Month: luglio 2013

Aula 309. Per non dimenticare Guido Galli

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È un libro che ti frega nel finale “Aula 309” di Renzo Agasso (Sironi) dedicato alla figura di Guido Galli, giudice ucciso nel 1980 da Prima linea mentre sta recandosi a fare lezione (di criminologia) alla Statale di Milano, proprio davanti alla 309.
Il libro racconta la follia omicida di Prima linea, uno dei gruppi terroristici più efficienti (stakanovismo combattente, dicevano) capace, in pochi anni, di 101 attentati, 18 morti e 23 feriti.
Tra i 18 morti si conta anche Guido Galli che, come scrive Agasso “deve morire perché è bravo, per educare i cento, mille possibili altri come lui”. Come Alessandrini e Tobagi, tanto per citare due esempi noti. O Ambrosoli, assassinato con la stessa logica (il figlio Umberto firma l’introduzione al volume).
Galli indaga (con un giovane Armando Spataro) su Alunni e Prima linea e per questo, in sostanza, viene ucciso. Sorta di vendetta tribale contro chi sta facendo (bene: senza computer e pentiti, chiude l’inchiesta in un anno) il proprio lavoro.
“Aula 309” non è un libro che punta sul sentimentalismo, ma nel finale ti “frega” lo stesso. L’intervista a più voci alla vedova Galli e ai suoi cinque figli (l’ultimo adottivo) è quella che ti taglia le gambe sul traguardo, quella che fa scorrere lacrime, poco nascoste dagli occhiali da sole.
“Abbiamo letto il vostro volantino e non l’abbiamo capito” avevano scritto i famigliari di Guido Galli dopo l’omicidio e la rivendicazione. Una posizione ferma e dignitosa che non hanno mai mollato. Figli davvero di un paese tanto dignitoso e altero quanto, purtroppo, minoritario.
Bianca Berizzi vedova Galli in questi anni ha rilasciato solo un’intervista a “Vivere Presezzo”, giornale parrocchiale della bergamasca (non lontano da Piazzolo dove il giudice era nato ed è stato sepolto). Dice: “Di grande aiuto è stata anche la solidarietà spontanea della gente comune, fatta a volte di gesti semplici: la fornaia che per un anno, ogni giorno, mi regalato il meino (tipico pane di farina gialla) o la lattaia che dava la liquirizia ai miei bambini, sapendo che mio marito spesso le portava a casa per loro”.
Leggetelo in vacanza. Tanto, sotto l’ombrellone non ci si trucca.
Ad maiora
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Renzo Agasso
Aula 309
Sironi Editore
Pagg. 205
Euro 16

Visitare la Camargue

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La Camargue è il posto ideale per chi ama la natura. Io ci ero stato lo scorso millennio e devo dire che col passare del tempo non ha perso la sua dimensione “selvaggia” (con lumache persino sui segnali stradali).

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Se volete passare qualche giorno qui, nel sud della Francia, ci sono cose che non potete non fare o vedere.
Partiamo dall’albergo.
Con Booking, scegliendo in base ai giudizi dei clienti (e alla frase “si organizzano uscite a cavallo”) siamo finiti al’Auberge de La Fadaise (sulla strada da Arles, tra i primi che si incontrano, sulla destra). È un posto molto accogliente e si trova praticamente alla spalle di uno quei maneggi che organizzano le passeggiate a cavallo. Il posto ideale per Martastica. Non c’è Wifi ma il proprietario è gentile e le stanze (che dall’esterno paiono stalle) semplici e – abbastanza – pulite. Ah, c’è una piccola ma godibile piscina per gli ospiti. Dopo il bagno, guardate dalle finestrelle che si trovano sul muro: osserverete una colonia di fenicotteri rosa.

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Il costo è di 61 euro a notte. La colazione costa 7 euro e consta di brioche, baguette, marmellate, spremuta d’arancia, yogurt e una bevanda calda (non è stagione, ma la cioccolata è ottima).

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A cavallo.
Mentre attraversavo le distese della Camargue pensavo a quanti detti popolari siano rimasti nella nostra lingua anche se pochi ormai cavalcano: siamo a cavallo, a caval donato non si guarda in bocca etc. Un tempo questo era il mezzo di trasporto per tanti.
Due ore in sella, almeno per me, non sono poche. Mentre si cavalca il vento (una costante qui)impedisce di sentire gli altri e ti obbliga a guardarti intorno e a pensare. Da guardare c’è molto: oltre a tenere a bada il cavallo (si fermano a mangiare in continuazione, soprattutto quando capiscono che avete le briglie in mano ma non sapere come usarle) osserverete uccelli selvatici e mandrie di cavalli e tori (qui li allevano per mangiarli o farli combattere, non so cosa sia peggio).
Comunque sia, il giro a cavallo in Camargue è una esperienza da fare. Anzi, da ripetere se ce ne sarà l’occasione.

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La nostra passeggiata a cavallo era organizzata da Le Petit Ranch de Marie (lepetitranchdemarie@laposte.net)
Sono tutti molto gentili e professionali (vi forniscono il cap, obbligatorio e vi istruiscono su come salire, scendere e andare a cavallo, che comunque va al passo).
Chi guidava la nostra comitiva a cavallo (eravamo in quattro) fumava in continuazione: insomma, come portare sul cavallo i tic che si hanno in macchina.
Il costo di due ore è di 30 euro, ma credo sia il modo migliore per vedere l’interno della Camargue. Unica alternativa: la bici. Ma non so quale sia più faticosa.

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Il resto della natura. Cavalli a parte, se venite da queste parti non mancate il Parco Ornitologico (si trova proprio davanti all’Albergo Fadaise, dall’altra parte della strada): http://www.parcornitolotique.com. Ci sono due percorsi. Il primo, più breve (2,6 Km) è il più affollato, di persone, ma anche di uccelli.

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Qui vicino centinaia di specie. Ma rimarrete incantati a guardare soprattutto i fenicotteri rosa. Sapendo che non sarei riusciti a descriverli, li ho filmati:

Nel parco potete osservare anche mandrie di cavalli bianchi e di castori europei.
La seconda tratta del parco è più selvaggia (camminerete in mezzo a farfalle e libellule) e vi mette più a contatto con questa regione poco abitata. I 4,3 km di cammino scoraggiano quasi tutti. Spero non chi legge questo post.

In città.
Saintes-Marie-de-la-Mer è la classica cittadina che si trasforma in estate riempiedosi di persone e di locali.

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Non si contano i ristoranti dove si può mangiare all’aperto intorno alla chiesa di Notre-Dame. Qui c’ero stato anni fa, ai tempi di Europa (quanto mi manca, stupefacente che non sia stata sostituita da niente di neanche lontanamente simile) e avevo fatto un reportage sull’incredibile raduno degli zingari che si chiude con la processione fino al mare:

La sera, comunque, anche d’estate, se c’è qualche nuvola, si osserva un cielo che definirei africano.

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Cosa mangiare.
Nell’elenco di ristoranti vegetariani gentilmente fornitomi dall’ufficio stampa dell’Ente per lo sviluppo del turismo francese, mancavano posti a Sainte-Marie-de-la-Mer. La cosa non mi stupisce. I ristoranti qui si alternano tra quelli che hanno come specialità la carne di toro e quelli con le cozze o frutti di mare.
Ci siamo quindi orientati verso una creperie (“La pequelette”, sul lungo mare) dove con una decina di euro e testa si possono mangiare omelette o crêpes, dolci e salate.

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Per pranzo, se avete la macchina, abbandonate la statale Arles-Ste Marie e raggiungete Albaron per Le Paty de la Trinitè (cldeconbe@wanadoo.fr). La pizza (anche al Roquefort, come ho provato io) è cotta a legna ed è niente male e si pagano poco più di 10 euro a cranio. È aperto tutto l’anno. Decorato con la classica croce della Camargue.

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Solo d’estate, a Sainte-Marie-de-la-Mer non perdetevi il gelato di Al’ma sul Boulevard De Gaulle. Il gusto alla lavanda vi farà terminare in dolcezza la vostra avventura provenzale.

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Da non dimenticare.

In questa area paludosa fanno “vacanza” anche le zanzare. Chiudete sempre le finestre quando lasciate l’albergo e usate sostanze che le tengano lontane.
Ad maiora

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Mirror Slurp all’insegna della pizza

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Serata dedicata alla Pizza a The Hub Hotel di Milano.

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Prima della cena c’è stata una lezione dello chef Renato Bosco di Saporè (San Martino Buon Albergo, Verona) che qui spiega i trucchi per cuocere, anche a casa, una buona pizza:

La serata faceva parte di Mirror Slurp, serie di iniziative dedicate al cibo organizzate da Carlo Vischi.
Si è mangiato pizza o similari dall’antipasto al secondo (anche in chiave Veg). Il dolce era un ottimo panettone estivo.

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Come ingredienti sono state utilizzate le farine Petra.

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Ad maiora

L’estate greca di Giuseppe Ciulla

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4000 chilometri per girare tutta la Grecia, cercando di evitare il “buco nero” di Atene. Il collega Giuseppe Ciulla ha appena pubblicato (per Chiarelettere, per chi se no) un reportage di viaggio nel paese più in crisi d’Europa.
Una crisi che Ciullia, nella sua “Estate in Grecia” racconta attraverso le storie di chi vive al confine: quello turco, ma anche il Monte Athos. Tra gli italiani fuggiti qui (e che non vogliono tornare neanche morti a Milano). E tra chi ha lasciato le città per tornare a una vita agreste, seguendo le regole del “philotimo”, lo spirito greco che tiene insieme questo affascinante paese.
Giuseppe, per viverlo fino in fondo ha vissuto “da greco”, usando i mezzi pubblici e le scarpe, come le inchieste di una volta.
Un libro da leggere per i tanti che questa estate (crisi o non crisi) sceglieranno la Grecia per le proprie (brevi) vacanze.
Il volume è stato presentato ieri sera al Circolo del Talenti di Milano, con il console Papadopoulos e i rappresentanti della comunità ellenica.
Ad maiora