Libertà, di stampa

Le motivazioni con cui ieri il Comune di Somaglia mi ha assegnato il premio giornalistico dedicato a Mario Borsa mi hanno lasciato piacevolmente stupito.

L’amministrazione locale ha individuato in me un giornalista che come il grande direttore del Corriere (quindi in sedicesimi, anzi in sessantaquattresimi, e sto già esagerando) ha le radici ben solide nel territorio e le fronde molto alte, in grado di toccare la politica estera. Un paragone che mi onora anche se è ovviamente segno dei tempi che il premio sia finito a uno come me. In fondo, oltre a tenere la schiena dritta in tutti questi difficili anni, non ho fatto altro di particolare.

L’attività per onorare la memoria di Anna Politkovskaja (che mi hanno portato, solo per citare l’ultimo, recente esempio, a parlare al bellissimo Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia) sono iniziate un po’ per caso. E se godo di un’immagine positiva il merito è solo della grande giornalista russa. Io sono solo come una sorta di “discepolo” che cerca di far sì che il suo modo di lavorare non sia dimenticato.

Cercherò di far lo stesso, nel mio piccolo, con Mario Borsa, grandissimo giornalista italiano non abbastanza conosciuto, nemmeno dai colleghi.

Sulla libertà di stampa, negli anni Venti, scriveva parole la cui eco risuona forte in questi giorni nei quali il Parlamento si appresta a mettere il bavaglio alla libertà di stampa. Scriveva Borsa nel libro (messo all’indice dal fascismo) “La Libertà di stampa”: «La libertà di stampa è tutto: è inutile parlare di libertà di coscienza, di libertà di riunione, di guarentigie costituzionali, di istituzioni parlamentari, di indipendenza della magistratura, di purezza dell’amministrazione pubblica, se non si mette a base di tutto ciò la libertà di stampa, cioè la libertà di pensare, di scrivere, di controllare, di criticare, di correggere, di consigliare e, occorrendo, di denunciare. Se il pubblico italiano non fosse politicamente quello che è, lo dovremmo vedere nelle piazze a protestare, insieme con i giornalisti e più dei giornalisti, contro questi attentati alla libertà di stampa».

Parole drammaticamente moderne.

Buon 25 aprile a tutti.

La credibilità del giornalismo

E’ questione di fiducia. Il titolo del panel di questa mattina al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia era da solo un programma di un corso di giornalismo.
A parlarne uno dei “guru” dell’informazione online, quel Luca Sofri che prima col suo blog e ora col nuovo sito http://www.post.it , ha ampiamente conquistato la credibilità del pubblico.
Sofri ha ribadito la sua fiducia nella figura ideale del deejay che da un lato fa una selezione, dall’altro stabilisce un livello di complicità e interscambio col suo pubblico. La trasposizione giornalistica che ha portato a mo’ di esempio e’ quella dell’Internazionale, uno dei pochi giornali italiani ad avere un suo pubblico di fedelissimi.
Sofri si e’ soffermato invece sulla disaffezione di molti lettori verso i quotidiani, che non sentono più come loro. In primis perché (impermeabili alle critiche) non formano una comunita’ con chi li legge. E poi per la trascuratezza con cui sono fatti. Personalmente sono due aspetti che mi fanno spesso risparmiare la spesa dell’euro o dell’euro e mezzo, quando non vado in redazione (dove ho la mazzetta).
Dal mio punto di vista, per le mie esigenze personali, il mix informativo e’ fatto di Internet, tv e libri. E mi e’ – vista l’offerta sul mercato – sufficiente.
Sofri parla di credibilità dei giornalisti, una merce sempre più rara in commercio ma nella quale, vista la massa di giovani giornalisti presenti a Perugia, io continuo a nutrire speranza (altrimenti non insegnerei alla Statale di Milano).
I colleghi stranieri presenti al dibattito hanno criticato il “sarebbe journalism” italiano e su questo come dargli torto. Mentre Mark Glaser, direttore di Mediashift, ha spiegato come la credibilità dei blog su Internet sia data dall’incrocio di link. Ognuno garantisce l’altro. Massima forma di libertà e di condivisione in questo nuovo mondo, in questa nuova comunita’ della quale facciamo parte.
Ora vado a Somaglia a ritirare il Premio Mario Borsa.
A dopo e ad maiora.

La democrazia arancione (di Matteo Cazzulani)

Chi come me ha il privilegio di fare il giornalista  dà una valutazione dei paesi dove è mandato a seguire gli avvenimenti anche in base a sensazioni personali. È forse un modo superficiale di agire, di capire quel che accade. Perché in base a quelle valutazioni, di pelle, impostiamo poi i nostri reportage, i nostri racconti.

Personalmente mi affido alle sensazioni, alla percezione che ho della mia stessa libertà di azione. A Kiev da molti anni ho l’impressione di essere in un paese libero. A Mosca e a Minsk no. In queste capitali ex sovietiche si ha ancora la sensazione di essere in libertà non perché sia un tuo diritto, ma perché le autorità non hanno deciso il contrario.

In una delle notti elettorali me ne stavo tornando tranquillamente al mio appartamento. Attraversavo in solitaria il Majdan, la piazza della Rivoluzione arancione (dei cui valori questo libro è intriso). Alle orecchie la musica dell’immancabile Iphone. Guanti e cappello per la temperatura abbondantemente sotto lo zero. Qualcuno mi picchietta sulla spalla e sobbalzo perché Lady Gaga  a tutto volume mi stava isolando dall’ovattata notte di Kiev. Era un poliziotto che mi chiedeva i documenti. Giovanissimo, aria burbera. Si accontentava di sfogliare velocemente il mio passaporto prima di farmi proseguire il cammino. Di fronte alla dichiarazione che ero un giornalista, aveva abbassato le difese. In altri luoghi mi sarei ben guardato da raccontare la mia professione. In Ucraina invece non percepisco questo pericolo. Qui, come racconta a più riprese Matteo Cazzulani in questa interessante analisi di storia ucraina (ed europea) i giornalisti di opposizione, nel recente passato, sono stati decapitati. E non in senso metaforico.

Eppure ora il clima è cambiato. Chiunque vinca le elezioni. La rivoluzione arancione, che i tromboni di tutta la vecchia Europa, danno per sconfitta, ha portato un vento di libertà che al momento non sembra possibile fermare. Certo, quella piazza che attraversavo la sera del voto era desolatamente vuota. La gente che cinque anni fa la riempiva è rimasta a casa a guardarsi i risultati. Il disincanto verso la politica è stato fortissimo in questo bellissimo paese nel quale, nel 2004, un milione di persone è sceso in piazza per dire sì alla democrazia e no ai brogli, alla corruzione, al potere di pochi. La marea arancione ha portato la democrazia, l’alternanza al governo. Ma non ha cambiato l’oligarchia del paese, che rimane drammaticamente nelle mani di un nucleo ristretto di potenti.

I leader politici della rivoluzione hanno fallito. Non sono stati capaci di governare assieme. Hanno consegnato il paese ai filorussi che avevano sconfitto, in piazza e nelle urne, cinque anni prima. Il perché lo spiega Cazzulani, esperto e appassionato come me di questo mondo che si trova oltre il Muro di Schengen. Gli ucraini si sentono europei, anzi, sono europei. Eppure a Bruxelles nessuno li considera come tali. Qualche giorno fa ho sentito con le mie orecchie l’ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ipotizzare un futuro ingresso della Russia nell’Unione europea, escludendo invece una possibile adesione ucraina. Misteri della politica fatta coi gasdotti anziché col cuore.

L’Europa ha chiuso la porta in faccia a Kiev. Mentre Mosca è riuscita a far tornare questa nazione sorella (gli amici, recitava una vecchia barzelletta sovietica si scelgono, i fratelli no) nella sua area di influenza. Lo ha fatto col ricatto energetico. Ricatto del quale noi europei siamo stati non solo partecipi, ma addirittura complici. Germania e Italia hanno lavorato fianco a fianco con la Russia per togliere di mezzo gli ucraini, mettendo le basi per futuri gasdotti: così nel futuro non passerà più sul territorio ucraino il flusso di gas diretto alle nostre case.  La colpa di Kiev? Non accettare che il prezzo del gas russo lievitasse in base alla sua scelta di campo occidentale.  Ma nell’Europa ufficiale (dove si decantano le radici cristiane del continente) nessuno vuole questi ucraini che pure della storia del Vecchio Continente hanno cercato di far parte, malgrado Zar e Pcus.

Cazzulani in questo libro spiega bene questi anni tormentati della politica ucraina. L’instabilità che leggerete è dettata anche dal fatto che questa è una terra di confine tra due mondi contrapposti. Vi potrà sembrare complicata. Ma è sicuramente più interessante e più libera che la politica russa, dove è tornato de facto il monopartitismo.

Chiudo queste mie poche riflessioni introduttive con un altro racconto personale, questa volta ambientato a Mosca. Manifestazione non autorizzata dell’opposizione per rivendicare l’applicazione dell’articolo 31 della Costituzione russa che dovrebbe tutelare il diritto a riunirsi e manifestare liberamente il proprio pensiero. In piazza Triumphalnaja arriva Lyudmilla Alaxeyeva,dissidente 82 enne (che di lì a poco avrebbe ricevuto il premio Sakharov del parlamento europeo e sarebbe stata arrestata nel corso di un altro presidio vietato). Mi avvicino. Un collega russo mi fa presente che non posso intervistarla senza un apposito tesserino di riconoscimento. Indietreggio. Si avvicina un altro giornalista. Nego a questo punto di essere un collega e mi spaccio per turista italiano. Mi invita allora a spostarmi perché sta per succedere qualcosa. Due uomini sollevano un missile di cartone col quale invitano tutti a lottare per la libertà di espressione. Tempo due sono circondati dalle forze speciali, caricati ed arrestati. Insieme a loro, assisto al fermo di altri ragazzi che semplicemente cantano o esprimono il loro pensiero innalzando cartelli.

Torno in albergo, contento di essere libero. Accendo la tv. Guardo il principale tg, Prviy Canal. Degli arresti non si parla. Della manifestazione non autorizzata e repressa dagli Omon nemmeno. Chi non era fisicamente presente non sa che cosa sia successo. L’opposizione è cancellata. Resa invisibile.

Per questo continuo a sognare che un giorno sventoli, anche solo per breve tempo, qualche bandiera arancione sulla Piazza Rossa.

Ad maiora

L’amore, Dania, Putin e la neve

Le guerre in Cecenia, il destino di tre donne, quello di un intero popolo e le violazioni dei diritti umani nella nuova Russia sono raccontate in DANIA E LA NEVE, un libro-denuncia in cui si respira tutta la scrittura di Anna Politkovskaja. “Il romanzo di Ceresa parla di assassinii di giornaliste. Di stupri e omicidi a sfondo razziale. Parla di abusi. Parla di violenze insensate. Parla di guerre senza regole. È un film dell’orrore. Ma purtroppo non c’è niente di inventato”, scrive nella sua introduzione al volume l’inviato Rai Andrea Riscassi.

L’Infinito edizioni ne ha parlato con Massimo Ceresa, l’autore di questo libro bello e intenso.

 

Massimo, “Dania e la neve” vuole sensibilizzare sulla cosiddetta “questione cecena”, rammentando che ancora oggi in Cecenia è in corso una guerra e che a perderla, invariabilmente, sono sempre i civili, gli innocenti… “Dania e la neve” è innanzi tutto un libro d’amore o, meglio, un romanzo di amori o, meglio ancora, di amori spezzati. Perché l’amore che è il sentimento più naturale e del quale nessun uomo può fare a meno, non può crescere laddove c’è una guerra. Non solo. Quello che i russi devono capire è che anche il loro amore e i loro affetti, da un giorno all’altro possono venire spezzati. Si pensi ai tragici fatti del Teatro Dubrovka, in pieno centro a Mosca, dove sono morti a causa della follia di terroristi ceceni e del cinismo dell’FSB e di Putin 200 persone. Per non parlare degli effetti collaterali più visibili: i morti sul campo e dalla parte dei ceceni e da quella dei russi, sia militari che guerriglieri che civili. Senza parlare degli orrendi crimini di guerra: rapimenti, torture, stupri ai danni ancora dei civili. E poi gli effetti collaterali meno visibili. Ad esempio il fatto che per l’ultima guerra cecena siano stati scelti soldati che non avevano la madre, in modo che non potesse esserci nessuno che li cercasse!

E perché non parlare di quella che Elena Dundovich di Memorial Italia chiama la “sotto-violenza di ritorno”? Ovvero il fatto che questi soldati russi, smobilitati a migliaia e poi fatti tornare a casa, ormai in guerra erano talmente abituati a gestire la vita degli altri senza nessun criterio o rispetto, che si rendono ancora protagonisti di episodi di violenza nelle stesse città in cui rientrano: c’è quindi il problema enorme del loro reintegro nella società russa. In più, con le due guerre cecene, si è creato il mito dello “straniero ceceno”, per cui i russi considerano i ceceni una categoria di serie zeta, e li ostracizzano. I bambini ceceni che vivono nella repubblica russa e vanno nelle scuole russe di Mosca o di San Pietroburgo, per esempio, sono emarginati e anche gli adulti che vivono là hanno difficoltà a trovare lavoro.

A che punto siamo oggi? Oggi, dopo che Mosca ha dichiarato la fine delle operazioni anti-terroristiche nella repubblica cecena (Mosca si è ben guardata da chiamare il secondo intervento in Cecenia “seconda guerra cecena”: la politica occidentale aveva già insegnato al mondo come mascherare operazioni neocoloniali sotto l’artificio della guerra al terrorismo!), la situazione a Grozny è apparentemente più rosea. Nella capitale cecena si assiste a una ricostruzione imponente, rigogliosa, ma che nasconde la grande foresta di corruzione (a imprenditori coreani è stata imposta una tangente del 50% sul piano di investimento), di soprusi e oltraggio dei diritti civili: nell’estate del 2009, ad esempio c’è stata una escalation di violenza rivolta contro semplici (sic!) volontari: è stata rapita e uccisa la giornalista e attivista di Memorial Natalia Estemirova; e la stessa sorte è toccata a Zarema Sadulaeva, presidente dell’associazione “Salviamo la generazione” e suo marito: sono stati barbaramente trucidati a Grozny l’11 agosto 2009. Zarema era un’attivista umanitaria e lavorava in partenariato con “Mondo in cammino” con lo scopo comune di aiutare le fasce più disagiate di bambini vittime delle due guerre russo-cecene. In Cecenia, per dirla con le parole dell’amico Massimo Bonfatti, presidente di “Mondo in cammino”, non è solo rischioso dire la verità, ma anche il contrapporre la prospettiva di una rinascita civile (il confronto, la speranza, la conoscenza di altri mondi) alla “normalizzazione” governativa. La sensazione, anche dai racconti degli amici che di recente sono stati a Grozny, è che tra la gente ci sia una gran voglia di semplice normalità; voglia di passeggiare senza l’incubo delle bombe o di un cecchino. Oggi la via principale invita a passeggiare: l’atmosfera non ha nulla da invidiare ad altre capitali europee. La ricostruzione ha reso Grozny bella, intrigante. Se c’è il sole, è un’esplosione di voglia di vita e di colori. Ma lontano dal centro risuonano ancora gli echi di spari o di sporadici attentati…

I proventi derivanti dai diritti d’autore di questo libro sono interamente devoluti all’Associazione AnnaViva – www.annaviva.com

L’intervista è disponibile sul sito della Infinito edizioni (www.infinitoedizioni.it)

Mosca, parla Khodorkovskij

Michail Khodorkovskij, l’ex magnate del petrolio, uno dei russi più ricchi fino a che si è opposto al regime putiniano, ha parlato oggi al secondo processo istruito a Mosca contro di lui. Il magnate, condannato a otto anni di carcere per evasione fiscale, è intervenuto a sua difesa.

L’attuale processo è per appropriazione indebita. Per la procura russa sarebbero 25 i miliardi di dollari che il magnate avrebbe sottratto all’azienda da lui guidata, la Yukos (sbranata da aziende statale russe, con la complicità anche di società parapubbliche italiane).

Khodorkovskij nell’udienza odierna si è difeso respingendo tutte le accuse, anche in modo teatrale. Colui che si può considerare un “prigioniero politico” (visto che altri oligarchi, amici dei potenti russi, continuano a fare il bello e cattivo tempo) ha definito le accuse ai suoi danni “idiote”, “assurde” e “selvagge”. L’ex magnate ha parlato di schizofrenia giudiziaria” con accuse molteplici, contro di lui che, a suo avviso, “si escludono a vicenda”. Khodorkovsky ha ricordato al giudice che il petrolio greggio è un liquido nero che può essere versato da un contenitore all’altro. Egli ha aggiunto che, mentre i diritti di proprietà non possono essere versati da un contenitore all’altro, possono essere trasferiti ai sensi di un contratto. Per questo ha fatto collocare al suo avvocato due barattoli contendenti entrambi liquido nero. Tra lo stupore di corte e pubblico, ha invitato il suo legale a vendergli la proprietà del petrolio, scambiando il diritto di proprietà con una cambiale dal valore di un rublo. I vasi sono rimasti sul tavolo. Khodorkovskij ha informato la Corte che, mentre i diritti di proprietà aveva cambiato le mani, il petrolio greggio è rimasto sul tavolo nel barattolo. Il giudice ha ordinato i vasetti di essere rimossi dal tribunale, dicendo che non ha trovato nulla di divertente nell’avere “liquido infiammabile” in un’aula di tribunale con una sola uscita. Khodorkovskij ha detto alla corte che ha cercato attraverso questo semplice esempio di dimostrare l’assurdità delle accuse.

Se condannato, Khodorkovkij rischia altri 22 anni di carcere.

Ad maiora