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Parole nuove per la politica

Parole nuove per la politica: un libro anche per capire il nuovo vento a Milano

Un libro che è importante leggere anche per capire chi è Maria Grazia Guida, da poco nominata vice sindaco di Milano. E per riflettere su ciò che ha rappresentato e rappresenta per la capitale morale la Casa della carità, che è qualcosa di più di un luogo dove vengono accolti migranti senza casa.

“Parole nuove per la politica” è un volume del Saggiatore curato da don Virginio Comegna e Maria Grazia Guida. Sintetizza una serie di incontri che si sono svolti a Sasso di Maremma nei quali sono stati posti al centro dell’attenzione cinque parole: fraternità, riconciliazione, gratuità, generatività (ossia quando un individuo estende le proprie preoccupazioni anche ad altri) e Costituzione.

Dei numerosi saggi pubblicati, quello di Romano Prodi dedicato alla società globale è decisamente il più scontato e inutile (anche se il più pubblicizzato).

Sono invece importanti, anche in vista di una comprensione della nuova amministrazione comunale milanese, le parole di don Colmegna che scrive: «Il “non abbiate paura” di ispirazione evangelica qui diventa principio politico che libera dalla paura». Una riflessione simile a quella fatta da Giovanni Bianchi nel volume: «La gestione della paura è un elemento della modernità e dello Stato moderno. Non è un virus approdato sulle cose italiane con i barconi dei disperati che attraversano il Canale di Sicilia». La frase su “è finita la politica della paura” è tra le prima che ha pronunciato anche la Guida una volta presentata come vice di Pisapia.

Il neo-vicesindaco, nel suo contributo al libro, offre una riflessione sulla cosa pubblica: «Il vero governo della polis non abita più nell’amministrazione della casa pubblica, il Comune, ma è il prodotto dell’intreccio di una pluralità di interessi finanziari. Il suolo non è più indivisibile patrimonio collettivo della comunità insediata, ma un asset finanziario di prima grandezza». Riflessione alla quale contrappone questa nuova visione, sulla quale immagino imposterà la sua esperienza amministrativa: «Siamo tutti un po’ azionisti della città, se possediamo almeno un alloggio, ma il nostro contributo alla costruzione della città stessa rischia di essere simile a quello che un piccolo risparmiatore può avere sulle scelte di una grande compagnia».

Tra le riflessioni più interessanti (fatto che stupirà chi mi conosce) ho trovato quelle di Massimo Toschi su Caino e Abele. L’assessore alla Cooperazione internazionale della Regione Toscana ci pone davanti al quesito: «Ciascuno deve decidere se vuole essere il guardiano del fratello o l’omicida del fratello, là dove la fraternità si rovescia in violenza». Per fare una risposta davvero interessante (che merita di essere letta per intero) e che questa frase, in parte riassume: «Se Caino fosse rimasto dentro la macchina della violenza che tutto stritola – Caino uccide e poi viene ucciso – questo brano non ci avrebbe interessato. Ma Dio dice che anche chi uccide, il carnefice, è nostro fratello, è sotto il segno di Dio e da lui protetto. Dio non ha protetto Abele ma ha protetto Caino. Se viene protetto, egli, nella conversione radicale, ha la possibilità di diventare Abele. Tutti possono diventare Abele perché su Caino c’è il segno di Dio».

Insomma un libro da leggere perché spiega anche su quale nuove parole politiche si basi il nuovo vento che spira a Milano, Napoli e ora – con questi clamorosi risultati referendari – anche nel resto del Paese.

Ricordandosi quel che scriveva Benedetto Croce e che nel libro è più volte ripetuto: «La politica è l’unica professione senza una specifica formazione. I risultati sono di conseguenza».

Ad maiora.

Parole nuove per la politica

A cura di don Virginio Colmegna e Maria Grazia Guida

Il Saggiatore

Milano, 2010

Pagg. 14

Euro: 16

maidan arancione durante la rivoluzione a kiev in ucraina

Le piazze arancioni, da Kiev a Milano

Tra ieri e oggi più di un giornale ha mostrato le foto della piazza dell’Indipendenza a Kiev durante la rivoluzione arancione affiancandole con quelle delle piazze arancioni di Milano e Napoli.

Ho avuto la fortuna – professionale  – di essere presente in entrambe le occasioni. Sia in Ucraina, sul Maidan, nel 2004, sia l’altra sera in piazza Duomo a Milano.

Il colore arancione per quanti parteciparono alla campagna per le presidenziali ucraine fu una scelta dirompente. Era un superamento del rosso. Ma era anche una identificazione molto forte. Lì chiunque lo indossasse, chiunque lo esponesse al balcone come al finestrino dell’auto, segnalava la propria posizione politica, il proprio contrapporsi al regime di Kuchma e Janukovich.

Si usava il proprio corpo, i propri vestiti, come strumento per fare politica. Uno strumento rischioso. Non scoppiò la guerra civile solo per l’estrema responsabilità sia dei militari che di chi gestì quella piazza enorme. E uno dei giornalisti di punta dell’opposizione non finì, pochi mesi prima, decapitato.

Su quelle vicende ho anche scritto un libro: Bandiera arancione la trionferà (Melampo, 2007). Ero ai tempi convinto che quella scossa democratica avrebbe potuto minare le fondamenta della Russia di Putin. Ma l’omicidio della Politkovskaja e l’abile azione controrivoluzionaria messa in campo dal regime (grazie ai Nashi, veri balilla putiniani, in queste settimane estive di nuovo impegnati nei week end procreativi per mantenere la russità della Madre Patria) fecero naufragare tali velleità.

Eppure quel virus democratico è arrivato fino al Mediterraneo. Dapprima con le rivoluzioni in Egitto e Tunisia. Lì non si è utilizzato l’arancione ma il pugno chiuso di Otpor (movimento serbo filo-americano e anti-Milosevic dal quale tutto è partito) che ha cominciato a sventolare in piazza Tahir ha dato l’idea di un testimone che non è stato lasciare cadere. A tal proposito suggerisco la lettura del libro di Gene Sharp “Come abbattere un regime” appena pubblicato da Chiarelettere.

Ora quelle bandiere e quei palloncini arancioni hanno accompagnato le vittorie elettorali di De Magistris e Pisapia. Anche se, a differenza che a Kiev o al Cairo, qui i rischi per chi manifesta in tal modo sono, fortunatamente, pochi.

L’entusiasmo che portò alla vittoria elettorale (al terzo turno) di Jushenko in Ucraina si è trasformato in breve tempo in una grande delusione. Le divisioni nello schieramento arancione hanno contribuito alla plateale sconfitta nelle ultime presidenziali ucraine.

Staremo a vedere se a Milano e Napoli gli “arancioni” riusciranno a non commettere gli stessi errori.

Ad maiora.

Natalija Estemirova

Serata in ricordo di Natalija Estemirova

Venerdì sera (20 maggio) l’associazione Annaviva organizza una serata in in ricordo di Natalija Estemirova.

Ci troveremo dalle 20.45 alla Libreria Popolare di Via Tadino 18 a Milano.

La scorsa estate il prendente Medvedev annunciò che erano stati individuati i killer della giornalista russa uccisa tra la Cecenia e l’Inguscezia nel luglio 2009. La stampa di tutto il mondo (e anche la distratta politica internazionale) si accontentò di quella dichiarazione propagandistica. Sono passati dieci mesi e i killer, sempre che fossero stati veramente individuati, se ne vanno a spasso per la Federazione Russa o magari per l’Europa.

Assassinata a colpi di makarov 9 mm, la stessa arma che usarono per uccidere Anna Politkovskaja. Una pistola un tempo in dotazione alle forze armate sovietiche. Per Natalija come Anna, stranamente, non sono mai stati trovati gli esecutori materiali.

Le due giornaliste erano d’altronde attive sul fronte dei diritti umani ed erano invise a quel presidente ceceno (l’impresentabile Ramzan Kadyrov) grazie ai cui petrorubli si è assistita qualche giorno fa alla patetica partita di calcio che ha visto protagonista anche Maradona. Triste esempio di uno spettacolo globale del quale lo sport è uno dei principali motori.

Di questo e di altro parleremo venerdì sera a Milano. Ascoltando Fabrizio Ossino, che si è da poco laureato alla Sapienza di Roma con una tesi su come i media europei hanno coperto l’omicidio Estemirova.

Con imbarazzanti risvolti anche per il giornalismo nostrano.

Vi aspettiamo.

Ad maiora

fulvio molinari giornalista

Addio a Fulvio Molinari

Quando la Rai di Milano aveva una missione nazionale ed internazionale (prima delle paradossali feste di piazza per un ritorno in auge, totalmente assente) da qui si partiva per andare a seguire le guerre nei Balcani.

La prima tappa era la sede Rai di Trieste. Lì ad accoglierti e a prodigarsi in consigli c’era sempre Fulvio Molinari, a lungo inviato e poi caporedattore. Fulvio ci ha lasciato ieri sera, a 74 anni.

Aveva sempre un atteggiamento professionale e sensibile. D’altronde lo stesso Molinari era un profugo, essendo nato in Istria nel 1937. Era arrivato a Trieste in barca, accolto in un campo profughi.

La guerra, scoppiata dappirma in Slovenia e Croazia nel 1991, l’aveva seguita in prima persona.

Diventato capo redattore della Tgr del Friuli-Venezia Giulia, aveva firmato il “foglio d’uscita” per Marco Lucchetta, Alessandro Ota e Dario D’Angelo, uccisi a Mostar nel 1994 da una granata sparata dal settore croato mentre stavano intervistando dei bambini (che, protetti dai corpi degli inviati, si salvarono).

Molinari dal 2004 era segretario del Premio Giornalistico Marco Lucchetta.

Tutt’altro che noioso, Fulvio aveva seguito le cronache sportive e aveva prestato la sua voce anche ad alcune performance musicali.

Alcune in dialetto:

http://www.youtube.com/watch?v=BTVMxS1equs

Altre in italiano, nella bellissima “Madre dolcissima”:

http://www.youtube.com/watch?v=1Z6QPFOluCM

Ciao Fulvio, che la terra ti sia lieve.

Davide Corritore lascia Palazzo Marino

Ho conosciuto Davide Corritore quando, più di un lustro fa, sfidò Bruno Ferrante alle primarie del centro sinistra per il candidato sindaco di Milano. Da indipendente perse e si candidò poi nella lista di Ferrante. Venne eletto e mentre l’ex prefetto, sconfitto dalla Moratti, abbandonò subito l’opposizione, Corritore proseguì la sua battaglia a Palazzo Marino.

Ora ha deciso di non ricandidarsi per la prossima consigliatura e l’ha annunciato (essendo – da tempo – un uomo attento alle tecnologie) via youtube:

http://www.youtube.com/watch?v=BskzbE1nqXY

Davide Corritore ha creduto nel progetto del Partito democratico, aderendovi fin dalla sua nascita. Poi, come molti, ne è rimasto deluso. Ha mantenuto la sua indipendenza (e il suo fiuto politico) sostenendo fin dall’autunno la candidatura di Pisapia per il centro sinistra e criticando il Pd che aveva scelto Stefano Boeri (poi sonoramente bocciato dagli elettori di centro sinistra).

Ma soprattutto in Consiglio comunale in questi anni si è battuto per due temi delicati per la città, come la svendita di Metroweb e la bolla dei derivati. Tematiche che forse non scaldano l’opinione pubblica come le cacche dei cani o la paura dello straniero, ma che impattano pesantemente sul bilancio del Comune (e quindi sui servizi che eroga e sui tagli che fa).

Corritore, dal suo sito, dice che continuerà a far politica anche senza stare seduto in uno scranno elettivo:

http://www.davidecorritore.it/home.html

In bocca al lupo.