Ramzan Kadyrov

In Cecenia torna la guerra

George Bush passerà agli annali per aver festeggiato (su una portaerei a stelle e strisce) la vittoria di una guerra – quella irakena – che non è ancora finita. Mission Accomplished, diceva l’assurdo striscione.

Qualche mese fa il Cremlino ha dichiarato conclusa l’operazione antiterrorimo, ossia la seconda guerra cecena, scatenata anche per favorire la maggiore visibilità possibile per l’allora sconosciuto candidato Vladimir Putin.

Da quando anche la missione russa è stata compiuta, in Cecenia (ma anche in Daghestan  e in Inguscezia) è successo di tutto.

Fino ad arrivare oggi a un assalto al parlamento ceceno, a Grozny, nella capitale, con morti e momentanea presa ostaggi. 13 persone sono rimaste ferite, mentre 4 agenti di sicurezza sono stati uccisi nell’attacco.

L’escalation di violenza d’altronde era nell’aria. Qualche settimana fa i ribelli ceceno avevano attaccato il villaggio natale del presidente Kadyrov, l’ex comandante dei gruppi paramilitari scelto da Putin per gestire il paese col pugno di ferro e il guanto di velluto, finanziato dai soldi russi.

Proprio Ramzan Kadyrov ha imbracciato il kalashnikov e ha guidando l’assalto contro i ribelli. Ribelli che devono venire da chissà dove, visto che alle ultime elezioni, Russia Unita, il partito di Putin e Medvedev, in questa repubblica “indipendente” ha raccolto il 99,9% dei voti.

I miliziani, che erano 4 o 5, sono stati uccisi, anzi “liquidati” come sono soliti dire le forze di sicurezza russe.

Li staneremo fin dentro i cessi, prometteva Putin. Ma nella pentola a pressione caucasica, di terroristi ne nascono – purtroppo – ogni giorno.

Ad maiora.

Putin manganella, Kadyrov liquida i terroristi

“Bisogna ottenere l’autorizzazione delle autorità locali. L’avete? Allora, manifestate. Non l’avete? Allora non ne avete il diritto. Se comunque ci andare, ricevete colpi di manganello sulla testa”. Così stamane Vladimir Putin sulle colonne del quotidiano Kommersant (a firma di uno dei suoi biografi Andrei Koleshnikov, il cui fratello è portavoce del Cremlino).

Un’intervista con la quale l’uomo forte della Russia dice di essere molto interessato a candidarsi alle presidenziali (che Medvedev voglia o meno) e de facto minaccia le opposizioni che domani (31 agosto) manifesteranno a Mosca e San Pietroburgo per ricordare che l’articolo 31 della Costituzione russa prevede la libertà di manifestazione. La Libia (che non è una repubblica ma un “regime delle masse”), Paese del quale l’Italia è ufficialmente “amico”, ha fatto di più: sono vietati i partiti politici e i sindacati ed è stato abolito il diritto di sciopero. Il diritto applicato è quello coranico.

Nelle zone più islamiche della Federazione russa continuano intanto gli scontri. Ieri vi avevamo raccontato dell’attacco dei guerriglieri ceceni al villaggio natale del presidente Kadyrov, Centoroj. Ebbene la reazione delle milizie del giovane leader ceceno e putiniano non si sono fatte attendere: 14 combattenti uccisi e cinque poliziotti rimasti a terra nello scontro (17 gli agenti feriti). Kadyrov, un tempo leader dei gruppi paramilitari, ha guidato personalmente la caccia ai terroristi.

Kadyrov in mimetica e medaglie

Ancora combattimenti in Caucaso

Cinque civili sono morti questa mattina durante un attacco dei guerriglieri contro il villaggio del presidente ceceno Ramzan Kadyrov, Centoroj. Le forze di sicurezza del governo di Groznij (realmente ingenti) stanno dando la caccia ai terroristi nei boschi intorno al paese natale del giovane uomo che Putin e Medvedev hanno messo e lasciato alla guida della repubblica caucasica. Scriveva di quel villaggio Anna Politkovskaja: «A Centoroj la legge non vale. Così ha deciso Putin: le leggi degli altri non valgono per Ramzan, a cui tutto è permesso e che ha metodi suoi per combattere i terroristi. Di fatto Ramzan non combatte un bel niente: ruba e ricatta e lo fa passare per “lotta al terrorismo”. E di fatto la capitale della Cecenia si è trasferita nella tenuta di Ramzan a Centoroj. Lì si presentano – a omaggiare lui e la sua faccia da idiota degenerato – tutti i funzionari del paese».

Per ricordare l’omicidio della Politkovskaja (che domani avrebbe compiuto 52 anni) e di Natalia Estemirova (altra giornalista uccisa, un anno fa, da sconosciuti) qualche giorno fa i militanti di Amnesty International stavano distribuendo volantini prima del concerto degli U2 a Mosca. Cinque di loro sono stati arrestati dalla polizia russa (e rilasciati dopo qualche ora di cella) perché privi delle necessarie autorizzazioni. Amnesty ha replicato che erano stati presi accordi con lo staff del gruppo musicale.

Nel Caucaso intanto la situazione rimane esplosiva. Venerdì in Kabardino-Balkarija (considerata una delle repubbliche più tranquille della zona) nove guerriglieri sono stati uccisi dalle forze di sicurezza. In Daghestan, in uno scontro a fuoco, hanno perso la vita due poliziotti e cinque presunti terroristi. Avrebbero fatto parte del gruppo di Magomedali Vagabov, considerato il mandante dell’attentato alla metropolitana di Mosca che ad aprile ha provocato 40 morti e decine di feriti. Vagabov è stato ucciso in Daghestan qualche giorno fa.

Sono 30 i sospetti terroristi uccisi dall’inizio di agosto nel Caucaso russo.