Mosca

Sotto scorta i giudici delle Pussy Riot

Il regime putiniano si rende sempre più ridicolo, mettendo sotto scorta i giudici che oggi pronunceranno la sentenza contro le tre ragazze imputate per un concerto punk in chiesa:

http://www.rferl.org/content/pussy-riot-judge-given-protection/24678911.html

Inutile ricordare che ad Anna Politkovskaja, minacciata e avvelenata, nessuno assegnò mai neanche un poliziotto per seguirla. O forse sì…

Ad maiora

“Non si può nascondere la natura repressiva di questo processo”. L’intervento di una Pussy Riot al processo

Venerdì ci sarà la sentenza a Mosca contro le Pussy Riot. Abbiamo seguito quotidianamente il caso, anche prima che le tre ragazze fossero arrestate. Questa che riportiamo è l’intera dichiarazione spontanea che una delle imputate, Yekaterina Samutsevich, ha pronunciato nell’ultima udienza.

L’ultimo paragrafo è da brividi.

Ad maiora.

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Nella dichiarazione conclusiva, l’imputato dovrebbe pentirsi, rammaricarsi per le sue azioni o chiedere le circostanze attenuanti. Nel mio caso, come nel caso delle mie compagne del gruppo, ciò è completamente inutile. Invece, voglio esprimere i miei pensieri sui motivi che stanno dietro quanto ci è successo.

Che la Cattedrale del Cristo il Salvatore sia diventato un significativo simbolo della strategia politica delle autorità è stato chiaro a molte persone assennate: è successo quando l’ex collega al Kgb di Vladimir Putin, Kirill Gundyayev, ha assunto l’incarico di capo della Chiesa ortodossa russa. Dopo ciò, la Cattedrale di Cristo Salvatore ha cominciato a essere sfacciatamente usata come sfondo appariscente per le politiche della sicurezza, che sono la principale fonte del potere in Russia.

Perché Putin sente la necessità di sfruttare la religione ortodossa e la sua estetica? Dopo tutto, egli avrebbe potuto impiegare le proprie forze: gli strumenti di gran lunga più laici del potere, ad esempio, le società controllate dallo stato, o il suo minaccioso sistema di polizia, o il suo ubbidiente sistema giudiziario. Può darsi che le politiche fallimentari del governo di Putin, l’incidente con il sottomarino Kursk, i bombardamenti contro civili in pieno giorno, e altri momenti spiacevoli della sua carriera politica lo abbiano costretto a riflettere sul fatto che era giunto il momento di rassegnare le dimissioni, che altrimenti, i cittadini della Russia l’avrebbero aiutato a farlo. A quanto pare, è stato in quel momento che ha sentito la necessità di una forza più persuasiva, con garanzie trascendentali per una sua lunga permanenza al vertice del potere. E’ stato allora che si è reso necessario utilizzare l’estetica della religione ortodossa, religione che è storicamente associata al periodo di massimo splendore della Russia imperiale: ossia quando il potere non arrivava da manifestazioni terrene come elezioni democratiche o dalla società civile, ma da Dio stesso.

Come ha fatto a fare questo? Dopo tutto, abbiamo ancora uno Stato laico. Ogni commistione tra le sfere religiose e politiche non dovrebbe essere trattata con severità dalla nostra società vigile e dotata di spirito critico?
Qui, a quanto pare, le autorità hanno approfittato di un certo deficit di estetica in epoca sovietica, quando la religione ortodossa aveva un’aura di storia perduta, di qualcosa che era stato schiacciato e danneggiato dal regime totalitario sovietico, ed era quindi un’opposizione culturale al regime. Le autorità hanno deciso di appropriarsi degli effetti storici di tale perdita, per presentare un nuovo progetto politico della Russia: ossia ripristinare i valori spirituali perduti. Un progetto che ha poco a che fare con una genuina preoccupazione per la conservazione della storia russa, dell’Ortodossia e della cultura.

E’ stato anche abbastanza logico che la Chiesa ortodossa russa, dati i suoi legami, storici e mistici col potere, sia emersa come principale esponente di questo progetto per i media.

E’ stato deciso che, a differenza dell’epoca sovietica, quando la Chiesa fu in prima linea contro le brutalità delle autorità nei confronti della storia stessa, la Chiesa ortodossa russa debba ora affrontare tutte le manifestazioni contrarie alla cultura di massa con un atteggiamento di diversità e tolleranza.

Il rafforzamento di questo progetto squisitamente politico ha richiesto notevoli quantità di illuminazione professionale e attrezzature video, lunghe trasmissione in diretta sui canali televisivi nazionali, e numerose notizie moralmente ed eticamente edificanti. In questo contesto. discorsi ben costruiti del Patriarca hanno contribuito a spingere i fedeli verso la scelta politica giusta (ossia per Putin), nel difficile periodo pre-elettorale. Inoltre, la messa in scena deve continuare; le immagini necessarie devono essere bruciate dalla memoria e costantemente aggiornate; occorre dare l’impressione che sia qualcosa di naturale, costante e obbligatoria.

La nostra improvvisata manifestazione musicale nella Cattedrale di Cristo Salvatore col canto “Madre di Dio, liberaci da Putin” ha violato l’integrità dell’immagine mediatica che le autorità avevano generato con un lavoro così lungo. E ne ha rivelato la falsità.

Nel nostro spettacolo abbiamo osato, senza la benedizione del Patriarca, cercare di unire l’immaginario visuale della cultura ortodossa con quella della protesta, suggerendo così alle persone intelligenti che la cultura ortodossa non appartiene solo alla Chiesa ortodossa russa, al Patriarca e a Putin, e che potrebbe anche allearsi con la ribellione civile e con lo spirito di protesta in Russia.

Forse l’effetto mediatico, sgradevole e di vasta portata, dalla nostra intrusione nella cattedrale è stato una sorpresa per le stesse autorità. In un primo momento, hanno cercato di presentare la nostra performance come uno scherzo fatto da persone senza cuore, atei militanti. Questo è stato un grave errore da parte loro, perché a quel punto eravamo già conosciute come un gruppo punk femminista anti-Putin, che aveva già fatto assalti mediatici contro i principali simboli politici del paese.

Alla fine, considerando tutte le irreversibili perdite, politiche e simboliche, causate dalla nostra creatività innocente, le autorità hanno deciso di proteggere il pubblico da noi e dal nostro pensiero anticonformista. Così è finita la nostra complicata avventura punk nella Cattedrale di Cristo Salvatore.

Ora ho sentimenti contrastanti su questo processo. Da un lato, ci aspettiamo un verdetto di colpevolezza. Rispetto alla macchina giudiziaria, noi non siamo nessuno, e abbiamo perso. D’altra parte, abbiamo vinto.
Tutto il mondo vede ora che il procedimento penale contro di noi è stato fabbricato. Il sistema non può nascondere la natura repressiva di questo processo. Ancora una volta, il mondo vede la Russia in modo diverso da come Putin cerca di presentarla nei suoi quotidiani incontri internazionali. Chiaramente, nessuna delle promesse di Putin di procedere verso uno stato di diritto sono state mantenute. E la sua affermazione che questa corte sarà obiettiva e che pronuncerà un verdetto equo è l’ennesimo inganno verso tutto il paese e la comunità internazionale. Questo è tutto. Grazie.

Pussy Riot, sentenza il 17 agosto: “Non abbiamo paura”

Quel giorno, alle 15, sapremo se la caccia alle streghe lanciata dal regime putiniano avrà avuto effetto.

Oggi, finalmente, al processo sono intervenute anche le ragazze, “colpevoli” di un concerto anti-putinano in chiesa. Hanno defiito il procedimento contro di loro di stampo staliniano.

“Questo non e’ un processo contro le Pussy Riot, ma contro l’intero sistema politico russo”, ha spiegato Nadezhda Tolokonnikova (22 ani), alla sbarra insieme a Yekaterina Samutsevich (29) e Maria Alyokhina (24). “Il ricorso alla violenza per reprimere le proteste della società, costringere le persone alla passività politica, noi tutto questo non lo accettiamo. La sola aria che si respira in Russia è diventata dolorosa per noi. Non abbiamo mentito neanche per un secondo di fronte a questo tribunale, ma l’accusa lo ha fatto piu’ volte. Ma la gente se ne è accorta. La verità prevarrà”‘, ha concluso. Indossava una maglietta blu con la scritta (antifascista) No Pasaran!

“Non mi fate paura. Potete portarmi via la mia presunta liberta’, ma in questo paese non ce n’è di vera. La mia libertà interna non potrete sottrarmela”, ha detto Alekhina.

Parole sante.

Come spiega Matteo Tacconi (che ricorda un episodio del passato cecoslovacco), questo processo contro le Pussy Riot sta distruggendo quel poco di immagine internazionale della tirannia putiniana:

http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/136488/

Oggi al loro fianco è intervenuto anche il nostro Vasco Rossi.
Ad maiora

Erdogan da Putin (senza Berlusconi)

Mentre i quotidiani italiani si dilettano a contare i followers di Grillo, quelli turchi continuano a concentrarsi sulla visita del loro primo ministro a Mosca.
Da quel poco che sono riuscito a leggere, ignorata invece nel Bel Paese.
Eppure la Turchia è un elemento fondamentale nello scacchiere del Mediterraneo, soprattutto ora che riceve migliaia di profughi dalla Siria.
Di Siria hanno discusso Putin e Erdogan ieri. Pur rimanendo su posizioni distanti.
Qualche tempo fa i due, quando stavano per firmare l’accordo per il passaggio in territorio turco del gasdotto South Stream si trovarono al tavolo anche Berlusconi, che si vantò di aver avuto un ruolo centrale nel patto:
http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/economia/eni-gas/turchia-berlusconi/turchia-berlusconi.html
Il gasdotto, nato da una joint venture tra Gazprom ed ENI, ha visto negli ultimi tempi la compagnia statale italiana fare ampi passi indietro; con la crisi è infatti diminuito pesantemente il consumo di gas in Italia. E per diventare l’hub del gas avremmo bisogno di strutture, costose e impattanti in un territorio ad alta densità umana come il nostro.
Ad maiora.

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Omicidio Politkovskaja, individuato l’organizzatore. Sembra.

Un’altra svolta, che svolta non sembra essere, nelle indagini sull’omicidio di Anna Politkovskaja, la giornalista russa assassinata a Mosca 6 anni fa.
Dopo un primo processo finito nel nulla le autorità hanno arrestato quello che ritengono possa essere l’organizzatore dell’assassinio: Dmitry Pavlyuchenko, ex ufficiale della polizia in pensione.
Non è una pista nuova questa che segue la giustizia russa. Su questo cammino, il regime si è già avviato anni fa. Senza esito.
Questa la ricostruzione degli investigatori.
A eseguire l’omicidio, un piccolo gruppo che ha individuato la casa, seguito e alla fine ucciso – il 7 ottobre del 2006, con una Makarov, la più importante giornalista russa (ovviamente avversa alla Russia di Putin).
Un gruppo che avrebbe agito senza un motivo apparente e senza che sia stato mai individuato (o cercato) il mandante di questo omicidio. Politico.
In primo grado i giudici hanno smontato passo a passo la lacunosa inchiesta mandando assolti tutti gli imputati.
Poi indagini azzerate. Con l’arresto del terzo fratello ceceno (che era latitante durante il processo) Rustam Mahkmudov, che ora si immagina possa essere stato l’esecutore materiale. Gli altri due fratelli erano però stati assolti, anche grazie alla prova del Dna.
Ora un nuovo arresto, quel Pavlyuchenko che al processo era già stato coinvolto ma come testimone. Lì aveva dichiarato che l’imputato Serghei Khadzhikurbanov, ex funzionario di polizia, gli aveva detto di “avere a che fare col mondo della stampa”. Anche Khadzhikurbanov è stato comunque assolto in primo grado.
Ora lo stesso Pavlyuchenko, che molti a Mosca immaginino faccia parte dei servizi segreti (Kgb, o come si chiamano adesso) è stato arrestato come organizzatore dell’omicidio.
Una tipica vicenda alla russa, con i personaggi delle Matrioske che si aprono una dietro l’altra svelando sempre nuovi personaggi (che si somigliano un po’ tutti)
Chissà quando qualcuno cercherà davvero di capire chi, all’interno della
Matrioska, è il personaggio più piccolo, quello più importante, quello che ha dato inizio al tutto.
Ad maiora

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