Romano Prodi

Ferrante e la cravatta nei pantaloni

Quando ho rivisto quella cravatta dentro i pantaloni ho avuto un flash back.
Già ai tempi in cui era prefetto di Milano, Bruno Ferrante, sempre elegantissimo, aveva però quel vizio.
Che non si tolse nemmeno durante la fallimentare campagna elettorale con cui sfidò (per il centro sinistra) Letizia Moratti nella corsa a Palazzo Marino (verrà ricordato per due frasi memorabili: “I padroni non sfilano insieme agli operai” e “mia moglie sa stare al suo posto, sempre un passo indietro al suo uomo”).
Poi l’incarico governativo (nella breve stagione dell’ultimo governo Prodi) come commissario anti-corruzione. Poi il salto verso l’economia “privata” con il passaggio all’Impregilo nel settore rifiuti.
Da luglio guida il gruppo Ilva, nella delicata fase di arresto dei vertici e di rischio chiusura dell’impianto di Taranto per inquinamento ambientale.
Ferrante è così tornato sui giornali.
La sua icona rimane con quella cravatta che non si muove libera.
Su Facebook c’è anche un gruppo per quanti (anzi, gli anziani) che si infilano la cravatta dietro la cintura:
http://it-it.facebook.com/pages/Anziani-con-la-cravatta-nei-pantaloni/116438511710493
Ad maiora

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Parole nuove per la politica

Parole nuove per la politica: un libro anche per capire il nuovo vento a Milano

Un libro che è importante leggere anche per capire chi è Maria Grazia Guida, da poco nominata vice sindaco di Milano. E per riflettere su ciò che ha rappresentato e rappresenta per la capitale morale la Casa della carità, che è qualcosa di più di un luogo dove vengono accolti migranti senza casa.

“Parole nuove per la politica” è un volume del Saggiatore curato da don Virginio Comegna e Maria Grazia Guida. Sintetizza una serie di incontri che si sono svolti a Sasso di Maremma nei quali sono stati posti al centro dell’attenzione cinque parole: fraternità, riconciliazione, gratuità, generatività (ossia quando un individuo estende le proprie preoccupazioni anche ad altri) e Costituzione.

Dei numerosi saggi pubblicati, quello di Romano Prodi dedicato alla società globale è decisamente il più scontato e inutile (anche se il più pubblicizzato).

Sono invece importanti, anche in vista di una comprensione della nuova amministrazione comunale milanese, le parole di don Colmegna che scrive: «Il “non abbiate paura” di ispirazione evangelica qui diventa principio politico che libera dalla paura». Una riflessione simile a quella fatta da Giovanni Bianchi nel volume: «La gestione della paura è un elemento della modernità e dello Stato moderno. Non è un virus approdato sulle cose italiane con i barconi dei disperati che attraversano il Canale di Sicilia». La frase su “è finita la politica della paura” è tra le prima che ha pronunciato anche la Guida una volta presentata come vice di Pisapia.

Il neo-vicesindaco, nel suo contributo al libro, offre una riflessione sulla cosa pubblica: «Il vero governo della polis non abita più nell’amministrazione della casa pubblica, il Comune, ma è il prodotto dell’intreccio di una pluralità di interessi finanziari. Il suolo non è più indivisibile patrimonio collettivo della comunità insediata, ma un asset finanziario di prima grandezza». Riflessione alla quale contrappone questa nuova visione, sulla quale immagino imposterà la sua esperienza amministrativa: «Siamo tutti un po’ azionisti della città, se possediamo almeno un alloggio, ma il nostro contributo alla costruzione della città stessa rischia di essere simile a quello che un piccolo risparmiatore può avere sulle scelte di una grande compagnia».

Tra le riflessioni più interessanti (fatto che stupirà chi mi conosce) ho trovato quelle di Massimo Toschi su Caino e Abele. L’assessore alla Cooperazione internazionale della Regione Toscana ci pone davanti al quesito: «Ciascuno deve decidere se vuole essere il guardiano del fratello o l’omicida del fratello, là dove la fraternità si rovescia in violenza». Per fare una risposta davvero interessante (che merita di essere letta per intero) e che questa frase, in parte riassume: «Se Caino fosse rimasto dentro la macchina della violenza che tutto stritola – Caino uccide e poi viene ucciso – questo brano non ci avrebbe interessato. Ma Dio dice che anche chi uccide, il carnefice, è nostro fratello, è sotto il segno di Dio e da lui protetto. Dio non ha protetto Abele ma ha protetto Caino. Se viene protetto, egli, nella conversione radicale, ha la possibilità di diventare Abele. Tutti possono diventare Abele perché su Caino c’è il segno di Dio».

Insomma un libro da leggere perché spiega anche su quale nuove parole politiche si basi il nuovo vento che spira a Milano, Napoli e ora – con questi clamorosi risultati referendari – anche nel resto del Paese.

Ricordandosi quel che scriveva Benedetto Croce e che nel libro è più volte ripetuto: «La politica è l’unica professione senza una specifica formazione. I risultati sono di conseguenza».

Ad maiora.

Parole nuove per la politica

A cura di don Virginio Colmegna e Maria Grazia Guida

Il Saggiatore

Milano, 2010

Pagg. 14

Euro: 16

Prodi, l’Europa, gli sbarchi e don Colmegna

A sentir parlare don Colmegna e Prodi, non si riesce a distinguere chi dei due abbia più tono politico o curiale. L’ex presidente del Consiglio era a Milano per presentare il libro “Parole nuove per la politica”, curato da don Virginio insieme a Maria Grazia Guida, direttrice della Casa della Carità.

In una sala dell’Umanitaria decisamente troppo stretta, Prodi ha affrontato tematiche di politica internazionale, dopo la fine dell’unipolarismo americano, sottolineando come di fronte ai problemi crescenti che si affacciano al mondo (acqua, materie prime, immigrazione), manchi un arbitro, l’Onu. Lo si capirà bene tra qualche mese, quando si materializzerà la divisione del Sudan.

L’ex primo ministro ha criticato pure l’assenza dell’Unione europea, che i governi nazionali hanno sacrificato in nome della corsa al sondaggio, della politica dell’oggi anziché rivolta al futuro. Sugli sbarchi di queste ore, Prodi ha detto al nostro governo che “improvvisamente chiede aiuto all’Europa dopo averla a lungo considerata un impedimento”.

La parola è passata a don Colmegna che ha invitato il volontariato ad abbandonare la posizione di mera testimonianza e di “pensare alla politica”. Anche lui ha criticato la “politica delle dichiarazioni” e ha sorriso su quella milanese che “per venti case ai rom ha riunito ministri, prefetti, sindaci e politici a tutti i livelli”.

Poi la chiusa sugli “stili di vita che costruiscono consensi”. D’altronde il libro presentato parla di etica e politica.

Ad maiora.

La democrazia arancione (di Matteo Cazzulani)

Chi come me ha il privilegio di fare il giornalista  dà una valutazione dei paesi dove è mandato a seguire gli avvenimenti anche in base a sensazioni personali. È forse un modo superficiale di agire, di capire quel che accade. Perché in base a quelle valutazioni, di pelle, impostiamo poi i nostri reportage, i nostri racconti.

Personalmente mi affido alle sensazioni, alla percezione che ho della mia stessa libertà di azione. A Kiev da molti anni ho l’impressione di essere in un paese libero. A Mosca e a Minsk no. In queste capitali ex sovietiche si ha ancora la sensazione di essere in libertà non perché sia un tuo diritto, ma perché le autorità non hanno deciso il contrario.

In una delle notti elettorali me ne stavo tornando tranquillamente al mio appartamento. Attraversavo in solitaria il Majdan, la piazza della Rivoluzione arancione (dei cui valori questo libro è intriso). Alle orecchie la musica dell’immancabile Iphone. Guanti e cappello per la temperatura abbondantemente sotto lo zero. Qualcuno mi picchietta sulla spalla e sobbalzo perché Lady Gaga  a tutto volume mi stava isolando dall’ovattata notte di Kiev. Era un poliziotto che mi chiedeva i documenti. Giovanissimo, aria burbera. Si accontentava di sfogliare velocemente il mio passaporto prima di farmi proseguire il cammino. Di fronte alla dichiarazione che ero un giornalista, aveva abbassato le difese. In altri luoghi mi sarei ben guardato da raccontare la mia professione. In Ucraina invece non percepisco questo pericolo. Qui, come racconta a più riprese Matteo Cazzulani in questa interessante analisi di storia ucraina (ed europea) i giornalisti di opposizione, nel recente passato, sono stati decapitati. E non in senso metaforico.

Eppure ora il clima è cambiato. Chiunque vinca le elezioni. La rivoluzione arancione, che i tromboni di tutta la vecchia Europa, danno per sconfitta, ha portato un vento di libertà che al momento non sembra possibile fermare. Certo, quella piazza che attraversavo la sera del voto era desolatamente vuota. La gente che cinque anni fa la riempiva è rimasta a casa a guardarsi i risultati. Il disincanto verso la politica è stato fortissimo in questo bellissimo paese nel quale, nel 2004, un milione di persone è sceso in piazza per dire sì alla democrazia e no ai brogli, alla corruzione, al potere di pochi. La marea arancione ha portato la democrazia, l’alternanza al governo. Ma non ha cambiato l’oligarchia del paese, che rimane drammaticamente nelle mani di un nucleo ristretto di potenti.

I leader politici della rivoluzione hanno fallito. Non sono stati capaci di governare assieme. Hanno consegnato il paese ai filorussi che avevano sconfitto, in piazza e nelle urne, cinque anni prima. Il perché lo spiega Cazzulani, esperto e appassionato come me di questo mondo che si trova oltre il Muro di Schengen. Gli ucraini si sentono europei, anzi, sono europei. Eppure a Bruxelles nessuno li considera come tali. Qualche giorno fa ho sentito con le mie orecchie l’ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ipotizzare un futuro ingresso della Russia nell’Unione europea, escludendo invece una possibile adesione ucraina. Misteri della politica fatta coi gasdotti anziché col cuore.

L’Europa ha chiuso la porta in faccia a Kiev. Mentre Mosca è riuscita a far tornare questa nazione sorella (gli amici, recitava una vecchia barzelletta sovietica si scelgono, i fratelli no) nella sua area di influenza. Lo ha fatto col ricatto energetico. Ricatto del quale noi europei siamo stati non solo partecipi, ma addirittura complici. Germania e Italia hanno lavorato fianco a fianco con la Russia per togliere di mezzo gli ucraini, mettendo le basi per futuri gasdotti: così nel futuro non passerà più sul territorio ucraino il flusso di gas diretto alle nostre case.  La colpa di Kiev? Non accettare che il prezzo del gas russo lievitasse in base alla sua scelta di campo occidentale.  Ma nell’Europa ufficiale (dove si decantano le radici cristiane del continente) nessuno vuole questi ucraini che pure della storia del Vecchio Continente hanno cercato di far parte, malgrado Zar e Pcus.

Cazzulani in questo libro spiega bene questi anni tormentati della politica ucraina. L’instabilità che leggerete è dettata anche dal fatto che questa è una terra di confine tra due mondi contrapposti. Vi potrà sembrare complicata. Ma è sicuramente più interessante e più libera che la politica russa, dove è tornato de facto il monopartitismo.

Chiudo queste mie poche riflessioni introduttive con un altro racconto personale, questa volta ambientato a Mosca. Manifestazione non autorizzata dell’opposizione per rivendicare l’applicazione dell’articolo 31 della Costituzione russa che dovrebbe tutelare il diritto a riunirsi e manifestare liberamente il proprio pensiero. In piazza Triumphalnaja arriva Lyudmilla Alaxeyeva,dissidente 82 enne (che di lì a poco avrebbe ricevuto il premio Sakharov del parlamento europeo e sarebbe stata arrestata nel corso di un altro presidio vietato). Mi avvicino. Un collega russo mi fa presente che non posso intervistarla senza un apposito tesserino di riconoscimento. Indietreggio. Si avvicina un altro giornalista. Nego a questo punto di essere un collega e mi spaccio per turista italiano. Mi invita allora a spostarmi perché sta per succedere qualcosa. Due uomini sollevano un missile di cartone col quale invitano tutti a lottare per la libertà di espressione. Tempo due sono circondati dalle forze speciali, caricati ed arrestati. Insieme a loro, assisto al fermo di altri ragazzi che semplicemente cantano o esprimono il loro pensiero innalzando cartelli.

Torno in albergo, contento di essere libero. Accendo la tv. Guardo il principale tg, Prviy Canal. Degli arresti non si parla. Della manifestazione non autorizzata e repressa dagli Omon nemmeno. Chi non era fisicamente presente non sa che cosa sia successo. L’opposizione è cancellata. Resa invisibile.

Per questo continuo a sognare che un giorno sventoli, anche solo per breve tempo, qualche bandiera arancione sulla Piazza Rossa.

Ad maiora