Vita ad Haiti: i germogli

Avevo promesso un pezzo sul futuro agricolo di Haiti. Poi, travolto dall’emergenza colera, mi sono occupato di altro. Ma quando anche questa emergenza finira’ – prima che arrivi la prossima – da qualche parte bisognerà ripartire.
L’ong Avsi crede che proprio lo sviluppo agricolo possa dare le basi di una salvezza. Per questo, nel sud dell’isola, lavora sulla riforestazione. Federico Borrelli, giovane e appassionato agronomo, guida la missione che fa lavorare parecchie persone e che cerca di impedire l’erosione dell’isola.

Qui, per fare carbonella, praticamente tutti gli alberi sono stati tagliati. E ogni volta che piove, le montagne si sciolgono e le strade si riempiono di sassi e detriti.
Quindi gli alberi.
Ma anche educazione per un’agricoltura che permetta una dieta più equilibrata. I bambini in queste zone sono spesso denutriti o mal nutriti. Avsi ha un protocollo che non si limita a fornire cibo (qui la base e’ riso e fagioli) ma segue le famiglie con bambini denutriti e prova a proporre un diverso stile di vita agricola: con animali da cortile (polli e conigli) e una differenziazione delle colture.
Solo il tempo dirà se questi germogli daranno i loro frutti.
Ad maiora.

Piccole cronache haitiane: l’ospedale cubano

Nel sud dell’isola c’è un ospedale costruito dal ministero della salute cubana.
Il medico cubano (che non vuole le telecamere) ci mostra l’astanteria e le sale degenza per uomini e donne. Ci presenta anche l’infermiera – cubana anche lei – che presto sparisce dietro una porta. Non va a curare pazienti. Qui non ci sono pazienti. Il medico e l’infermiera sono qui da un mese pronti a lavorare. Hanno medicinali e buona volontà. Manca pero’ ancora l’autorizzazione ad aprire, dal ministero della salute haitiana. Occorre l’inaugurazione. Speriamo che nell’ambio delle dispendiosa campagna elettorale, qualche politico trovi il tempo di passare di qui, di tagliare il nastro e vedere entrare i primi pazienti. Se davvero l’epidemia di colera si espandesse a macchia d’olio, avere ospedali, pronti ma chiusi, sarebbe un delitto.
Ad maiora

Vita ad Haiti: l’acqua di Les Cayes

Lasciamo per qualche ora Port-au-Prince e ci dirigiamo a sud, verso Les Cayes. L’emergenza colera è distante da qui, ma ci sono riunioni su riunioni per prepararsi all’impatto. Obiettivo: individuare un’area, pianeggiante e asciutta dove organizzare la quarantena. Compito non semplice in un’area umida come questa.

Non sarà facile comunque fermare l’epidemia. In assenza di acqua corrente nelle case, la vita si concentra su rigagnoli e fiumi. Che spesso fanno sia da discarica che da bagno pubblico.

Avsi e tutte le ong che sono presenti qui ad Haiti stanno provando a spiegare a tutti quali le precauzioni da prendere per evitare il contagio, Ma al momento sembrano rimanere inascoltate. Qui d’altronde il colera manca da un centinaio d’anni e quindi non c’è abitudine a “trattarlo”.

Bisognerebbe anche capire come è arrivato su quest’isola bella e sfortunata. Per nove mesi, dal terremoto in avanti, c’erano state altre malattie, ma mai il colera. Ora che c’è nelle tendopoli rischia di fare una strage.

Ora guardate questa immagine. Spiaggia lunghissima, mare caldo, palme a fare da sfondo. Haiti è anche questo e un tempo qui arrivavano i turisti. Ora tutto ciò è inimmaginabile. O meglio è pensabile solo oltre frontiera, nella repubblica domenicana.

Qui tra colera, terremoto e guerre civili, difficile che qualcuno venga presto a fare il bagno in queste acque.

Il rilancio qui potrà passare dall’agricoltura. Ma di questo magari parliamo domani.

Ad maiora.

Liberta’ di stampa vo’ cercando (note a margine della classifica di Rsf)

La classifica resa pubblica oggi da Reporter Sans Frontieres sulla liberta’ di stampa offre una serie di spunti che vanno al di la’ del mero posizionamento “azzurro”.

Il mio occhio e’ caduto sui Paesi che conosco meglio.
Partiamo dall’Africa. Ultima della classifica e’ l’Eritrea (178esima con 105 punti, i paesi migliori hanno 0 punti). Il Paese da cui, dopo un sanguinoso conflitto, si e’ staccata (l’Etiopia) sta leggermente meglio (139esima in classifica, 49,38 punti) ma e’ comunque nella parte bassa della classifica. Mette tristezza pensare a tutte quelle ragazze e quei ragazzi morti nella guerra di liberazione (e, più recentemente, in un assurdo conflitto geografico, per fazzoletto di sabbia) per un Paese ridotto cosi’ dalla sua dirigenza.
Anche le due parti in cui e’ divisa Cipro hanno un destino diverso, sul fronte dell’indipendenza dei giornalisti. La Repubblica di Cipro e’ al 45esimo posto (13,40) mentre Cipro Nord e’ ferma al 61esimo posto (17,25 punti). Dai protettori turchi i giornalisti stanno anche peggio: Ankara e’ al 138esimo posto (49,25).
Un’altro Paese spezzato in due ha delle belle differenze tra Nord e Sud: la Corea. Quella del Sud e’ 42esima in classifica (13,33), mentre il regime del Nord e’ penultimo (177esimo, con 104,5 punti). Li’ decisamente e’ meglio cambiare lavoro…
Vediamo i paesi ex sovietici. I tre baltici si dimostrano parecchi passi più avanti di tutti gli altri; l’Estonia e’ nona (2), la Lituania undicesima (2,50) e la Lettonia trentesima (8,50).
I peggiori sono gli Stan ex sovietici: dal basso verso l’alto, il Turkmenistan e’ 176esimo, l’Uzbekistan 163esimo e il tanto decantato Kazakistan (“Andateci a fare le vacanze”, diceva qualcuno) e’ 162esimo.
L’Ucraina ora al 131esimo posto si e’ avvicinata alla Russia (140esima): Putin può dirsi soddisfatto.
Sul fronte degli slavi del sud, i paesi più frendly verso i giornalisti sono Slovenia (46esima, 13,41 punti) e Bosnia e Erzegovina, al 47esimo posto (malgrado il recente conflitto e’ messa meglio dell’Italia, e la notizia non ha bisogno di commenti).
I peggiori, tra l’ex Jugo, il Kosovo (92esimo posto) e il Montenegro (104esimo). Podgorica – buon ultima – si e’ resa indipendente da Belgrado. Ma in Serbia (85esima) i giornalisti stanno meglio che in Montenegro.
Ad maiora.

In Cecenia torna la guerra

George Bush passerà agli annali per aver festeggiato (su una portaerei a stelle e strisce) la vittoria di una guerra – quella irakena – che non è ancora finita. Mission Accomplished, diceva l’assurdo striscione.

Qualche mese fa il Cremlino ha dichiarato conclusa l’operazione antiterrorimo, ossia la seconda guerra cecena, scatenata anche per favorire la maggiore visibilità possibile per l’allora sconosciuto candidato Vladimir Putin.

Da quando anche la missione russa è stata compiuta, in Cecenia (ma anche in Daghestan  e in Inguscezia) è successo di tutto.

Fino ad arrivare oggi a un assalto al parlamento ceceno, a Grozny, nella capitale, con morti e momentanea presa ostaggi. 13 persone sono rimaste ferite, mentre 4 agenti di sicurezza sono stati uccisi nell’attacco.

L’escalation di violenza d’altronde era nell’aria. Qualche settimana fa i ribelli ceceno avevano attaccato il villaggio natale del presidente Kadyrov, l’ex comandante dei gruppi paramilitari scelto da Putin per gestire il paese col pugno di ferro e il guanto di velluto, finanziato dai soldi russi.

Proprio Ramzan Kadyrov ha imbracciato il kalashnikov e ha guidando l’assalto contro i ribelli. Ribelli che devono venire da chissà dove, visto che alle ultime elezioni, Russia Unita, il partito di Putin e Medvedev, in questa repubblica “indipendente” ha raccolto il 99,9% dei voti.

I miliziani, che erano 4 o 5, sono stati uccisi, anzi “liquidati” come sono soliti dire le forze di sicurezza russe.

Li staneremo fin dentro i cessi, prometteva Putin. Ma nella pentola a pressione caucasica, di terroristi ne nascono – purtroppo – ogni giorno.

Ad maiora.