Francia

La mia Mosca, tra Anna e Piero

Sempre 1937Ripubblico gli “appunti moscoviti” scritti dopo il viaggio russo di Annaviva nell’agosto del 2008.

Ad maiora

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Cosa mi ha impressionato di più di questa “gita” a Mosca di Annaviva nell’ambito di questa campagna di “turismo responsabile” che  abbiamo lanciato? Non è facile a dirsi.

Forse la scrivania di Anna Politkovskaja alla “Novaja Gazeta”. Lì ne ho percepito l’assenza, il vuoto incolmabile. Forse più lì che al cimitero dove pure un foglio di marmo bianco con cinque buchi (a rappresentare i 5 colpi di pistola che credevano di farla tacere per sempre, non pensando che la sua morte avrebbe reso immortali i suoi scritti) orna la sua tomba, accompagnata da una foto in cui Anna sorride.

Un cimitero davvero bello anche se fuori mano (capolinea del metrò viola e pullman per raggiungerlo), pieno di tombe di militari o ex militari. Quegli stessi con cui Anna discuteva da viva e chissà, magari discute anche da morta.

La redazione della Novaja ha una sorta di museo all’ingresso. Foto di caduti, monitori di colleghi uccisi. È la redazione di un paese che nell’indifferenza esterna (e interna)  che ha dichiarato guerra alla libertà di stampa.  E anche alla libertà di manifestare. Il 31 di ogni mese le opposizioni manifestano per chiedere la difesa dell’articolo 31 della costituzione della Federazione russa. Lo chiamano il “rally delle opposizioni”. Ed è proprio un rally nella burocrazia neo sovietica del comune di Mosca che ogni volta vieta la manifestazione con motivazioni risibili.  Il 31 agosto piazza Triumfal’naja era stata assegnata già a dieciciclistidieci che si sono esibiti in mezzo a un esercito di polizia, di forze speciali, di telecamere e fotografi e qualche decina di manifestanti. 80 dicono gli organizzatori e non mi parte fossero di più. 80 (molti dei quali giovani e anziani dei NazBol, i Nazional Bolscevichi)  comunque coraggiosissimi, pronti ad essere arrestati in malo modo da omoni vestiti in mimetica solo se perché sollevavano un cartello o cantavano provocatoriamente in faccia agli uomini in divisa.  Nel complesso sembrava una manifestazione nel cortile centrale di un carcere. Mi ha ricordato il centro di San  Vittore, quando viene l’arcivescovo in visita. Le braccia protese dei detenuti si mischiano e faticano a toccare il prelato. Gli agenti della polizia penitenziaria italiana comunque si comportano molto meglio coi detenuti che gli Omon con i manifestanti non autorizzati (ieri l’Altra Russia, qualche tempo fa il gay pride vietato dall’omofobo sindaco di Mosca).

Quando Berlusconi dice che quelli che scendono in piazza contro il suo amico Putin sono solo pochi esagitati, dovrebbe farsi un giro a Mosca in un 31 del mese. Mettersi in un bar di fronte a dove si schierano migliaia di agenti non per reprimere un corteo di hezbollah armati, ma per qualche decina di pacifici manifestanti . E’ una lezione di democrazia quella che ci han fornito quei pochi manifestanti, molti dei quali comunisti. Ed è stato molto divertente e istruttivo inviare su twitter le foto dei numerosi arresti che mi sono capitati sotto l’Iphone. Il telefonino è di fatto una redazione ambulante, necessario direi per chiunque non voglia fare il giornalista impaludato in attesa di indicazioni e censure dai capi e di veline  e comunicati stampa.

La visita al mausoleo di Lenin è sempre istruttiva. Coi suoi soldatini che ti invitano al silenzio e a star poco di fronte al padre di tutto  questo disastro che, come si vede, non è finito con la fine dell’Unione sovietica. Non una scritta marxista-leninista, non un simbolo di falce e martello è stato tolto nel paese che piace tanto al nostro primo ministro. Nelle metropolitane in questi giorni, per completare l’opera, hanno anche riesumato vecchie scritte di Stalin. In fondo la missione dell’agente Putin prosegue senza sosta. E sono pochi i russi che si lamentano. Non c’è l’abitudine. Nemmeno quando Stalin fece abbattere la cattedrale di Cristo Salvatore (ora ricostruita).  Sulla vicenda ha scritto il compianto Ryszard Kapuscinski in Imperium: “Lasciamo un attimo spaziare la fantasia. E’ il 1931.  Immaginiamo che Mussolini, a quel tempo capo del governo, ordini di distruggere la basilica di San Pietro a Roma. Immaginiamo che Paul Doumer, l’allora presidente di Francia , faccia demolire la cattedrale di Notre Dame a Parigi. Immaginiamo che il maresciallo Pilsudski faccia distruggere il santuario di Jasna Gora a Czestochowa. Riusciamo a immaginare una cosa del genere? No. (…) E gli abitanti di Mosca che dicono (a quel tempo sono tre milioni)? Dopotutto si sta buttando giù il loro San Pietro, la loro cattedrale di Notre Dame, il loro santuario di Jasna Gora. Che dicono? Non dicono nulla. La vita continua. La mattina gli adulti vanno al lavoro, i bambini a scuola, le nonne si mettono in coda. Ogni giorno qualcuno viene portato via di casa, un conoscente e’ prelevato sul lavoro, un vicino sparisce. E’ la vita”.

Credo che l’assenza della classe media (capace di indignarsi per le scappatelle del premier come delle molestie del direttore del giornale dei preti) in Russia sia sempre un lascito dei comunisti. Molti imprenditori e commercianti infatti fuggirono durante la rivoluzione e gli altri furono fatti fuori. Come ricorda un mio caro amico socialista, alla fine del franchismo la Spagna si trovò con industria e commercio. Alla fine dell’Unione sovietica, il paese si trovò con i negozi vuoti.

L’assenza della classe media, l’ho percepita al cimitero Troekurovo, dove in pochissimi abbiamo festeggiato il mancato cinquantunesimo compleanno della Politkovskaja. Familiari a parte, eravamo più italiani che russi. Ci sarà più gente il 7 ottobre, ci hanno assicurato. E nel 2010 spero che il “turismo responsabile” di Annaviva (e “Critica sociale”) riesca a organizzare un altro viaggio in Russia in quella data.

Ma voglio chiudere questo shangai di sensazioni con qualche nota positiva.

Gli incontri con la redazione della Novaja Gazeta e con i dirigenti dell’ong Memorial, mi hanno veramente aperto il cuore.

Persone gentili e di buon senso, felici che qualcuno venuto da lontano si interessasse alle loro battaglie per la libertà di stampa e per la memoria. Sono due facce della stessa medaglia l’organizzazione che si batte per i diritti umani e il giornale di Anna che fa informazione senza dover rispondere al putinismo imperante. Rappresentano davvero l’altra Russia, minoritaria fin che si vuole, ma coraggiosa, ardita. La mia formazione gobettiana mi ha fatto pensare a Rivoluzione liberale il giornale torinese che sfidava il fascismo negli anni della sua nascita. C’era già stato l’assassinio di Matteotti ma tanti italiani stavano in silenzio di fronte alla violenza fascista, ai soprusi della camice nere, alle botte ai manifestanti, alle sedi sindacali e di partito violate da sgherri tollerati dalle autorità. Piero Gobetti e pochi altri avevano capito da subito cosa sarebbe diventato il regime mussoliniano. Non avevano avuto bisogno delle leggi razziali e dell’entrata in guerra per capire dove avrebbe condotto il Paese. Erano pochi gli antifascisti al tempo. Sono pochi gli antiputiniani in Russia oggi. Ma io sono certo che un giorno vinceranno e che il 7 ottobre di ogni anno tante persone si raduneranno per ricordare Anna Politkovskaja, martire della libertà.

#Depardieu arriva a #Sochi. La #Russia diventa un paradiso fiscale

La Russia, il paese dove si è sperimentato il marxismo-leninismo, ora rischia di diventare un paradiso fiscale per chi non vuole pagare le tasse nel suo paese. Naturalmente, solo se è ricco e adula il piccolo zar Putin.
L’attore Gerard Depardieu cui il cattivo (ma socialista) Hollande voleva far pagare le tasse è arrivato a Sochi, sul Mar Nero, per incontrare il presidente Putin.
Sochi era la meta turistica preferita dai dirigenti del Pcus ed è stata ovviamente scelta da Putin come luogo dove incontrare gli amici, come Silvio o Gerard, cui oggi verrà consegnato il passaporto russo. In quella località, marittima, grazie ai fondi di Gazprom, sono state assegnate le Olimpiadi. Quelle invernali, naturalmente. Il Caucaso è proprio lì dietro. Come la Cecenia. Anche per questo è stata lanciata una campagna di boicottaggio.
E all’attore francese (ma non solo) stanno a cuore i dittatori, come il presidente Kadyrov che l’ha subito invitato a stabilirsi in Cecenia.
Alla festa di compleanno del capo dei ceceni (filo-russi) il francese si era messo a urlare (dietro compenso) inni di gioia per l’uomo di Putin a Groznij.
Il presidente che fece radere al suolo la capitale cecena fu d’altronde insignito della massima onorificenza francese, la Legion d’onore. A presiedere la Francia era il gollista Chirac.
Ad maiora

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Domani l’anniversario dell’assedio di Sarajevo con una Bosnia ancora divisa

Domani è il diciannovesimo anniversario dell’inizio dell’assedio di Sarajevo che iniziò il 5 aprile 1992 con le manifestazioni in piazza e i primi spari sul viale dei cecchini.

Eppure proprio in questi giorni la Bosnia si presenta divisa all’appuntamento.

Fifa e Uefa hanno deciso di sospendere la nazionale di calcio dai campionati europei ed internazionali finché non sarà cambiato lo statuto. La Federazione calcistica della Bosnia e Erzegovina infatti non può avere più di un presidente: ora ne ha tre. Ma quella è una repubblica dove tutto “etnicamente” diviso, anche il calcio.

Sarajevo ha comunque sei mesi di tempo per adeguarsi al regolamento internazionale. Il prossimo incontro dovrebbe essere il 3 giugno contro la Romania per le qualificazioni a Euro 2012. La Bosnia è nel girone D, guidato dalla Francia. È quarta classifica, un punto dietro Bielorussia e Albania. La punta della squadra è Edin Džeko, nato proprio a Sarajevo il 17 marzo 1996, due settimane dopo la fine dell’assedio della città. Ora gioca nel Manchester City di Mancini (e Balotelli).

Sul fronte politico, mercoledì scorso si è dimessa Borjana Krišto, presidente (croata) della Federazione della Bosnia e Erzegovina. L’impasse politica potrebbe portare a nuove elezioni.

Ad maiora.

Haiti in emergenza continua, ma c’è chi non si ferma

Partiamo dalla fine del nostro viaggio, della nostra trasferta ad Haiti, organizzata per realizzare uno speciale Tg1, per un Tv7 (dovrebbe andare in onda venerdì 8 novembre, ma siamo ancora in fase di montaggio).

La prima delle tappe del nostro – lungo – rientro in Italia è l’isola di Guadalupa. Lasciamo l’aeroporto un po’ terremotato e vecchiotto di Port-au-Prince (dedicato a Louverture, leader della lotta di indipendenza) e atterriamo in quello luminoso e nuovo di Point-à-Pitre, capoluogo di quest’isola caraibica che e’ territorio d’oltremare della Francia.
Anche qui tanti neri, figli di quelle centinaia di migliaia di schiavi che gli imperi coloniali rapirono in Africa e deportarono qui, per coltivare canna da zucchero e cacao.
Ma qui a differenza di Haiti le strade sono belle, ci sono i turisti e si percepisce una certa ricchezza. Qui non ci fu la rivolta degli schiavi e gli abitanti divennero cittadini francesi già nel 1816.
Chi si ribellò agli imperialisti francesi, come gli haitiani (indipendenti dal lontanissimo 1804) vive ora nella miseria, schiantato prima da dittatori doc e flagellato poi da cicloni, terremoto e ora persino dal colera.
Coloro che duecento e passa anni fa accettarono la vita da schiavi e non buttarono i coloni a mare oggi invece viaggiano con un passaporto Schengen in tasca (anche se pure lì non mancano i problemi economici, visti i massicci scioperi che hanno scosso l’isola un anno fa). Sono cittadini di uno dei paesi del G8.
Lo schiavo silente rappresenta dunque il modello vincente? Non credo.

Nei dieci giorni nei quali abbiamo seguito i cooperanti di Avsi in giro per Haiti, abbiamo percepito un’isola sfortunata ma orgogliosa, caotica ma viva, ribelle ma educata. È un posto complicato dove vivere. Ma lasciarlo non è facile. La mente anche a 5000 chilometri di distanza continua ad andare là.

Il perché non è facile spiegarlo. Ma racconto un episodio forse secondario, ma a mio avviso indicativo. Da queste parti c’è miseria (quasi ovunque: ci sono i ricconi anche qui, ma vivono sulle colline che dominano la capitale, circondate da guardie del corpo armate e pronte a sparare a ogni rumore), si cammina  spesso tra i rifiuti e – sempre – su strade dissestate, si fa lo slalom tra cani e maiali. Eppure sono tutti vestiti in modo elegante: chi ha i soldi per comprarsi un abito, ha cura di quel che indossa. Si cercano di mantenere scarpe e automobili pulite, anche se l’avversario fango è difficile da sconfiggere.


Nelle scuole che Avsi costruisce sull’isola, i bambini indossano divise pulite e stirate. E le mamme passano le ore a sistemare i fiocchetti coloratissimi sulle teste delle loro figlie. Sia di quelle che godono del sostengono a distanza della generosità italiana sia di quante hanno i genitori che devono uccidere il maiale per pagare la retta scolastica. E non è un modo di dire, non è un’espressione figurata.

Da questa enorme dignità bisogna partire, se si vuole vedere al di là dello sfracello che ti si presenta dietro ogni angolo della caotica Port-au-Prince, che ti fa stringere il cuore davanti a bambini nudi che fanno la cacca all’aperto, in mezzo ai rifiuti.

E bisogna prima di tutto fare affidamento sui giovani, sulle prossime generazioni per immaginare il futuro di Haiti.

L’isola caraibica (in realtà è solo metà dell’isola di Hispaniola: dall’altra parte del confine c’è la più fortunata Repubblica Dominicana) passa da una disgrazia all’altra, da un’emergenza all’altra, da un codice rosso a un codice giallo e viceversa senza soluzione di continuità.

Nel 2008 furono quattro cicloni, uno dietro l’altro, a devastare Haiti. Poi nel gennaio di quest’anno il terremoto che ha raso al suolo moltissimi palazzi (presidenza, ministeri e cattedrale su tutti) e ha fatto strage di 250 mila persone. Da qualche settimana, come se non fosse bastato questo uno-due, è arrivato anche il vibrione del colera che, sull’isola, mancava da decine di anni.

Per questo, chi lavora per sostenere Haiti deve continuamente parametrare il proprio intervento in base all’ultima emergenza.

In questo periodo, ad esempio, per spiegare come evitare il contagio, il local staff di Avsi sta insegnando ai bambini in che modo lavarsi le mani correttamente.
Una volta educati loro, saranno poi i primi a rimproverare mamma e papà se non si puliscono a dovere. Anche se le condizioni igieniche non aiutano. Baracche con lamiere arrugginite, senza acqua potabile, senza energia elettrica. E se il terremoto ha abbattuto anche questi umili giacigli, non rimangono che le tende, ormai consunte da dieci mesi di sole caraibico.
Uscendo da una delle tendopoli più degradate, fuori dal terribile quartiere di Cité Soleil (comune della capitale haitiana che sorge tra l’aeroporto e il mare, invaso da quintali di rifiuti e milioni di topi, base delle bande armate haitiane più pericolose, dove Avsi ha numerosi centri costruiti e in costruzione) ho chiesto a Fiammetta Cappellini: come fai a sopportare tutto questo ogni giorno? Come riesci a lasciare questi bambini nel fango senza piangere tutte le lacrime del mondo. E la responsabile della Fondazione Avsi ad Haiti mi ha risposto: basta non pensarci, basta continuare a lavorare.
Mentiva.
Fiammetta ci pensa ogni giorno a quei disperati, ogni ora, ogni momento.
Abbraccia suo figlio Alessandro e suo marito Fritz, ma il cellulare vibra sul tavolo in continuazione. E lei ha una parola per tutti, risolve qualunque problema si ponga (e vi assicuro che se ne pongono più di quanti si possa immaginare, perché spesso alla furia della natura si aggiunge la stupidità umana, creando un mix davvero micidiale).
Senza di lei, senza quel che fanno i cooperanti e quanti lavorano per l’Avsi (come per Msf o la Croce rossa e tutte le organizzazioni che operano da queste parti), senza il sostegno dei tanti che li aiutano da lontano – dall’Italia e non solo – Haiti sarebbe sicuramente un posto peggiore.
L’isola degli schiavi ribelli ha ancora bisogno di aiuto. Quei bimbi eleganti, dopo terremoti e tragedie varie, saranno il futuro di questo Paese. Un futuro che passerà per l’istruzione e per l’agricoltura. Per rendere, almeno da questo punto di vista, Haiti indipendente non solo a livello politico, ma anche materiale. Per tornare a trovare prodotti haitiani e non soltanto stranieri nei supermercati dell’isola. Per evitare che ogni pioggia porti, sulle dissestate strade di Haiti, un fiume di sassi e fango.
Anche questo e’ un progetto su cui sta lavorando Avsi. Nel sud dell’isola a Les Cayes, dove la povertà è resa più sopportabile dall’avere campi e non pattume intorno alle (povere) case.

A differenza della Guadalupa, Haiti non è un posto dove passare le vacanze. Ma se avete del tempo libero e qualche competenza tecnica, andate laggiù a dare una mano. E se la cosa risulta impossibile, aiutateli da qui.

Perché come dice il premio Nobel per la Pace Desmon Tutu: «L’apatia di fronte ai sistematici abusi dei diritti umani è immorale. Delle due una: o sostieni la giustizia e la libertà oppure l’ingiustizia e la schiavitù».

Ad maiora.

Niente bianco nella bandiera di Haiti

Non se ne vedono tante, ma nemmeno poche di bandiere nazionali qui ad Haiti. Una enorme sventola di fianco alla Presidenza crollata e altre compaiono accanto alle tendopoli.

Esiste un senso nazionale forse anche più spiccato che da noi. I bambini (fin dalla materna) ogni mattina assistono all’alzabandiera e cantano l’inno nazionale.

Ma sto uscendo fuori tema.

La bandiera haitiana è rossa e blu. Due dei tre colori che compaiono anche nella bandiera francese (potrei fare un cenno a Trois Couleurs di Kieslowski, ma uscire ancora dal seminato) . Ne manca uno, il bianco. Gli haitiani, primi schiavi a rendersi indipendenti nel lontano 1804, tolsero proprio il bianco francese dalla loro bandiera e dal loro territorio.

Parigi non prese con sportività la rivolta degli schiavi. Pretese indennizzi di guerra e pagamento delle perdite terriere. Haiti resistette fino al 1833 e poi dovette pagare 150 milioni di franchi di indennizzo. Il suo debito pubblico iniziò praticamente da allora.

La bandiera rossa e blu senza bianco mi ha ricordato, quasi duecento anni dopo, i vessilli romeni successivi alla caduta di Ceausescu:  con il buco in mezzo per eliminare lo stemma della Repubblica socialista di Romania).

In sedicesimi, anche le manine dei bambini stilizzate di Adro, mi avevano fatto venire in mente la stessa cosa. Prima erano uniti da un cerchio al centro del quale c’era il Sole delle Alpi. Ora sono uniti da circolini vuoti. A meno che non sia cambiato qualcosa da che sono partito.

Ad maiora.