Pd

Sara Giudice, l’anti-Minetti, non molla

Arriva all’appuntamento per l’intervista puntuale come un orologio svizzero: non si è montata la testa. Oggi appare in pagina nazionale di Repubblica e oggi e ieri è andata in onda sul Tg3 nazionale.

Forse per questo ieri l’attacco contro di lei è stato concentrico. Sara Giudice (figlia di Vincenzo, ex presidente del Consiglio comunale di Milano), 25 anni, non sembra comunque voler fare passi indietro.

Anzi, nell’intervista in cui ribadisce la richiesta di dimissioni di Nicole Minetti, invita tutti a firmare l’appello che si trova su www.firmiamo.it (è in testa alla classifica tra le più votate).

Per far capire che non è intenzionata a far passi indietro – lei che è iscritta al Pdl e che è consigliera di zona –  sulla foto profilo di Facebook ha messo l’invito a firmare contro la consigliera regionale eletta nel listino Formigoni (col presidente lombardo che invita ad aspettare i tre gradi di giudizio e Sara Giudice che risponde che la giustizia non c’entra, qui si parla di morale).

Anche tra le sue foto sul social network ce ne è una con suo padre (di cui oggi ricorda il passato, non a caso, il Giornale) e col presidente Berlusconi: giusto per far capire che non stiamo parlando di una zecca.

La Giudice (cui arriva la solidarietà di Pd e Fli, anche se lei si rivolge ancora ai giovani del Pdl) fa fondamentalmente una sola domanda: come è stata decisa la candidatura di una “non militante” come l’igienista dentale del premier? In un listino bloccato. Nei primi quattro posti in modo che venisse eletta anche in presenza di una vittoria schiacciante del centro destra alle regionali lombarde.

The answer, my friend, it’s blowing in the wind.

Ad maiora.

Liberista sarà lei!

Un libro contro il liberismo o meglio contro come è stato coniugato in questi anni visto che l’autore Pierfranco Pellizzetti, nella prima parte del volume rimpiange lo spirito di Ernesto Rossi. Ma in Liberista sarà lei (edizioni Codice) scritto a quattro mani con Emilio Carnevali, Pellizzetti parte da un considerazione fatta da Robert Kennedy nel lontano 1968: «Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficina dei fine-settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione del napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari».

Da queste premesse, Carnevali e Pellizzetti criticano quanti «sono sempre pronti a ribadirci, come fossero un disco rotto, il punto decisivo, a loro giudizio: l’economia dell’America liberista crescerebbe annualmente di un punto percentuale in più dell’Europa statalista. Si sono sempre dimenticati di aggiungere che quel punto percentuale differenziale dipende direttamente dalla spesa in committenza del governo degli Stati Uniti. E che quelle committenze sono soprattutto militari».

Gli autori passano poi ad analizzare quelli che sono state le “coglionerie” del capitalismo italiano nel dopo guerra. Tra gli esempi più divertente c’è quello della Perottina (dal nome del suo inventore Pier Giorgio Perotto), il prootipo del pc inventato a Ivrea. Ricordano gli autori: «La famiglia Olivetti, rendendosi conto di avere per le mani un gioiello il cui lancio richiedeva capitali ben superiori a quelli di cui disponeva, convocò il “fantomatico” gotha dei padroni del vapore: Vittorio Valetta, accompagnato da Enrico Cuccia di Mediobanca e Bruno Visentini, grande maitre à penser della cosiddetta “finanza laica” di quegli anni. I soloni esaminarono il prodotto, confabularono tra loro e, infine, emisero la sentenza: un computer da tavolo non aveva mercato, né l’avrebbe mai avuto. La fabbrica di Ivrea si concentrasse sulle cose che sapeva fare (i tavoli da ufficio) e la smettesse di perdere tempo con le stranezze».

Scrivo dal mio pc americano sorridendo sotto i baffi.

Pellizzetti e Carnevali (che potete leggere su Micromega) criticano la «battaglia antitasse (che verrà rapidamente travasata nella trattatistica filosofico-politica nelle martellanti campagne elettorali dei candidati alla presidenza americana, per giungere fino al celebre “meno tasse per tutti” di berlusconiana memoria) è un punto fondamentale della (contro)rivoluzione liberista, avviatasi all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso. A tal proposito non va dimenticata la sfacciataggine di Nozick, giunto ad affermare addirittura che “la tassazione dei guadagni da lavoro sta sullo stesso piano del lavoro forzato”: qualcuno ne ha tratto ispirazione pure dalle nostre parti, inventando lo slogan sciagurato “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”».

Ma gli strali degli autori si concentrano soprattutto sui liberisti di sinistra. Quelli che hanno portato alla candidatura come capolista del Pd in Veneto il super-falco Calearo (ora stranamente tornato verso i lidi berlusconiani), quelli della “scuola milanese” fatta da professionisti, per lo più architetti e radical chic. E se la prendono con il saggio scritto da Alesina e Giavazzi Il liberismo è di sinistra. Nel volume, scrivono i due polemisti, «non è riscontrabile neppure il benché minimo sentore della spaventosa crisi che si sarebbe scatenata da lì a poco; e della quale già cominciavano a manifestarsi i primi sintomi. Al contrario, sempre secondo i due economisti ambrosiani, eravamo all’alba di una possibile nuova era di prosperità e sviluppo nel segno del liberismo, “dopo un inizio di secolo con tassi di crescita molto bassi e un clima cupo”». Insomma, materiale sul quale sarebbe interessante confrontarsi e discutere.

Ad maiora.

Carnevali- Pellizzetti

Liberista sarà lei

Codice edizioni

Torino 2010

Pagg.131

Euro 14

Veltroni e i festini selvaggi di Raperonzolo

Quando si modera un dibattito, mentre si è sul palco vengono a galla una serie di pensieri che – non potendoli esprimere al vicino di sedia – si ricacciano indietro.

Qualcuno sopravvive, anche il giorno dopo.

Le bolle di pensiero che mi sono rimaste dall’incontro di ieri sera al Teatro Litta di Milano con Gentiloni, Fioroni e Veltroni, sono ovviamente quelle più leggere, meno significanti dal punto di vista politico. E riguardano entrambe l’intervento dell’ex segretario del Pd, tornato da qualche mese al centro della scena pubblica.

La prima bolla è emersa mentre Veltroni parlava di mettere al centro il programma del Pd prima di pensare alle alleanze (non ha risposto alla provocazione che gli ho buttato lì, dopo il suggerimento di Facebook, dei tre oni che si alleano coi due ini, per fare una media). Era una risposta al saluto introduttivo di Maurizio Martina che teme che il Pd da “soluzione del problema” possa diventare “parte del problema”. Di qui, nelle parole dell’ex sindaco di Roma, la spiegazione della lettera dei 75 e altre considerazioni che trovate sui giornali.

Ciò che mi ha colpito è stata però una frase di Veltroni che, in caso di voto anticipato, paventava “elezioni selvagge”. Ossia, a causa di questa legge elettorale, un risultato diverso da quello auspicato.

Di selvaggi in questi giorni avevamo i festini segnalati dall’ambasciata americana e smentiti da Berlusconi (che li ha pronunciati in inglese per non farsi capire dai più). Ora anche le urne possono essere selvagge. Sarà segno di imbarbarimento?

La seconda bolla di pensiero, ancora più leggera e fru fru, mi è salita in gola mentre Uolter parlava della necessità che il Pd offrisse agli italiani un nuovo sogno.

Anche la parola sogno in questi giorni ricorre spesso. Nella telefonata, smentita, tra Silvio e la escort Nadia, lui si sarebbe presentato dicendo: “Pronto, sono il sogno degli italiani”.

Se dalla “politica” passiamo ai cartoni animati, il sogno da realizzare è al centro di Rapunzel, versione post-moderna di Raperonzolo, al cinema in questi giorni. Lì la principessa (ancora ignara di essere tale) entra in una bettola e, incitandoli a coltivare e realizzare i propri sogni, convince una serie di energumeni a diventare buoni. A tornare a sognare.

Resta da vedere se il sogno degli italiani sia rappresentato da Silvio, Uolter, Umberto, Nichi, Bersani, Di Pietro, Casini o Fini.

Ma forse, nell’immaginario collettivo, di selvaggio ci sono più i festini che le elezioni. Parola cui basta cambiare una lettera per ottenere tutt’altro significato. Tutt’altro?

Ad maiora?

La Bindi apre la campagna elettorale

La campagna acquisti rossonera (Ibra e Robinho, roba che gli ultrà che hanno messo lo striscione a fine campionato lo stanno mangiando pezzo a pezzo) e gli insulti di Bersani di ieri (“Il berlusconismo fa regredire la politica alla fogna”) danno il definitivo la alla campagna elettorale.

Resta solo da vedere cosa dirà domenica Fini a Mirabello. Il presidente della Camera sembra un po’ la Sibilla cumana della politica italiana. Dopo due mesi di silenzio, si attende una parola che possa definire quel che farà. Spero rispetterà la Bibbia: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no. Il di più viene dal maligno”. In alternativa, dovrà essere interpretato. E stiamo freschi.

Ieri però ho avuto l’occasione di sentire (in quel di Osnago nella tradizionalmente laboriosa Brianza) Rosi Bindi e ne ho tratto l’impressione che il count down del voto sia ormai partito.

La presidente del Pd (in una sala supergremita) ha detto che l’era Berlusconi è ormai giunta al capolinea. La frase su cui è probabile si incentri la campagna per conquistare la maggioranza l’ha detta quasi alla fine del suo intervento: “In questi due anni di governo la vostra vita è migliorata o peggiorata grazie al governo Berlusconi?”.

La Bindi sostiene di non voler lasciare a Di Pietro l’antiberlusconismo (“Io sono più antiberlusconiana di lui”) e dice che il partito è pronto ad affrontare il voto anche se spera di cambiare la legge elettorale (con quale, però?).

Annuncia infine che, anche se non ha votato la norma statutaria, questa prevede che il segretario del Pd sia anche il candidato premier.

Avremo primarie con Bersani contro Vendola?

Chiediamolo alla Sibilla.

Ad maiora.