
Avevo già seguito una tesi su Piazza Fontana, ovviamente nei suoi aspetti mediatici, non giudiziari. Era dedicata a come era cambiata, grazie alla coscienza civile e alla tv, la percezione della strage del 12 dicembre.
Questa di Matteo Pedrazzini, in discussione alla Statale di Milano, affronta il delicato tema da un’altra prospettiva: quella dei quotidiani nei giorni immediatamente seguenti la bomba (comprendendo quindi anche la cosiddetta diciannovesima vittima, Pino Pinelli). Un’analisi lucida e originale che mostra le due facce del giornalismo nostrano che quella vicenda pose plasticamente sulla stessa scena: quelli disposti a bersi tutto ciò che dice il potere contro coloro che non si fidano, che verificano anche le notizie che sembrano scritte sulle Tavole della Legge.
Senza questi ultimi, Valpreda sarebbe forse morto in cella.
Ad maiora
Università degli studi di Milano
“Una vera tragedia italiana”, come le tv hanno raccontato il caso Ilva di Taranto (tesi)

La tesi di Domenico D’Alessandro tratta un tema diventato di stretta attualità in questi giorni, grazie alla malaugurata telefonata (intercettata) del governatore pugliese a uno dei collaboratori di Riva. L’elaborato (in discussione oggi alla Statale) di Milano è stato scritto mesi fa, ma tratta anche l’episodio al centro della richiesta di dimissioni per Nichi Vendola (scena per la quale è difficile trovare spunti di ilarità).
La tesi “Una vera tragedia italiana: come le tv hanno raccontato l’Ilva di Taranto” non si occupa dell’inquinamento di Taranto, ma di come è stato riportato dalle tv sia locali (come quella del giovane cronista cui fu strappato il microfono perché chiedeva conto dei tumori) sia nazionali.
Alcune emittenti locali sono state forse troppo silenti, vittime anch’esse dell’odioso ricatto occupazionale (lavoro/morte).
Quelle nazionali, troppo assenti in generale. Salvo encomiabili eccezioni, come quella delle Iene, che ha dato di fatto il là all’inchiesta, ma anche di Malpelo e del Tg1 che con Tv7 ha martellato costantemente sul tema salute.
Una tesi accurata e ben scritta da uno studente di origini tarantine, capace dii indagare (anche grazie a una serie di originali interviste ai protagonisti dei media) su una pagina ancora aperta della nostra storia.
Ad maiora
Videopolitik: il potere dell’apparire (tesi)

Tesi interessante e originale quella di Vincenzo Di Riso che analizza il tema del corpo del capo e approfondisce la propaganda del regime putiniano. Rispetto a quella sovietica è altrettanto pervasiva ma certo più astuta, finendo per far credere agli elettori russi che la loro sia una libera scelta.
In realtà il martellamento mediatico lascia un uomo solo sulla scena, il presidente Putin, le cui campagne elettorali (o meglio quelle del suo partito Russia Unita) spesso accostano messaggi politici con richiami sessuali. Segnali tribali, di facile lettura, che uniscono il paese dietro l’unico leader. La tesi (Videopolitik: il potere dell’apparire) presentata in questi giorni alla Statale di Milano, analizza proprio questo tipo di propaganda televisiva.
Ad maiora
L’immagine di Milano, dagli anni ’50 ai giorni nostri (tesi)

La tesi di Claudia Vaghi, in discussione oggi, all’Università degli studi di Milano si occupa della “immagine di Milano”, ossia del trattamento mediatico della città lombarda, dagli anni ’50 ai giorni nostri.
Lo studio si svolge su tre piani. Si inizia con quello cinematografico, per capire – anche in base alle location scelte in città – quale immagine sia stata impressa sulle pellicole del cinema, dal neorealismo fino a Checco Zalone.
Il secondo piano è quello pubblicitario. La città ha ereditato per almeno un decennio la sua immagine da uno spot: quello del Ramazzotti e della città da bere.
Infine i più tradizionali tg, quelli della Rai in questa analisi. Dove la Vaghi ha mostrato come, anche in questo caso, la città abbia spesso una immagine distorta, frutto dell’attenzione spasmodica per i grandi eventi (Prima della Scala, Settimana della Moda e – immaginiamo – a breve Expo) a scapito di una quotidianità che spesso è tutt’altro.
Ad maiora
L’occhio della videosorveglianza: come le telecamere di controllo hanno cambiato la nostra percezione visiva (tesi)

La tesi magistrale di Camilla Ramazzotti (discussa in questi giorni in Festa del perdono) va a toccare uno dei temi cardini del corso sulla videocrazia che tengo alla Statale di Milano. Denota da un lato la rilevanza e la forza delle immagini. Dall’altra una penetrazione ormai massiva che ha compromesso definitivamente il diritto alla privacy.
La nostra, come sottolinea la Ramazzotti, è una società sorvegliata. E il pensiero non può andare a 1984, ritardato solo di pochi lustri.
Il tutto ha comunque anche qualche risvolto positivo. Soprattutto nelle inchieste giudiziarie. Nella tesi vengono riportati una serie di casi nei quali l’immagine ha avuto un peso rilevante per le indagini. Come per la morte di Franco Mastrogiovanni in un reparto di psichiatria del salernitano. O per gli spari contro il consigliere comunale torinese Alberto Musy. O ancora per l’attentato di Brindisi in cui ha perso la vita Melissa Bassi, che qualche giorno fa ha portato alla condanna di Giovanni Vantaggiato proprio per le riprese delle telecamere di un chiosco.
Insomma, anche il modo di fare indagini sta cambiando. Gli stessi investigatori d’altronde, per incastrare educatrici violente, non hanno strumento migliore che piazzare una telecamera nascosta in classe.
Ad maiora