lui le salta addosso e la vuole baciare, e lei ride, davvero di cuore.
È stata una sorpresa inaspettata, che mi ha commossa, conoscere non solo la giornalista, seria, determinata, instancabile nel combattere le ingiustizie, ma l’intimità della donna. Non un’icona, un’eroina, ma una donna vera, anche se dotata sicuramente di un coraggio eccezionale. Dolorosamente consapevole, e profondamente coinvolta, nelle ingiustizie, nelle vicende terribili che racconta, ma al tempo stesso non severa, o triste, o rassegnata, o sola, come a volte l’avevo immaginata, come pensavo potesse essere, comprensibilmente, confrontandosi ogni giorno con storie terribili, di dolore e di morte. No, in quelle immagini si avverte invece, nonostante tutto, tutta la grande forza di Anna. Una forza che percorre tutto il documentario, e che si sente ancora di più in tanti momenti in cui Anna ride, e scherza, rivelandosi una donna tenera, allegra e appassionata, con un gran senso dell’umorismo, piena d’amore e di vita.
Poi, riflettendo, ho pensato che non poteva essere che così, che una donna che per la verità, e per la libertà, è stata capace di dare la sua vita, non poteva che amarla allo stesso tempo moltissimo, e saperla vivere pienamente. E che in fondo questo significa dare davvero un senso alla propria esistenza, che va oltre la morte.
Ecco, oltre al lungo, toccante applauso finale, in cui tutti ci siamo alzati in piedi, condividendo la nostra emozione, il dono più prezioso di questo documentario per me è stato farmi sentire, ancora una volta, e con maggiore chiarezza e intensità, che le persone come Anna non muoiono, e che, davvero, Anna è viva, oggi più che mai.
Irene Mossa
