Putin

Khodorkovskij si appella ai Tories inglesi

Mentre sta per essere condannato ad altri 20 anni di carcere, Mikhail Khodorkovskij si appella al premier inglese David Cameron perché il Regno Unito continui a basare i suoi rapporti con il Cremlino sui diritti umani e non sugli idrocarburi.

Dubito che i Tories, malgrado l’alleanza coi liberali, lo staranno ad ascoltare. Con Blair prima e Gordon Brown dopo, ai tempi dei laburisti al potere, le relazioni anglo-russe sono scese ai minimi storici. Londra (che su questo è avanti mille anni luce dal Bel Paese) ha offerto asilo politico a oligarchi finiti nel mirino di Putin e a leader ceceni. Ma anche ad ex agenti del Kgb, come Litvinenko. Divenuto cittadino britannico venne liquidato col Polonio. Per Scotland Yard avvelenato da Lugovoi che siede, impunito, alla Duma, la Camera bassa della Federazione Russa.

Ma il tempo lenisce le ferite e soprattutto Londra non vuole perdere la corsa ai petrorubli e vuole mettersi sulla scia di Roma, Berlino e Parigi.

Mikhail Khodorkovskij, ex padrone della Yukos (sulle cui spoglie banchettarono anche Eni ed Enel), già uomo più ricco della Russia, finito in cella dal 2003 per reati fiscali dopo aver deciso di finanziare l’opposizione liberale antiputiniana, ha scritto sull’Observer un appello a Cameron: ricordati dei diritti umani prima di stringere nuove alleanze pragmatiche con Mosca, poni delle “condizioni di principio” su democrazia, le libertà civili e i diritti civili.

Scrive Khodorkovskij: “Io, come un prigioniero politico russo, sarei felice se la Gran Bretagna capisse il destino di 150 milioni di persone forti, capaci e di talento, che sono alla ricerca di una via d’uscita dal buio del totalitarismo, verso la luce della libertà. Voglio credere e sperare che nel processo di ri-stabilimento delle relazioni con la Russia, David Cameron e il popolo britannico restino fermamente dalla parte della democrazia, e offrano ai russi non solo vantaggi economici reciproci, ma un’interazione basata su chiare norme trasparenti”.
Chissà se il ministro degli esteri inglese, il conservatore Willian Hague, ascolterà queste parole nel suo viaggio a Mosca. Il fatto che scelga quella meta come prima tappa della sua missione fuori dai confini patrii (peggio di un leader ucraino filo-russo) mi fa pensare il contrario.
Ad maiora.

 

 

L’arresto di Nemtsov non ferma la Strategia 31

La polizia russa ha arrestato questo pomeriggio Boris Nemtsov, esponente di spicco dell’opposizione, durante una manifestazione di protesta a Mosca. Le forze di sicurezza hanno fermato anche altre persone  che chiedevano un ‘Parlamento libero e aperto anche alle opposizioni’ e distribuendo volantini critici nei confronti di Putin. Decine di manifestanti hanno poi urlato lo slogan:’La Russia senza Putin’.

Ieri d’altronde il primo ministro era stato chiaro: manganellate a chi manifesta oggi in nome della libertà di riunione.

Ma chi è Boris Nemstov, diventato uno dei più critici oppositori del governo Putin? Nato a Soci nel 1959 da una famiglia ebraica venne battezzato dalla nonna, diventando ortodosso. Laureatosi in Fisica, guidò nel 1986 le manifestazioni di protesta contro il nucleare dopo la tragedia di Chernobyl. Attivo politicamente nella fine dell’Unione sovietica si schierò con Eltsin durante il fallito golpe, ottenendo in cambio la nomina a vice primo ministro tra il 1997 e il 1998. Liberale, nel 1999 è tra i fondatori dell’Unione delle forze di destra, partito politico che non otterrà mai grandi successi elettorali, forse anche per i brogli. Di quel movimento divenne anche il leader e partecipò alle trattative per la liberazione degli spettatori del Nord-Ost  (insieme ad Anna Politkovskaja), poi risolto brutalmente dalle forze di sicurezza russe.

Nel 2004 Nemtsov si scava la fossa da solo con un appello alla maggioranza della Duma per evitare i rischi di una dittatura putiniana. Sostiene pure Yushenko nella sua rivoluzione arancione in Ucraina, divenendone consigliere economico. Scompare dalle scene televisive e politiche. Per ricomparire solo quando lo prelevano gli Omon.

L’arresto di oggi non è infatti il primo. Era già finito in cella nel 2007 sempre per quella che da noi si chiama “adunata sediziosa” (la stessa contestata agli ultrà di Alzano Lombardo).

È tra i primi firmatari dell’appello “Putin via di qui”.

Stasera in solidarietà con i democratici che a Mosca e San Pietroburgo ogni 31 del mese manifestano per il diritto alla libertà di riunione e di parola, Annaviva fa un presidio a Milano. Manifestazioni davanti alle ambasciate russe sono in corso in tutto il mondo.

Questo il blog russo che spiega la “strategia 31”:

http://strategy-31.ru/

Le persone arrestate oggi a Mosca sono 70 (settanta). Un nuovo record per la Russia di Putin.

Kadyrov in mimetica e medaglie

Ancora combattimenti in Caucaso

Cinque civili sono morti questa mattina durante un attacco dei guerriglieri contro il villaggio del presidente ceceno Ramzan Kadyrov, Centoroj. Le forze di sicurezza del governo di Groznij (realmente ingenti) stanno dando la caccia ai terroristi nei boschi intorno al paese natale del giovane uomo che Putin e Medvedev hanno messo e lasciato alla guida della repubblica caucasica. Scriveva di quel villaggio Anna Politkovskaja: «A Centoroj la legge non vale. Così ha deciso Putin: le leggi degli altri non valgono per Ramzan, a cui tutto è permesso e che ha metodi suoi per combattere i terroristi. Di fatto Ramzan non combatte un bel niente: ruba e ricatta e lo fa passare per “lotta al terrorismo”. E di fatto la capitale della Cecenia si è trasferita nella tenuta di Ramzan a Centoroj. Lì si presentano – a omaggiare lui e la sua faccia da idiota degenerato – tutti i funzionari del paese».

Per ricordare l’omicidio della Politkovskaja (che domani avrebbe compiuto 52 anni) e di Natalia Estemirova (altra giornalista uccisa, un anno fa, da sconosciuti) qualche giorno fa i militanti di Amnesty International stavano distribuendo volantini prima del concerto degli U2 a Mosca. Cinque di loro sono stati arrestati dalla polizia russa (e rilasciati dopo qualche ora di cella) perché privi delle necessarie autorizzazioni. Amnesty ha replicato che erano stati presi accordi con lo staff del gruppo musicale.

Nel Caucaso intanto la situazione rimane esplosiva. Venerdì in Kabardino-Balkarija (considerata una delle repubbliche più tranquille della zona) nove guerriglieri sono stati uccisi dalle forze di sicurezza. In Daghestan, in uno scontro a fuoco, hanno perso la vita due poliziotti e cinque presunti terroristi. Avrebbero fatto parte del gruppo di Magomedali Vagabov, considerato il mandante dell’attentato alla metropolitana di Mosca che ad aprile ha provocato 40 morti e decine di feriti. Vagabov è stato ucciso in Daghestan qualche giorno fa.

Sono 30 i sospetti terroristi uccisi dall’inizio di agosto nel Caucaso russo.

Abkhazia: dopo i missili, Lukashenko?

Mentre le fiamme dei devastanti incendi sono sempre più vicine all’impianto atomico di Saratov (sarebbe interessante saperne cosa ne pensi il candidato alla commissione per la “sicurezza nucleare” italiana, il parlamentare pd Veronesi), mentre il governo tace sul numero dei morti, al Cremlino continuano ad occuparsi di Abkhazia e Ossezia del sud. Malgrado l’emergenza (tardivamente dichiarata) a Mosca, qualche giorno fa il presidente Medvedev è volato a Sukhumi per celebrare la vittora nella guerra contro la Georgia. A ruota è stato annunciato che proprio in Abkhazia sono stati posti missili terra-aria S-300. Il tutto per difendere le due zone abitate da russi, russofoni e russofili (tuttora sotto la sovranità di Tbilisi però).

Ora dal Cremlino si fa trapelare la voce che anche la Bielorussia di Lukashenko sarebbe in procinto di  riconoscere l’indipendenza di Ossezia meridionale e Abkhazia. Diventerebbe così il quarto Stato dopo Venezuela, Nicaragua e Nauru (piccola e quotatissima isola del Pacifico) a riconoscere la secessione. Starebbe anche a significare un riavvicinamento tra Lukashenko e Putin, dopo mesi di freddezza. Sarà per il caldo di questa strana estate russa.

Medvedev lascia Mosca avvolta nel fumo

Mentre Mosca muore di caldo ed è avvolta da un fumo che impedisce di respirare, il presidente Medvedev non trova niente di meglio che andare in Abkhazia a festeggiare il secondo anniversario della vittoria nella guerra contro la Georgia. L’Abkhazia è una regione secessionista russofona e russofila della Georgia. L’anno scorso le truppe georgiane colpirono l’Ossezia del Sud, scatenando la reazione russa (a Mosca parlarono di genocidio, fatto mai dimostrato) che invase gran parte della repubblica ex sovietica.

L’Abkhazia, regione sul Mar Nero a poca distanza da Soci (località marittima che ha ospitato anche vertici Berlusconi-Putin-Gazprom-Eni e a cui sono state assegnate, avendo alle spalle le alte montagne caucasiche, le Olimpiadi invernali del 2014) approfittò della guerra russo-osseto-georgiano per rendere ancora più definito il suo distacco da Tbilisi (iniziato nel 1992).  Il tutto con l’aiuto delle truppe russe. Qui d’altronde Mosca ha distribuito passaporti a piene mani.

Il presidente russo Dmitrij Medvedev oggi ha promesso che Mosca fornirà un ulteriore sostegno alle regioni separatiste georgiane. Il presidente putiniano ha spiegato che il conflitto con la Georgia (durata 5 giorni) è stata una “guerra giusta”.

Una guerra vittoriosa, cui seguì il solito flop di politica estera internazionale della “Russia di Putin”. Mentre altre regioni secessioniste (Kosovo, ad esempio) ottengono numerosi riconoscimenti internazionali, Abkhazia e Ossezia del Nord hanno fallito l’obiettivo.

Malgrado le pressioni russe, i due piccoli staterelli (che la comunità internazionale considera ancora province interne alla Georgia), sono stati riconosciuti solo da Venezuela e Nicaragua. Persino la Bielorussia ha detto no.

Il terzo paese che ha dato l’ok è la Repubblica di Nauru, il più piccolo stato al mondo, un’isola dell’Oceano Pacifico di 21 chilometri quadrati che nel 1968 si è resa indipendente dal Regno Unito. Secondo il quotidiano economico russo Kommersant, Mosca avrebbe promesso al piccolissimo paese un prestito di 50 milioni di dollari in cambio del riconoscimento. Nauru, che dev’essere abitata e guidata da furbacchioni, aveva ottenuto aiuti (economici) dall’Unione europea dopo il riconoscimento del Kosovo e dalla Cina per aver riconosciuto i suoi diritti su Taiwan.

Ad maiora.