Ucraina

Tymoshenko trasferita (finalmente) in ospedale

Yulia Tymoshenko è stata (alla fine) trasferita nell’ospedale di Khariv dove verrà curata da un medico tedesco di sua fiducia.

Proprio nelle scorse ore l’ex primo ministro ucraino aveva annunciato l’interruzione dello sciopero della fame.

L’ex leader arancione è stata condannata a 7 anni di carcere al termine di un processo squisitamente politico.

Dal carcere ha più volte denunciato soprusi e abusi delle autorità.

Ad maiora

L’Unione europea preoccupata per la Tymoshenko

L’Europa torna, finalmente, a occuparsi del caso Tymoshenko. L’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Catherine Ashton, si dice “profondamente preoccupata per la situazione di Yulia Tymoshenko”, che, come confermata dall’Ufficio del difensore civico di Kiev, ha subito violenza fisica durante il trasferimento dalla prigione all’ospedale nei giorni scorsi.

La Ashton si preoccupa anche dello sciopero della fame di protesta avviato dall’ex primo ministro ucraino (condannata per un processo squisitamente politico) e lancia un appello al regime di Kiev perché “assicuri il pieno rispetto del diritto della Tymoshenko ad un’adeguata assistenza medica in un’istituzione appropriata”.

La rappresentante della Ue ha chiesto anche, “come segno della loro volonta’ politica di chiarire la situazione, di permettere all’ambasciatore dell’Ue, accompagnato da specialisti medici indipendenti, di visitare in prigione la Tymoshenko”.

Ad maiora

PROCESSO TIMOSHENKO: L’EVENTUALE CONDANNA RISCHIA DI ISOLARE L’UCRAINA

Julia Timoshenko continua ad aspettare in una cella di sicurezza il verdetto su una possibile condanna a dieci anni di carcere per aver sottoscritto (dietro il ricatto della chiusura dei rubinetti del gas) un contratto con la Russia che secondo le attuali autorità ucraine (e la magistratura che le segue) avrebbe aspetti criminosi. Da quelle parti il tema del gas e dell’energia è tutt’ora al centro del dibattito, anche per via dei gasdotti russo-itao-franco-tedeschi che bypasseranno il paese e la Bielorussia (e come dimostra la foto dell’Itar Tass che accompagna questo pezzo, c’è bisogno di un miracolo per sperare che metano circoli ancora in quei tubi).

Il Financial Times paventa che un’eventuale condanna minerebbe in maniera significativa i rapporti tra l’Unione europea e l’Ucraina:

http://www.ft.com/intl/cms/s/0/58ef88b2-daf1-11e0-bbf4-00144feabdc0.html#axzz1XeTknStF

Persino l’americanocentrico Obama potrebbe accorgersi che (anche se non ha tanto petrolio) esiste il nostro continente e magari far sentire la sua voce.

Il processo contro l’ex leader della Rivoluzione arancione è tutto politico. Il presidente Janukovich, in caso di condanna della sua rivale, vedrebbe consolidare la forza del suo Partito delle regioni. Nella repubblica post-sovietica, i condannati non possono infatti più candidarsi alle elezioni. Chissà cosa ne direbbero dalle nostri parti, dove l’attivismo principale di alcuni politici sembra essere quello di sfuggire ai giudici.

Forse almeno per questo, solidarizzeranno con la leader dell’opposizione di un paese europeo che rischia una lunga condanna non per tangenti, ma per una decisione di politica economica.

Ad maiora.

DALLA TIMOSHENKO AGLI ULTRA’: PIOVONO CRITICHE SU JANUKOVICH

Alcuni tra i principali intellettuali ucraini hanno sottoscritto una lettera aperta indirizzata alla società ucraina nella quale condannano il processo contro la Timoshenko e invitano gli ucraini a non essere indifferenti rispetto alle ingiustizie perpetrate dal regime Janukovych: “Abbiamo ancora la possibilità di fermare tutto questo! Non dobbiamo tacere!”, scrivono.

I firmatari sono un gruppo eterogeneo di 28 tra scrittori, studiosi e commentatori, che vanno da ex dissidenti sovietici come Ivan Dzijuba, Bogdan Horijn, e Levko Lukijanenko ad ex scrittori sovietici Roman Ivanijchuk, Dmitro Pavlijchko, e Juri Mushketijk al filosofo liberale Miroslav Popovich fino a scrittori più giovani come Juri Andruchovič, Larissa Denijsenko, Sergei Zhadan, Vasil Shklijar e Iren Rozdobudko e i noti commentatori politici ucraini quali Mikola Rijabchuk e Sergei Hrabovskij.

Secondo gli autori dell’appello il processo Timoshenko rischia di allargare la repressione “contro tutti coloro che sono politicamente scomodi per il regime, contro i pensionati e le piccole imprese, contro i giovani attivisti, contro tutti coloro che si oppongono allo scivolamento del paese a una condizione feudale e criminale di controllo oligarchico e la distruzione della identità nazionale ucraina”.

E concludono: “La marcia indietro della democazia, cui stiamo assistendo, chiuderà la strada dell’Ucraina verso l’Europa, mentre allo stesso tempo spalancherà le porte a oriente, al nostro passato sovietico. Il caso Julia Tymoshenko riguarda ognuno di noi. Qui e ora siamo di fronte al Rubicone. Se le autorità lo attraversano, ci andremo di mezzo in molti nel futuro. Ma allora non ci sarà nessuno a scrivere appelli e inviti alla mobilitazione. Ci schiaccerà con calma e in solitudine. E’ già chiaro oggi quanto le autorità vogliano spaventarci. Ed avendo seminato terrore, è evidente la carenza di fiducia tra coloro che non hanno ancora perso la capacità di lottare per la loro nazione, come per i diritti economici, sociali e politici”.

Per gli autori dell’appello, il processo alla Tymoshenko sarà uno spartiacque oltre il quale l’Ucraina si avvierà verso un’autoritarismo putiniano. Chissà se l’Europa, in preda a crisi economica e recessione, se ne sta accorgendo.

Anche allo stadio non va meglio per Janukovich. O almeno non va meglio tra i tifosi della Dinamo Kiev che ringraziamo gli abitanti del Donbass (la regione orientale del paese) per aver “regalato” un presidente “senza cervello”:

http://youtu.be/mYDEPADnH2o

Un tempo la Dinamo dominava il campionato (e se la cavava bene anche in Europa mentre ora non conta più molto: ieri sera non ha giocato perché già eliminata). Ora invece sono i rivali dello Shaktar Donetsk  dell’oligarca Achmetov, vicino a Yanukovich, a vincere sempre (persino la Coppa Uefa nel 2009, primo club ucraino). Di qui le critiche, anche allo stadio.

Ad maiora.

maidan arancione durante la rivoluzione a kiev in ucraina

Le piazze arancioni, da Kiev a Milano

Tra ieri e oggi più di un giornale ha mostrato le foto della piazza dell’Indipendenza a Kiev durante la rivoluzione arancione affiancandole con quelle delle piazze arancioni di Milano e Napoli.

Ho avuto la fortuna – professionale  – di essere presente in entrambe le occasioni. Sia in Ucraina, sul Maidan, nel 2004, sia l’altra sera in piazza Duomo a Milano.

Il colore arancione per quanti parteciparono alla campagna per le presidenziali ucraine fu una scelta dirompente. Era un superamento del rosso. Ma era anche una identificazione molto forte. Lì chiunque lo indossasse, chiunque lo esponesse al balcone come al finestrino dell’auto, segnalava la propria posizione politica, il proprio contrapporsi al regime di Kuchma e Janukovich.

Si usava il proprio corpo, i propri vestiti, come strumento per fare politica. Uno strumento rischioso. Non scoppiò la guerra civile solo per l’estrema responsabilità sia dei militari che di chi gestì quella piazza enorme. E uno dei giornalisti di punta dell’opposizione non finì, pochi mesi prima, decapitato.

Su quelle vicende ho anche scritto un libro: Bandiera arancione la trionferà (Melampo, 2007). Ero ai tempi convinto che quella scossa democratica avrebbe potuto minare le fondamenta della Russia di Putin. Ma l’omicidio della Politkovskaja e l’abile azione controrivoluzionaria messa in campo dal regime (grazie ai Nashi, veri balilla putiniani, in queste settimane estive di nuovo impegnati nei week end procreativi per mantenere la russità della Madre Patria) fecero naufragare tali velleità.

Eppure quel virus democratico è arrivato fino al Mediterraneo. Dapprima con le rivoluzioni in Egitto e Tunisia. Lì non si è utilizzato l’arancione ma il pugno chiuso di Otpor (movimento serbo filo-americano e anti-Milosevic dal quale tutto è partito) che ha cominciato a sventolare in piazza Tahir ha dato l’idea di un testimone che non è stato lasciare cadere. A tal proposito suggerisco la lettura del libro di Gene Sharp “Come abbattere un regime” appena pubblicato da Chiarelettere.

Ora quelle bandiere e quei palloncini arancioni hanno accompagnato le vittorie elettorali di De Magistris e Pisapia. Anche se, a differenza che a Kiev o al Cairo, qui i rischi per chi manifesta in tal modo sono, fortunatamente, pochi.

L’entusiasmo che portò alla vittoria elettorale (al terzo turno) di Jushenko in Ucraina si è trasformato in breve tempo in una grande delusione. Le divisioni nello schieramento arancione hanno contribuito alla plateale sconfitta nelle ultime presidenziali ucraine.

Staremo a vedere se a Milano e Napoli gli “arancioni” riusciranno a non commettere gli stessi errori.

Ad maiora.