Month: novembre 2015

Freeheld, una storia di amore e diritti

Freeheld che esce oggi nei cinema italiani è un film da vedere. Se siete persone sensibili, portate i fazzoletti.

La storia d’amore tra un’agente di polizia che si ammala di cancro e che prima di morire vuole lasciare la sua pensione (e la sua casa) alla sua compagna è davvero destabilizzante. Mette in mostra il bigottismo della nostra società, l’omofobia di tanti, troppi. Eppure alla fine le due donne (interpretate magistralmente da Julianne Moore ed Ellen Page) riusciranno ad avere giustizia.

La storia è tratta da una vicenda realmente accaduta in New Jersey. E purtroppo risale non agli anni ’80, ma a due lustri fa.

La pellicola (diretta da Peter Sollett) è ben costruita perché non si rivolge solo un pubblico di attivisti per i diritti degli omosessuali, ma a uno ben più ampio (lo stesso, mi verrebbe da pensare che lo scorso maggio ha votato a favore degli omosessuali nella cattolicissima Irlanda). Di qui la scelta di un attivista gay ebreo (interpretato da Steve Carell) che appoggerà la battaglia della poliziotta ma alla fine ridotto, dalla sceneggiatura, a una sorta di macchietta che con facili battute strappa applausi. A me farà storcere il naso, ma sentendo gli umori della sala durante l’anteprima milanese, sicuramente a molti piacerà. Ed è ciò che conta.

Per il mio carattere donchisciottesco ho invece apprezzato Michael Shannon nel ruolo del collega poliziotto di Laurel Hester (questo il nome dell’agente interpretato dalla Moore) che sarà il primo e a lungo l’unico a battersi per l’amica, a lottare per diritti che sono scontati per le coppie “tradizionali” e che invece sono messi in discussione per quelle omosessuali. Alla fine sarà lui ad avere ragione. Ma facendo tanta fatica e rovinandosi il fegato. Succede a tutti quelli che vanno controcorrente.

Insomma un film che vi fa uscire belli incazzati. Ma anche convinti che, insistendo, anche in solitaria, le cose possono cambiare.

Ad maiora

Le capre felici di Agi

In Val di Gresta, assolata valle dello splendido Trentino, ecco l’allevamento di capre di Agi, giovane donna etiope che ha scelto di vivere nel nostro paese. Ha studiato a Trento e parla il nostro idioma con leggero accento locale. Ha un sorriso che si irradia su chiunque incontri sul suo cammino. Le capre lo sanno e si avvicinano al suo richiamo. Né fischi, né urla. Ma un semplice richiamo che convince gli animali ad avvicinarsi a lei. Anche quando non è orario di mungitura.

Agi alleva da sola 70 capre, le munge e produce formaggio, che vende direttamente.


Se siete tra il Lago di Garda e Rovereto, andate a trovarla.

Questo è il suo sito:

http://www.lacaprafelice.com

Sono capre, come potete vedere dal video, davvero felici.

Ad maiora

Esecuzione

La parola esecuzione, divenuta nel linguaggio dei nostri media espressione normale per indicare “assassinio a sangue freddo, commesso colpendo la vittima a distanza ravvicinata”.

È un fatto grave, non per ragioni di bon ton stilistico ma per ragioni di etica dell’informazione, ragioni a cui i giornalisti italiani appaiono sempre meno sensibili.

La difesa del professionista del settore che usa il verbo giustiziare, il sostantivo esecuzione e tante altre espressioni simili è: “ma io li uso tra virgolette”. Dunque con un distanziamento (forse) ironico, che permetterebbe di considerare questo un semplice espediente di stile, uno di quelli che servono ad “animare” e “vivacizzare”.

Si osservi però che ormai, nel testo della notizia a stampa, le virgolette intorno a giustiziare, esecuzione, ecc., se mai vi sono state, sono da tempo scomparse. Senza contare il fatto che, nelle notizie del tg le virgolette – se pure vi fossero nel testo – non potrebbero comunque essere trasmesse, così che l’ascoltatore le percepisce.

Quel che il lettore-ascoltare delle notizie italiani oggi percepisce è presto detto: la notizia ha assunto, in questo caso, il linguaggio della delinquenza. Dal gergo dei terroristi i giornali italiani hanno assunti usi linguistici oggi diventati normali. Con questi usi linguistici si ottiene un effetto di punto di vista inevitabile.

La notizia sul delinquente (e sui suoi delitti) viene detta (almeno in parte) con le parole del delinquente, ovvero, assumendo (almeno in parte) il suo punto di vista.

Michele Loporcaro, Cattive notizie, Feltrinelli

Le parole sono importanti, diceva qualcuno in “Palombella rossa”…

Ad maiora