Dubrovka

L’assalto alla Dubrovka: meglio non cogliere quel cardo rosso

Una libreria con un nome davvero evocativo Gogol&Company (via Savona 101, Milano) ha fatto da scenario ideale per lo spettacolo “Cardo rosso” di Maddalena Mazzocut-Mis. Organizzata da Annaviva e dall’associazione culturale lattOria, la serata ha visto un pubblico numeroso e immobile seguire la rappresentazione teatrale dell’assalto al teatro Dubrovka. Proprio sulla confusione di ruoli tra i protagonisti e il pubblico, chiamato involontariamente a essere parte in gioco, si basa questa tragedia che ha come protagonisti soldati russi e ceceni ma e anche e soprattutto donne cecene e russe che, nei differenti ruoli di vittime e carnefice, stabiliscono qualche sincopata forma di dialogo.
Una rappresentazione che serve per squarciare il silenzio che accompagna quella tragedia. Un silenzio rotto, tuttora e drammaticamente, a Mosca come nel Caucaso, dal susseguirsi di attentati, cui molti sembrano essersi abituati come fossero parte della vita.
I sei attori che hanno impersonato i protagonisti di questo dramma erano vestiti di nero, mentre la ragazza che cantava “Cardo rosso” aveva il colore di questa pianta, vivace se cresce nel suo habitat. Ma che si spegne una volta colto.
Ad maiora.

L’amore, Dania, Putin e la neve

Le guerre in Cecenia, il destino di tre donne, quello di un intero popolo e le violazioni dei diritti umani nella nuova Russia sono raccontate in DANIA E LA NEVE, un libro-denuncia in cui si respira tutta la scrittura di Anna Politkovskaja. “Il romanzo di Ceresa parla di assassinii di giornaliste. Di stupri e omicidi a sfondo razziale. Parla di abusi. Parla di violenze insensate. Parla di guerre senza regole. È un film dell’orrore. Ma purtroppo non c’è niente di inventato”, scrive nella sua introduzione al volume l’inviato Rai Andrea Riscassi.

L’Infinito edizioni ne ha parlato con Massimo Ceresa, l’autore di questo libro bello e intenso.

 

Massimo, “Dania e la neve” vuole sensibilizzare sulla cosiddetta “questione cecena”, rammentando che ancora oggi in Cecenia è in corso una guerra e che a perderla, invariabilmente, sono sempre i civili, gli innocenti… “Dania e la neve” è innanzi tutto un libro d’amore o, meglio, un romanzo di amori o, meglio ancora, di amori spezzati. Perché l’amore che è il sentimento più naturale e del quale nessun uomo può fare a meno, non può crescere laddove c’è una guerra. Non solo. Quello che i russi devono capire è che anche il loro amore e i loro affetti, da un giorno all’altro possono venire spezzati. Si pensi ai tragici fatti del Teatro Dubrovka, in pieno centro a Mosca, dove sono morti a causa della follia di terroristi ceceni e del cinismo dell’FSB e di Putin 200 persone. Per non parlare degli effetti collaterali più visibili: i morti sul campo e dalla parte dei ceceni e da quella dei russi, sia militari che guerriglieri che civili. Senza parlare degli orrendi crimini di guerra: rapimenti, torture, stupri ai danni ancora dei civili. E poi gli effetti collaterali meno visibili. Ad esempio il fatto che per l’ultima guerra cecena siano stati scelti soldati che non avevano la madre, in modo che non potesse esserci nessuno che li cercasse!

E perché non parlare di quella che Elena Dundovich di Memorial Italia chiama la “sotto-violenza di ritorno”? Ovvero il fatto che questi soldati russi, smobilitati a migliaia e poi fatti tornare a casa, ormai in guerra erano talmente abituati a gestire la vita degli altri senza nessun criterio o rispetto, che si rendono ancora protagonisti di episodi di violenza nelle stesse città in cui rientrano: c’è quindi il problema enorme del loro reintegro nella società russa. In più, con le due guerre cecene, si è creato il mito dello “straniero ceceno”, per cui i russi considerano i ceceni una categoria di serie zeta, e li ostracizzano. I bambini ceceni che vivono nella repubblica russa e vanno nelle scuole russe di Mosca o di San Pietroburgo, per esempio, sono emarginati e anche gli adulti che vivono là hanno difficoltà a trovare lavoro.

A che punto siamo oggi? Oggi, dopo che Mosca ha dichiarato la fine delle operazioni anti-terroristiche nella repubblica cecena (Mosca si è ben guardata da chiamare il secondo intervento in Cecenia “seconda guerra cecena”: la politica occidentale aveva già insegnato al mondo come mascherare operazioni neocoloniali sotto l’artificio della guerra al terrorismo!), la situazione a Grozny è apparentemente più rosea. Nella capitale cecena si assiste a una ricostruzione imponente, rigogliosa, ma che nasconde la grande foresta di corruzione (a imprenditori coreani è stata imposta una tangente del 50% sul piano di investimento), di soprusi e oltraggio dei diritti civili: nell’estate del 2009, ad esempio c’è stata una escalation di violenza rivolta contro semplici (sic!) volontari: è stata rapita e uccisa la giornalista e attivista di Memorial Natalia Estemirova; e la stessa sorte è toccata a Zarema Sadulaeva, presidente dell’associazione “Salviamo la generazione” e suo marito: sono stati barbaramente trucidati a Grozny l’11 agosto 2009. Zarema era un’attivista umanitaria e lavorava in partenariato con “Mondo in cammino” con lo scopo comune di aiutare le fasce più disagiate di bambini vittime delle due guerre russo-cecene. In Cecenia, per dirla con le parole dell’amico Massimo Bonfatti, presidente di “Mondo in cammino”, non è solo rischioso dire la verità, ma anche il contrapporre la prospettiva di una rinascita civile (il confronto, la speranza, la conoscenza di altri mondi) alla “normalizzazione” governativa. La sensazione, anche dai racconti degli amici che di recente sono stati a Grozny, è che tra la gente ci sia una gran voglia di semplice normalità; voglia di passeggiare senza l’incubo delle bombe o di un cecchino. Oggi la via principale invita a passeggiare: l’atmosfera non ha nulla da invidiare ad altre capitali europee. La ricostruzione ha reso Grozny bella, intrigante. Se c’è il sole, è un’esplosione di voglia di vita e di colori. Ma lontano dal centro risuonano ancora gli echi di spari o di sporadici attentati…

I proventi derivanti dai diritti d’autore di questo libro sono interamente devoluti all’Associazione AnnaViva – www.annaviva.com

L’intervista è disponibile sul sito della Infinito edizioni (www.infinitoedizioni.it)

Kamikaze a 17 anni: una sconfitta per tutti

«Ora il sogno di vendicarsi da sole per la perdita dei figli, dei mariti e dei fratelli è la massima ambizione di migliaia di madri, mogli e sorelle. E non perché lo esigano l’islam o gli adaty (le norme di vita tradizionali), ma perché non hanno altra scelta. Nella zona delle “operazioni antiterrorismo” la gente è condannata a farsi giustizia da sé, perché malgrado la presenza di tanti soldati armati non esiste nessuna tutela dei più elementari diritti umani». Così scriveva la compianta Anna Politkovskaja dopo l’assalto al teatro Dubrovka.

La foto che viene fatta circolare oggi dal quotidiano russo Kommersant su una delle due kamikaze che si sono fatte saltare nella metropolitana di Mosca mette i brividi, anche ripensando alle parole di Anna/Cassandra.

Jennet Abdurakhmanova, aveva 17 anni ma era già vedova del leader della guerriglia daghestana Umalat Magomedov, ucciso in un operazione di polizia a capodanno. La foto dei due, entrambi armati, racconta l’insuccesso della strategia putiniana (e del suo omologo tecnocrate ora al Cremlino). Non è stanandoli nel cesso o cercandoli nelle fogne (per usare il linguaggio del premier russo, con due frasi a distanza di 10 anni che segnano una stagione politica terrificante), e nemmeno usando metodi più crudeli (per citare quello che Napolitano aveva chiamato l’uomo nuovo, Medvedev) che si risolverà la crisi caucasica. Anche l’altra kamikaze, cecena, ventenne, era una “vedova di Allah”: il marito era il guerrigliero ceceno Said-Emin Khazriev. Cito ancora la Politkovskaja e una delle sue ultime interviste nelle quali raccontava il suo incontro con le kamikaze nel teatro Dubrovka: «Si diceva che le vedove nere non volessero morire. Niente affatto. Avevo parlato con loro. In Cecenia c’era stata quasi una gara tra le donne per poter andare al Dubrovka. Volevano vendicarsi. È una verità crudele. Si è detto che erano state costrette, drogate. Nulla di tutto questo. Avevo parlato con loro, avevo parlato con quelli che avrebbero voluto far parte di quel commando e non ci erano riusciti. Sognavano il Dubrovka, ciascuno per un motivo personale. In Cecenia, la sorella per un fratello spesso è più importante della moglie. Al Dubrovka c’erano molte sorelle i cui fratelli erano stati rapiti. Pensavano di vendicarsi così».

Una vendetta atroce e deplorevole come quella che ha colpito 40 (a tanto sono salite le vittime del duplice attentato moscovita) innocenti. Frutto di una cecenizzazione della Russia che la giornalista assassinata da sconosciuti nel cinquantaquattresimo compleanno di Putin, aveva invano denunciato come rischio. Poco prima di essere assassinata aveva scritto per la Novaja, un articolo di Islam Suschanov, che lei definiva “terrorista” tra virgolette: nato nel 1984, studente modello di scultura, accusato nel 2002 di “atti di terrorismo” che veniva convinto a confessare. Condannato a 14 anni di carcere duro per il classici “reati ceceni”: banditismo, terrorismo, formazioni armate illegali. Rinchiuso in isolamento, senza libri né la possibilità di pregare, compie atti di autolesionismo per fare riesaminare la sentenza, ma intanto subisce punizioni su punizioni, in quanto “incline all’evasione”. Scrive Anna: «Cosa vogliamo davvero noi da Suschanov e da tutti questi rastrellati? Che crepino nelle carceri? Perché non possono pregare? Vogliamo obbligarli a pregare di nascosto e che finiscano per diventare degli integralisti? O che dimentichino le preghiere che hanno imparato nell’infanzia e si mettano a recitarne di nuove? Se Suschanov uscirà, sarà nel 2017, a trentaquattro anni. Gli altri rastrellati della sua generazione lasceranno le carceri più o meno nello stesso periodo, a un’età compresa fra i trentacinque e in trentasette anni. Si presenteranno alla società da non sposati. Senza figli, un’istruzione, una professione. Ma con una grande rabbia dentro: una vita rovinata, nessuna giustizia. Temo l’odio di quei ragazzi. E temo ancor di più chi con la violenza costringe i propri simili ad accumularne».

Anna ha pagato con la vita queste sue riflessioni sulla repressione militare in Caucaso, una repressione inutile visto che a dieci anni dalla discesa in campo di Putin, gli attentati non si sono fermati, la rabbia continua purtroppo ad alimentarsi. Come per l’Irlanda del Nord occorrerebbe un percorso politico, per affrontare una crisi che altrimenti rimarrà tra i due forni, del nazionalismo russo e dell’islamismo più radicale. Capace di mandare a morire e a uccidere, ragazze di soli 17 anni.

Ad maiora